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“Marina Bellezza” di Silvia Avallone

 

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Sono passati tre anni dal successo di “Acciaio” e Silvia Avallone sorprende con un altro romanzo, sempre edito da Rizzoli, sempre ambientato in provincia e in periferia.

Decide di scrivere di casa sua, delle sue terre, della Valle Cervo nel biellese. Sullo sfondo la crisi economica, le industrie in declino, i giovani che riscoprono la propria terra, le loro origini e la difficoltà nel trovare una propria strada perché spesso i genitori avevano pensato a qualcos’altro o perché semplicemente ancora non si vede la propria.

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"Acciao" di Silvia Avallone

acciaio“Acciao”, primo romanzo di Silvia Avallone, edito da Rizzoli nel 2010, sicuramente non vi lascerà indifferenti. Vincitore del Premio Campiello e secondo classificato allo Strega si legge tutto d’un fiato. La scrittura dell’autrice è fluida, chiara, scorrevolissima e le pagine vi scivoleranno via senza che ve ne accorgiate neanche.

Siamo a Piombino. L’estate torrida del 2010. Due amiche, due grandi amiche: Anna e Francesca. L’adolescenza. Fuori c’è un intero mondo dove tutto si muove, dove tutto accade. Ma lì in via Stalingrado tutto sembra estremamente lontano. Quei palazzoni che il comune ha riservato agli operai sono il mondo delle due quattordicenni.

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Lessico famigliare - Natalia Ginzburg

Incipit: Nella mia casa paterna, quand'ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: - Non fate malagrazie!Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: - Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! Non fate potacci!

Uno dei miei nuovi propositi è quello di leggere quei classici imperdibili che finora hanno bellamente campeggiato sugli scaffali della mia libreria rimanendo intonsi, e ho cominciato con il celebre Lessico della Ginzburg. Questo libro è uno di quelli che s'ha da leggere, non fosse altro che per il suo rappresentare preziosa testimonianza dell'Italia fra le due guerre e dei decenni successivi al secondo grande conflitto. Il "lessico" del titolo si riferisce all'insieme di termini adoperati nella famiglia Levi - il nome da nubile della scrittrice, che era ebrea - pertanto la struttura portante di questo racconto è la quotidianità di una famiglia ebrea borghese che vive nella Torino antifascista degli anni fra le guerre. Il racconto è immediato, con tutta la coloritura di una spontaneità che rifiuta decisamente un piano iniziale e ordinato. I ricordi si susseguono uno dopo l'altro, non c'è divisione in capitoli, il tempo è all'imperfetto. La Ginzburg osserva il suo micro-mondo familiare, lo cerca anzi fra i suoi ricordi e fa un ritratto ironico e "dal vero" di questa sua grande famiglia, a partire dal padre, scienziato triestino, e la madre, vivace donna amante del cinematografo, ai quattro fratelli dai differenti caratteri. Tutti incrociano i loro passi con alcuni grandi esponenti della storia italiana, e qui il racconto si fa denso e interessante perché il lettore ha l'opportunità di conoscere da vicino Adriano Olivetti, che sposa la sorella maggiore della scrittrice, Filippo Turati, che braccato dai fascisti viene nascosto in casa, il pittore Casorati, amico di famiglia, Cesare Pavese, amico e collega di Natalia negli anni del suo lavoro presso una casa editrice torinese. E c'è da aggiungere che la Mosca amata da Eugenio Montale altri non è che sua zia Drusilla Tanzi, sorella della madre. Insomma, un coacervo di incontri preziosi, di parentele eccellenti. La seconda parte del racconto, che stilisticamente non perde di vivacità, si volge al ricordo dei difficili anni della guerra e delle sue conseguenze nelle vite e nelle coscienze di tutti. Delicatissimi i passaggi sul destino di suo marito, Leone Ginzburg, incarcerato a Regina Coeli, dove viene torturato e ucciso nella morsa della reazione all'antifascismo. E' evidente che quel ricordo sia doloroso nella memoria e la scrittrice lo sfiora appena, lo accenna, lasciandolo quasi inespresso, mentre il lettore ne coglie la grave portata. Il Lessico è un esempio unico nella nostra letteratura, che la critica ha elogiato solo dopo averlo assimilato, incerta se attribuire valore letterario a questo imperfetto insieme di memorie. Col tempo, questo affresco familiare ha occupato un posto privilegiato in particolare nelle antologie scolastiche, rappresentando uno spaccato di vita e storia irrinunciabile alla lettura.

 

Montagno Bozzone Sebastiana

Gli sdraiati - Michele Serra

Quando ho cominciato questo libro mi trovavo sulla spiaggia di Barceloneta, in Spagna. Mi trovo dinanzi al racconto, immediato e senza fronzoli, di un padre che dinanzi al caos del figlio adolescente lascia intendere subito di non essere assolutamente capace di farvi fronte. E' un padre divorziato e questo figlio condivide la sua casa in qualche fine settimana in cui il ragazzo non ha di meglio da fare. Sulle prime, in questa lettrice in vacanza all'estero sotto sole di luglio monta un senso di fastidio. Mi ritrovo a pensare che si tratti dell'ennesima storia di questi genitori contemporanei, inabili al loro mestiere, privi di talento, educatori mancati. Ci sono tutti gli ingredienti che occorrono per costruire la storia di un uomo di mezza età che fa i conti coi propri sensi di colpi e l'incapacità di instaurare un dialogo col proprio figlio. Ma io stimo troppo Michele Serra per credere che si tratti semplicemente di questo. E difatti, man mano che ci si addentra nella storia, si scopre che si tratta di una provocazione alla riflessione. Sentirmi chiamare papà, e da lontano, e in quella esposta porzione del mondo, in quella incerta dimensione del tempo dove la mia infanzia ancora galleggiava, quasi mi atterrì. Come un’accusa. Un richiamo all’ordine. Io – non altri – sono quelle due sillabe. Questo padre guarda al mondo adolescenziale con spirito d'osservazione e senso critico. Non giudica, ma riferisce con stile il vuoto nel quale questi giovani si muovono, la povertà di contenuti del loro mondo, la superficialità con cui lo affrontano. Loro sono "gli sdraiati", quelli perennemente pigri e demotivati, assorbiti nel loro ipermondo tecnologico, vivi solo dinanzi ai loro pseudo - eroi o nella corsa all'acquisto dell'ultima felpa costosissima. Lo scenario è avvilente ed è tale ancor più nella misura in cui un adulto vuole capire e cercare una soluzione. La domanda che ci si pone è se esiste la possibilità di un punto di incontro e non resta che la speranza, tenace, che qualcosa possa cambiare. La proposta di un'escursione in montagna, che il figlio si è sempre rifiutato di fare, lo induce a non mollare, a non arrendersi, a insistere, a sperare a oltranza. Il lieto fine è un po' quello di una favola moderna, che ritengo poco credibile ma efficace da un punto di vista narrativo. Forse c'è un barlume di speranza di recuperare questi ragazzi e probabilmente il solo modo è essere genitori che sappiano realmente esserlo, creativi nella loro funzione, presenti e non passivi.

 

Montagno Bozzone Sebastiana

Norwegian wood – Murakami

Non delude le aspettative questa storia apparentemente "leggera" e in realtà complessa, una sorta di "educazione sentimentale" ampiamente ispirata ai romanzi ottocenteschi di formazione, che in questo scrittore hanno creato fin da giovanissimo una forte suggestione. La vicenda non è che un lungo flash back del protagonista, Watanabe Toru, giovane studente universitario negli anni dal '68 al 70, e in questo lungo ricordo si intrecciano le storie dei tanti personaggi solo apparentemente comprimari, tutti legati in modo profondo a Watanabe, ciascuno destinato a tracciare un segno forte nella sua vita. Questo modo di raccontare è singolarissimo e assai interessante. Se Murakami pare fare riferimento al Dickens di "David Copperfield", la storia di Watanabe sembra non porre mai il protagonista realmente in primo piano, quanto piuttosto essere strumento che mira al racconto delle altre vite a lui legate. Ne risulta un intreccio ricco benché lineare, complesso perchè ciascuna esperienza narrata sembra una lama che lentamente affonda, che descrive il destino del protagonista, le sue scelte, il tormento adolescenziale unito all'impossibilità di restare indifferente dinanzi ai colpi del destino dei che Watanabe ha scelto perché possano far parte del suo costituirsi

Mi interessava scoprire come uno scrittore giapponese, di cultura diversa dalla mia, potesse narrare una vicenda nella quale i lettori occidentali si sono facilmente identificati, e ho scoperto che tanta cultura occidentale è in questo romanzo, ricco di riferimenti alla letteratura e alla musica pop americana ed europea. Letteratura e musica diventano mezzi potentissimi nel racconto, romanzi e brani celebri che Watanabe ama leggere e ascoltare e sui quali forma la sua identità culturale, che si arricchisce di questa universalità.

Attorno a Watanabe ruotano vite dalle tinte forti, tutte caratterizzate da elementi unici, caratteri che il protagonista osserva per prenderne le distanze o imparare alla ricerca di una propria identità. L'intelligenza e la perfidia di Nagasawa, per fare un esempio, il suo migliore amico nel quale gli è difficile identificarsi, ma che ammira e imita per poi distaccarsene consapevole di una distanza incolmabile da lui. Ma le vite indimenticabili del romanzo sono quelle dei personaggi femminili: Naoko, Midori, Reiko. Tre donne diverse eppure unite da quegli elementi comuni tipicamente femminili - fragilità, sensibilità, forza attrattiva - dalle quali Watanabe sarà in qualche modo travolto. Naoko è l'Amore puro, idealizzato, etereo. Midori è l'Amicizia, la concretezza, la velocità. Reiko è la Donna per eccellenza, la forza, le radici. Tre donne legate alla vita di Watanabe nel biennio narrato, ma destinate a lasciare un solco indelebile in lui.

Su tutto, aleggia una forza "altra" che compare a più riprese nella vicenza, la Morte. Watanabe la sperimenta per la prima volta con la perdita del suo primo migliore amico, Kizuki, e la svolta è già lì. Mirabile il passaggio in cui il giovane comprende la verità ineluttabile, che la morte è parte della vita.

 

La morte non è l'opposto della vita,

ma una sua parte integrante

 

Murakami lo scrive così, come un distico immobile sulla pagina, un principio assoluto che grava sugli uomini, che la scelgono per liberarsi o ne sono travolti loro malgrado.

 

Montagno Bozzone Sebastiana

 

 

 

 

 

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