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Le donne e il teatro

le donne ed il teatroLe donne ed il teatro, questo  binomio amato ma molto spesso contrastato, il paradosso di comporre opere dedicate alle donne, viste e disegnate molto spesso da più grandi artisti come muse ispiratrici, ma di ostacolare poi il loro accesso, la loro liberta’ e quindi il loro diritto di interpretazione, di entrare a far parte di una rappresentazione scenica, negazione di un diritto che si è perpetuato per decenni nella storia del teatro su scala mondiale, si perché la figura dell’attrice si è andata fisionomizzando relativamente di recente. Nell’ambito del teatro greco questo paradosso tocca degli apici che sfiorano per certi versi la surrealtà, basti considerare l’enorme importanza e la centralità fondante che una Medea, un Antigone un’Elettra hanno rivestito nella tradizione tragediografa greca, donne potenti, donne sovversive, donne indomabili, donne capaci di scatenare una guerra o di uccidere i figli per vendicarsi del marito traditore, donne audaci, donne generose, donne capaci di gesti profondamente umani che commuovono emozionando, donne libere… colme di quella libertà di cui si vedono private nella vita quotidiana le spettatrici mute e docili, le donne dell’Atene dell’età classica come dell’Inghilterra elisabettiana, donne ingabbiate in costrizioni sociali “imposte”, costrette ad assistere passivamente per decenni alla visione di rappresentazioni di figure femminili tutt’altro che subordinate e sottomesse come un’Elena od un’ Alcesti Loro, le donne comuni, quelle che hanno vissuto nella classicità greca o nella tradizione teatrale Shaksperiana, ai limiti della vita socio-politica, spettatrici passive nel teatro così come nella vita, lontane da ogni forma di indipendenza, di costruzione individuale, di realizzazione personale, lontane dai sogni da voler e poter raggiungere…e chissà se sognavano queste donne di nascosto prima di andare a dormire, o mentre si occupavano della casa, chissà se quel desiderio di libertà e magari sovversione mostrato da Medea le abbia mai sfiorate… queste donne fondamentalmente sole che hanno dedicato senza indulgenza e senza un minimo cenno di dissenso una vita alla crescita dei figli od al compiacimento dei mariti, accetando passivamente una vita già decisa per loro. La concretizzazione del paradosso si realizza soprattutto nel fatto che una Medea classica un’Antigone così come una Giulietta Shaksperiana siano state tutte figure femminili rappresentate per secoli solo ed esclusivamente da uomini. Sorgono a questo punto due quesiti fondamentali: perché l’interpretazione di figure femminili veniva rivestita da uomini? E, interrogativo ancora più emblematico, perché le donne che nella vita socio-politica della grecità classica o del periodo elisabettiano assumevano un ruolo del tutto marginale se non completamente assente, fantasma, venivano poi contestualmente rappresentate sotto il profilo teatrale come eroine incontrastate, come protagoniste inespugnabili e potenti? Il primo interrogativo pare abbia una risposta quasi ovvia e spontanea, e cioè che non si ritenevano le donne “all’altezza” di ricoprire ed interpretare ruoli in teatro, poiché viste come esseri “deboli” atte a ricevere ed eseguire ordini, ad occuparsi esclusivamente di quelle tradizionali mansioni quali la casa od i figli. Ma ciò apre consequenzialmente un altro interrogativo: dietro questa parvenza di divieto assoluto e rigoroso vi era forse celata, da parte maschile, una sorta di paura, di timore che questi esseri ritenuti inferiori,( deboli ed incapaci di scelte e decisioni importanti, non adatte a ricoprire ruoli di un certo spessore a livello socio-culturale), potessero invece, se lasciate libere nelle decisioni, sovvertire il ruolo maschile a livello sociale arrivando addirittura a subordinare l’uomo? Altrimenti perché rappresentarle come eroine potenti se non si credesse ciò? Era per questo motivo che andavano quindi tenute a “bada”? Venivano forse rappresentate scenicamente come donne forti ed incontrastate in nome di quella “catarsi”, ossia purificazione coniata da Aristotele secondo cui la tragedia pone di fronte agli uomini gli impulsi passionali e irrazionali (matricidio, incesto, cannibalismo, suicidio, infanticidio...) che si trovano, più o meno inconsciamente, nell'animo umano, permettendo agli individui di sfogarli innocuamente in una sorta di esorcizzazione di massa? La possibile interpretazione che mi sento di fornire può risultare, a mio avviso, come una risposta sia a quest’ultimo quesito sia a quello precedente e cioè perché donne fantasma a livello socio-culturale, passive e subordinate venivano poi rappresentate scenicamente come donne indomabili? Probabilmente quella paura maschile che faceva si che esse venissero isolate socialmente sotto la falsa parvenza del “non essere all’altezza” è frutto di una commistione con un altro elemento che può apparire contrastante ma comunque presente nell’animo umano, quell’esorcizzazione catartica di matrice Aristotelica ( basata sul tener lontano possibili sovversioni e rivoluzioni femminili attraverso appunto la loro stessa rappresentazione scenica mediante quindi uno sfogo innocuo ) si fonde infatti paradossalmente e contraddittoriamente con un’oscura attrazione e affascinazione in realtà dell’uomo per il potenziale potere che la donna potrebbe esercitare su di esso, fino quasi a desiderarlo irrazionalmente, incosciamente, il desiderio di volersene sentire succube, realizzato se non nella vita reale (per paura infatti la si tiene ai margini delle scelte decisionali importanti ) almeno scenicamente, teatralmente. Ciò risponde forse ad un impulso inconscio, ancestrale dell’uomo che di ritroso rievoca l’attaccamento al ventre materno così come al seno della madre donatrice di vita. Abbiamo forse un grido di solitudine e profonda mancanza dell’uomo che almeno nella finzione scenica vuole realizzare quel desiderio di appagamento di attaccamento ancestrale alla donna-madre anche a costo di sentirsene succube? E’ evidente che tutto si risolva e trovi una risposta entro una sfera profondamente contradditoria, profondamente dolorosa… profondamente umana. 

Montagno Bozzone Sebastiana

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