Articoli

Arte e Teatro

Il teatro europeo nel Seicento

Un aspetto comune alla cultura europea del Seicento, cattolica e protestante, letteraria e scientifica, laica e profana è l’insistenza sull’ostentazione, sulla teatralità. Ciò si deve a svariati motivi, che confluiscono nell’enfatizzare l’esteriore rispetto all’interiore, di ciò che appare rispetto a ciò che è: la ricchezza e la potenza si manifestano attraverso l’ostentazione del lusso, nelle case private come nelle corti pubbliche; la chiesa affida anche alla fastosità dei luoghi di culto e all’imponenza delle cerimonie religiose la difesa della fede cattolica; il pubblico assume un’importanza sempre più rilevante e sempre più decisivo per la buona riuscita di qualunque iniziativa.

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Il teatro negli anni '60

Sulla spinta del fervore rivoluzionario che alla fine degli anni ’60 infiammava la nostra penisola, non solo la canzone ma tutto il mondo dell’arte viene influenzato e coinvolto nella creazione di un genere innovativo, politicamente attivo e distante dalle antiche pratiche artistiche, considerate ormai inutili artefici borghesi. Anche il teatro italiano ovviamente risente di tale spinta propulsiva. La situazione complessiva del teatro italiano all’inizio degli anni ’60 non era delle più rassicuranti. Il rapporto tra il pubblico e il teatro, in termini di partecipazione agli spettacoli risentiva evidentemente della concorrenza spietata del cinematografo e della nascente televisione e nel ’63 riuscì a toccare il punto più basso di questa parabola discendente.

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Il teatro,per comunicare emozionando

 

“Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo

di dare un senso alla vita.”

                            Eduardo De Filippo

Il teatro, questo mezzo di comunicazione fantastico e sorprendente… ma cos’è davvero questo modello di interazione? E soprattutto da quale esigenza nasce? Ho desiderato iniziare questo articolo con un pensiero di uno dei padri fondatori della drammaturgia teatrale italiana, Eduardo De Filippo, per il quale il teatro nasce da un’esigenza ancestrale ed insita da sempre nell’uomo… ossia dare un senso alla vita. Jacques Copeau diceva:  "Non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti... E' lì che qualcuno ha bisogno di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro ha da dire a lui." Trovo quest’ultimo pensiero denso di una verità profonda e reale. L’esigenza di comunicare nasce dal bisogno, da un’incompletezza, dal desiderio, ed alle volte, da una mancanza dilaniante. Il palcoscenico è quel luogo in cui si smette finalmente di recitare un ruolo, per quanto paradossale possa apparire a primo acchito, in cui l’attore getta le diverse maschere indossate nel grande teatro della vita spogliandosi di tutte le barriere e corazze protettive, così denudato, è finalmente se stesso in tutta la sua umanità, con le sue forze ma soprattutto con le sue debolezze. Andiamo al teatro per guardare noi stessi senza quelle maschere, per guardare uomini che vivono mossi dal semplice e reale respiro della vita, andiamo al teatro per ammirare la vita nel suo più alto trionfo di libertà e pienezza. E noi l’ammiriamo, seduti da questa parte, muti, ingabbiati nei nostri “teatri di costrizione”, nelle nostre maschere quotidiane, amate ma molto spesso odiate. Ed è quell’attore, finalmente libero da quello che invece imprigiona noi, ad emozionarci, perché lo vediamo in tutta la sua umanità, riconosciamo nella sua libertà le nostre libertà soffocate, ed è questo a colpirci, questo ad emozionarci… andiamo a teatro per vedere, seppur per poco, ciò che ogni giorno costantemente ci sfugge… ossia la vita…Ed è per questo che il teatro in relazione alla sua intrinseca natura è fra le arti quella più idonea a parlare direttamente al cuore ed alla sensibilità della collettività. “Noi vorremmo che autorità e giunte comunali si formassero questa precisa coscienza del teatro considerandolo come una necessità collettiva, come un bisogno dei cittadini, come un pubblico servizio alla stregua della metropolitana e dei vigili del fuoco" - Paolo Grassi

Non c’è nulla che sfugge di più all’uomo impegnato quanto la vita, non vi è realtà più lontana ed inesplorata.”

Sofocle          

Montagno Bozzone Sebastiana

Il genio di Zaza

zazaMichele Zaza nasce a Molfetta in Puglia il 7 novembre del 1948. Frequenta l’Istituto d’Arte di Bari e nel 1967 si iscrive al corso di scultura di Marino Marini all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, dove consegue il diploma nel 1971. La ricerca di Zaza muove dall’idea che “l’arte non offre possibilità alternative alla condizione umana, ma è al contrario la risultante di questa condizione” e, come tale, si perpetua nel pensiero umano. Con il ciclo iniziale Cristologia, presentato, nel 1972, alla galleria Diagramma/ Inga-Pin di Milano, l’artista si preoccupa di “commentare”, mediante un repertorio figurale, la falsa libertà che intercorre fra l’individuo e i diversi poteri. Nel gennaio 1973 Zaza dà inizio al ciclo Dissidenza Ignota, esposto da Marilena Bonomo a Bari. Nell’opera principale è rappresentata la madre dell’artista che sta per addormentarsi, tra una pistola poggiata su un cumulo di ovatta e una sequenza di immagini di lei in diversi momenti di vita quotidiana.

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Andy Warhol: la Pop Art

    Opere-di-Andy-Warhol

Sono gli anni ’60, anni di rivolte, (quella razziale, quella contro la guerra in Vietnam) di assassinii, Kennedy, Martin Luther King,  di Rivoluzione, e parallelamente alle rivoluzioni femministe e sessuali, prende piede una trasformazione socio-culturale ancora più significativa: il “boom economico”.

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