John Fitzgerald Kennedy, un Presidente icona dei '60

John Fitzgerald Kennedy, JFK, da molti chiamato “Jack” venne eletto presidente degli Stati Uniti il 20 gennaio del 1961. Quello stesso anno usciva il primo album del cantante americano Bob Dylan e l’anno precedente in agosto ci fu l’esordio dei Beatles, ad Amburgo, che pubblicarono il loro primo disco, Love Me Do, un anno dopo, nel 1962. Nello stesso 1962 usciva nelle sale cinematografiche Agente 007, Licenza di uccidere, primo film della serie di James Bond, tratta dai romanzi di Ian Fleming e interpretata, nel primo periodo, dall’attore Sean Connery. Sempre nel 1962 vide la luce il capolavoro del regista Stanley Kubrick Lolita. Ma torniamo a Kennedy.

Proveniente da una famiglia di origine irlandese e cattolica che si era stabilita nel Massachusetts e copriva posizioni di primo piano a Boston (il nonno materno di Kennedy era stato sindaco della città) John si trasferì nel periodo scolastico a New York e poi nel Connecticut. Per l’università scelse prima Princeton e infine Harvard. Riuscito ad arruolarsi in Marina nonostante alcuni problemi fisici, durante la guerra mondiale, venne decorato nel 1943 per un’azione di salvataggio nelle acque del Pacifico e ottenne anche altre onorificenze prima della fine del conflitto.

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Dopo la guerra, essendo morto in azione il fratello Joseph Jr. toccò a lui tentare la carriera politica, che iniziò proprio dal Massachusetts. Dal 1952 al 1960 Kennedy consolidò la sua posizione nel Partito Democratico, scelto anche per tradizione familiare e, pur perdendo alcune battaglie con colleghi-avversari, arrivò infine all’appuntamento delle primarie per la presidenza del 1960, che vinse battendo forti candidati come il texano Lyndon Johnson, che gli farà poi da vice. Su questioni spinose come l’anticomunismo anni ’50 e le questioni razziali tenne nei suoi interventi prima della presidenza un atteggiamento prudente, che non voleva scontentare nessuna delle parti in gioco. Il suo avversario repubblicano nel confronto elettorale era Richard Nixon, che divenne poi presidente successivamente, negli anni ’70.

A fine campagna ci fu tra John e Nixon un serrato confronto pubblico ripreso dalla TV che fece epoca come primo esempio di utilizzo dei nuovi media per la propaganda politica e che Kennedy vinse, per il modo pulito e sicuro con cui si era presentato.

In politica interna il programma di Kennedy presidente venne da lui stesso ribattezzato della nuova frontiera. “Siamo sul bordo di una Nuova Frontiera, la frontiera delle speranze incompiute e dei sogni. Al di là di questa frontiera ci sono le zone inesplorate della scienza e dello spazio, problemi irrisolti di pace e di guerra, peggioramento dell’ignoranza e dei pregiudizi, nessuna risposta alle domande di povertà ed eccedenze”.

A tutto ciò Kennedy voleva dare delle risposte e lo fece combattendo i monopoli, aumentando il salario minimo, introducendo misure per favorire il commercio al dettaglio, stimolando una politica degli alloggi per persone a basso reddito, aumentando le sovvenzioni per il rinnovamento urbano, cercando di riqualificare i lavoratori licenziati, migliorando la situazione dei centri di salute mentale e istituendo una commissione permanente per la parità, anche nelle retribuzioni, tra uomini e donne.

Kennedy cercò anche di prevenire la delinquenza minorile e di sostenere i diritti civili delle minoranze anche se nel periodo della sua presidenza non si arrivò ad atti sostanziali nel merito. A questo proposito ricordiamo il famoso intervento di Martin Luther King a Washington, nel 1963, I have a dream, al culmine di una lunga battaglia per i diritti degli afroamericani, appoggiato dal presidente stesso, in cui si ausipicava un mondo paritario.

In politica estera, oltre all’apertura commerciale con l’Europa che darà poi lo slancio alla ripresa degli anni ’60, Kennedy lanciò un programma spaziale, in modo da mettersi alla pari coi russi, e programmare la conquista della Luna, realizzata poi nel 1969. Provocò una crisi con Cuba, a causa del suo sostegno agli esuli anti-castristi che tentarono uno sbarco, fallito, alla Baia dei Porci dell’isola e poi con l’URSS, a causa della questione sempre legata a Cuba, della base missilistica sovietica su territorio cubano, crisi che fece sfiorare una guerra nucleare.

 

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Fortunatamente il presidente americano riuscì a trovare un accordo col leader russo Kruscev e a concludere un Patto di forte riduzione dei test nucleari e di smantellamento delle basi a Cuba previa rinuncia a sbarcare sull’isola. Kennedy istituì anche i Peace Corps, un programma di volontariato per i paesi in via di sviluppo che dovevano cancellare l’immagine degli USA come imperialisti e conquistatori, creò l’Alleanza per il Progresso, per aiutare economicamente, i paesi dell’America Latina e promuovere i diritti civili nella regione, esercitando anche però un’influenza politico-economica e intervenne a Berlino, nel 1963, pronunciandosi contro la costruzione del Muro e parlando a favore della libertà.

Nel periodo kennedyano vi furono anche le prime avvisaglie di quella che sarà la guerra del Vietnam, ma non sarà lui ad avviarla bensì il suo successore, Lyndon Jonhnson.

Purtroppo Kennedy non potè nemmeno finire il suo primo mandato perché, il 22 novembre del 1963, venne assassinato a Dallas, dove era andato per tenere un comizio, colpito alla testa da due colpi di fucile sparati dall’alto mentre era in auto con la moglie Jacqueline. Per l’omicidio venne arrestato Lee Harvey Oswald, che solo due giorni dopo essere stato catturato fu a sua volta rocambolescamente assassinato da un mitomane di nome Jack RubySulla morte di Kennedy sono state fatte illazioni di ogni tipo. Che non si trattasse del gesto di un uomo isolato ma che si trattasse invece di un complotto ben congegnato. Che potesse esservi implicata la mafia, come del resto nella morte di Marylin Monroe, per un periodo amante del presidente. Che invece, addirittura potessero esservi implicati gli stessi servizi segreti americani o certi ambienti conservatori che non vedevano di buon occhio Kennedy e i valori che portava avanti. Che potessero entrarci i movimenti segregazionisti anti-afroamericani o che invece ci fosse, in questo barbaro omicidio, addirittura lo zampino del suo vice, Lyndon Johnson, che si voleva spianare la strada per raggiungere il potere.

Oppure un pizzico di tutte queste cose messe insieme. Nonostante i dubbi ad una verità certa non si è mai arrivati e forse non si arriverà mai. Quindi teniamoci i dubbi e il ricordo, nonostante le ombre, anch’egli ne ebbe, di un grande presidente. Che inaugurò degnamente i Fabulous Sixties.