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Europa al voto.

europa 2Il voto europeo del 25 maggio sarà ricordato a lungo come qualcosa che può aver cambiato drasticamente la politica italiana come non accadeva da decenni. Il Partito democratico consegue 11.203.231 voti, il 40,8% dei consensi, ben 15 punti percentuali in più rispetto al voto delle ultime politiche, spaccando in due il paese tra chi vota democratico e chi no. Basti pensare che il Pd è il primo partito in tutte le province italiane, ad eccezione di Isernia, Sondrio e Bolzano. Un fenomeno mai riuscito prima a nessuna altra lista dal ’48 ad oggi.

Renzi è quindi l’assoluto vincitore di questo voto, ridimensionando gli alleati e allungando la legislatura ben oltre la soglia del 2015 in occasione del semestre italiano di presidenza europea, potendo intravedere con ragionevole ottimismo la scadenza naturale del 2018. Il Movimento 5 Stelle perde per strada tre milioni di voti, un’enormità anche in tempi di politica liquida come quelli attuali. Berlusconi arriva terzo, confermando tutto sommato quella tendenza che gli attribuivano i sondaggisti, che hanno invece clamorosamente cassato gli altri dati. Non solo di Pd e M5S, ma anche di altre liste come quella de L’altra Europa di Tsipras, l’Ncd di Alfano o Lega Nord. Una conferma del fatto che ormai il voto tende a polarizzarsi sempre più nelle ultime 48-24 ore, assurgendo a voto last minute mordi e fuggi e impedendo ogni ipotesi di analisi razionale dei flussi elettorali. In totale i seggi assegnati all’Italia nel Parlamento Europeo sono73, assegnati a Pd (31), M5S (17) Forza Italia (13) Lega (5) L’Altra Europa (3) Ncd (3) e Svp (1).

Ora però tutta la partita si giocherà a Bruxelles, dove si dovrà capire che linea dare all’Unione e che Presidente di Commissione eleggere. I due eurogruppi più numerosi sono quello dei Socialisti Europei con 190 seggi, che sponsorizza il tedesco Schulz, ed i Popolari di Juncker forti di 213 seggi. Nell’Europarlamento non contano le coalizioni perché non è contemplato alcun voto di fiducia, per cui l’espressione del futuro Presidente di Commissione sarà ad appannaggio esclusivo del gruppo europarlamentare più numeroso, quindi i Popolari Europei. Ma forti sono i sentori di larghe intese europee, con un accordo che capace di portare l’UE fuori dalle politiche di austerity e che coalizzi Popolari e Socialisti in un’intesa bipartisan.

Quel che è certo è che nuove politiche improntate alla crescita occupazione, allo sviluppo economico e alla cooperazione commerciale sono fondamentali per uscire dalla spirale di questi ultimi sei anni durissimi. Rompere le politiche dell’austerità è ormai un’esigenza economica condivisa, non più un proclama ideologico di parte. Forse anche per questo in molti Paesi dell’UE, più che sulla proposta di un’altra Europa, il voto si è concentrato sulla protesta verso questa Europa. Non solo in Italia col voto ai 5 Stelle (dando comunque al Pd il primato continentale di partito più votato in termini percentuali), ma anche in molti altri Stati. In Spagna e in Francia vi è un tracollo dei socialisti, ma se il dato spagnolo non stupisce più di tanto quello d’Oltralpe lascia increduli considerato che Hollande siede all’Eliseo da poco più di un anno. Il Front National di Le Pen diviene primo partito in Francia col 25% dei consensi, il Ps crolla al 14%. Se non è stato un referendum contro Hollande poco ci manca. In Inghilterra poi, storico laboratorio bipartitico da secoli, il partito degli euroscettici dell’ Ukip guidato dall’ex broker Nigel Farage ha vinto le elezioni, conseguendo un risultato clamoroso che non accadeva dal 1906, ultima volta in cui non fossero stati laburisti o conservatori a vincere le elezioni. E poi vi sono un rivolo lunghissimo di partiti e liste che per la prima volta eleggono a Srasburgo. Non solo i grillini italiani, ma anche gli indignatos spagnoli, i neonazisti greci e quelli tedeschi. Un fronte euroscettico anti-UE che potrebbe raccogliere 140 eletti, meno di un quinto degli eletti complessivi. Questo in parte non comprometterebbe i meccanismi delle istituzioni comunitarie, ma costringe comunque le stesse a tenere in considerazione l’esistenza di un fronte caldo pronto a contestare, a volte anche irresponsabilmente, misure necessarie per la sopravvivenza dell’area comunitaria.

Martedi sera, intanto, si è riunito il Consiglio europeo dei Capi di Stato e dei Primi Ministri per definire la strada che porterà alla scelta della futura Commissione europea. Un percorso fondamentale per capire in che direzione andrà l’Europa dei prossimi cinque anni. L’Italia non ha alcuna possibilità di esprimere il Presidente della Commissione avendo già espresso il capo della Banca centrale europea Mario Draghi. Ma posti chiavi in posti apicali sono scontati, e il Pd di Renzi potrebbe spingere in questo i nomi di Enrico Letta e Massimo D’Alema. Oltre ai nomi, tuttavia, ora per prima cosa è necessario calendarizzare un’agenda politica di misure anti recessive che riducano il debito ma favoriscano la crescita aumentando gli investimenti. La crisi economica ha stritolato buona parte dei paesi continentali e la Germania non potrà a lungo trainare da sola la bilancia commerciale dell’Europa rispetto alle nuove superpotenze economiche, Stati Uniti ma anche Cina, India e Brasile.

Sarà dura e niente affatto scontata, ma questa è l’unica cosa da fare se si vuole continuare a tenere in vita il sogno europeo. 

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