Il teatro negli anni '60

Sulla spinta del fervore rivoluzionario che alla fine degli anni ’60 infiammava la nostra penisola, non solo la canzone ma tutto il mondo dell’arte viene influenzato e coinvolto nella creazione di un genere innovativo, politicamente attivo e distante dalle antiche pratiche artistiche, considerate ormai inutili artefici borghesi. Anche il teatro italiano ovviamente risente di tale spinta propulsiva. La situazione complessiva del teatro italiano all’inizio degli anni ’60 non era delle più rassicuranti. Il rapporto tra il pubblico e il teatro, in termini di partecipazione agli spettacoli risentiva evidentemente della concorrenza spietata del cinematografo e della nascente televisione e nel ’63 riuscì a toccare il punto più basso di questa parabola discendente.

 

La censura, imposta dal regime fascista alcuni anni prima, era stata opportunamente eliminata nel ’62, ma nonostante questo la censura di stato continuava ad agire e a reprimere gli spettacoli che rischiavano di mettere in pericolo lo spettatore con tematiche che evadevano i consueti principi morali. Accade così, che nel ’62 “Il diavolo e il buon dio di Sartre”, viene denunciato per vilipendio alla religione, mentre L’ufficiale reclutatore di Farquhar viene cancellato dalla programmazione dopo due settimane di repliche. E non sono gli unici casi di censura atti a tutelare lo spettatore in onore del buon senso e della salvaguardia della religione. Eclatante è in questo senso il caso della compagnia del Living Theatre, che nel ’65 a Trieste, vede la polizia caricare in sala dopo che un commissario aveva cercato inutilmente di  fermare la rappresentazione di Mysteries and Smaller Pieces. I componenti del gruppo vennero arrestati tutti per atti osceni, e nello stesso anno a Venezia durante il festival nazionale della prosa, gli attori del Living furono espulsi dall’Italia e accompagnati al confine. Nonostante la dura repressione il Living Theatre si dimostra decisivo grazie al suo ruolo di catalizzatore delle istanze innovatrici che in Italia si stavano sviluppavano in casi isolati e parzialmente inascoltati. Tali personalità isolate, cercavano di intraprendere un percorso di svecchiamento e rinnovamento del cosiddetto teatro ufficiale, rifiutandone i metodi e le finalità palesemente commerciali. Uno degli artisti più importanti, che percorre gli anni ’60 all’insegna del rinnovamento artistico e teatrale è senza dubbio Carmelo Bene. I suoi nuovi strumenti linguistici, dissacranti e provocatori, e la gran quantità di spettacoli che riesce a mettere in scena nella doppia veste di attore e regista, rendono Bene un personaggio complesso, ammirato dalla critica per la sua incredibile e dirompente presenza scenica, ma anche bistrattato per la sua mancanza di rispetto che lo porta a re-interpretare i testi classici con sfacciata irriverenza. Carmelo Bene irrompe nel clima statico e passivo degli anni ’60 eliminando ogni norma precostituita e attuando la decostruzione dell’allora linguaggio scenico imperante. Oltre a Bene altro nome importante è quello di Carlo Quartucci, che con metodi diversi da Bene si batte per ottenere una rinascita del teatro, nel senso di una creazione di un nuovo linguaggio teatrale che prendesse il via dai metodi sperimentati dalle avanguardie, non a caso il suo debutto avviene nel ’59 con Aspettando Godot di Beckett, pochi mesi prima dello spettacolo di debutto di Carmelo Bene, il Caligola di Camus. Ma bisognerà aspettare il ’67, con il convegno d’Ivrea, perché l’avanguardia italiana tenti una prima autocodificazione e una prima vera riflessione teorica per darsi un senso preciso e unirsi in un gruppo forte e deciso. Oltre alla contestazione radicale delle strutture teatrali ufficiali, il convegno invita i partecipanti alla discussione sul tema del teatro “collettivo” che nega il cerchio chiuso di relazione tra produttore e consumatore, tipico invece dell’industria dello spettacolo. Ma la vera svolta per il teatro arriva nel ’68, quando l’agitazione studentesca ed operaia si traduce in un’immediata politicizzazione delle rappresentazioni teatrali; da quel momento in poi si rende necessaria l’apertura del teatro a tutte le masse e a tutte le fasce sociali, necessità fondamentale che il teatro pubblico non riusciva a soddisfare perchè si limitava a costituire un punto di riferimento per la piccola e media borghesia desiderosa di acculturarsi. Il ’68 porta con se, seguendo la scia del movimento giovanile, il rinnovamento dell’arte e del suo linguaggio oltre alla volontà di liberare l’individuo da quelle forme artistiche abusate e convenzionali che identificavano l’arte ufficiale, ovvero l’arte borghese. Nel mondo della cultura vengono contestati spettacoli teatrali e lirici, festival o premi letterari in nome di un diverso modo di fare teatro e spettacolo, all’insegna dell’egualitarismo e dell’impegno sociale. In questo clima di rinnovamento culturale e artistico, è necessario che il teatro, con tutta l’arte, esca dagli Stabili per dedicarsi alle rappresentazioni nelle piazze nelle strade e in tutti quei luoghi dove si potevano riunire i giovani, gli studenti o gli operai. Cominciano così a nascere le cosiddette cooperative autogestite, che vogliono offrire una terza via da anteporre sia al teatro del regista -che piega la creatività dell’attore al volere del regista- sia al teatro dell’attore solista (alla Carmelo Bene), che segue un percorso, anche se avanguardista, puramente individuale. È l’ossessione dell’egualitarismo a dominare il ’68. Un nome importante in questo periodo è quello di Dario Fo. Con la moglie Franca Rame, Fo si isola dal percorso del teatro Stabile, culla della mentalità artistica borghese, agli occhi degli artisti impegnati politicamente nel ’68, e forma l’associazione “Nuova Scena”, che cerca di attivare un circuito teatrale alternativo a quello dominante, costituito dalle Case del Popolo, legate ovviamente al Pci e all’associazione culturale Arci. Quello che veramente in questo periodo si cerca con tenacia, è un pubblico diverso da quello che allora frequentava i teatri, cioè un pubblico meno standardizzato nella logica “borghese”, ma più propenso alle istanze della sinistra popolare e operaia. Il genere di pubblico che si può trovare nelle Case del Popolo, nelle Comuni, e in tutti quei luoghi dove i partecipanti alla lotta studentesca ed operaia erano soliti riunirsi.

Montagno Bozzone Sebastiana

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