La scintilla olimpica

TRA PASSATO E FUTURO – Il ricordo romantico delle Olimpiadi Antiche riaffiorava nell’edizione del 1960. Confinare la manifestazione di quattro anni prima nella remota Melbourne si era rivelato un grossolano errore. Ecco perché, nel tentativo di recuperare prestigio e centralità, i Giochi vennero riportati nella città che ha rappresentato la naturale prosecuzione della cultura greca: Roma. Il contesto ambientale e la bellezza architettonica dell'Urbe si prestavano a suggestivi accostamenti con le più classiche delle discipline. Così le terme di Caracalla divennero il luogo delle prove ginniche, la basilica di Massenzio delle gare di lotta e l'Arco di Costantino il traguardo per antonomasia della maratona. Il primo a tagliarlo dopo 2h 15' 16'' 2 di "scampagnata" per lunghi tratti anche dell'Appia Antica fu l'etiope Abebe Bikila che calpestò i sampietrini nei pressi del Colosseo a piedi nudi.

Anche le altre discipline ebbero la giusta consacrazione nel corso della XVII Olimpiade, grazie all'ammodernamento delle infrastrutture che avrebbero poi ospitato i singoli eventi. Il Palazzetto dello Sport all'EUR e gli impianti dell'Acqua Acetosa, solo per citarne alcuni, nacquero proprio in occasione della rassegna a cinque cerchi. Non fu solo il cemento ad aprire la strada verso l'ammodernamento dell'intero Paese: lo sviluppo delle telecomunicazioni e le forze profuse dalla RAI garantirono una copertura capillare dell'evento. Per la prima volta fu possibile seguire i Giochi in Eurovisione e i giornalisti furono dotati di tutte le strumentazioni necessarie per svolgere al meglio il proprio lavoro. La dedizione maniacale del Servizio Pubblico, così come il fattore entusiasmo in tutti i settori della società italiana, contribuirono a consacrare i Giochi di Roma tra i più affascinanti disputati fino ad allora.

                                                                        Livio Berruti

LIVIO, IL CHIMICO - L'Italia nell'edizione casalinga delle Olimpiadi fece incetta di successi: 36 medaglie di cui 13 ori, altrettanti bronzi e 10 argenti. Tra i primi posti il più prestigioso e quanto mai inatteso fu quello di Livio Berruti nei 200 metri piani. Per rendere conto della portata epocale del risultato dell'atleta torinese basti pensare che, fino ad allora, mai nessun europeo aveva conquistato il gradino più alto del podio in questa specialità. In 20''5 "il signore della curva" (denominato così per l'eleganza e la coordinazione con cui affrontava gli archi della pista) riuscì ad imporsi, lasciandosi alle spalle gli statunitensi, fino ad allora veri e propri tiranni dei 200 metri. Il gracile studente di chimica, dall'atteggiamento composto e gli immancabili occhiali da sole, aveva battuto con la classe, l'esuberanza muscolare dei rivali d'oltreoceano forgiati da anni di allenamenti nei college. Fu quello forse l'ultimo sprazzo di dilettantismo nelle Olimpiadi moderne che lascerà spazio, a partire dalle edizioni successive, ad una escalation di competitività e all'inasprimento della lotta contro il vero nemico dello sport: il doping.