John Baizley / Nate Hall / Mike Scheidt - “Songs of Townes Van Zandt Vol. II”

John Townes Van Zandt I, meglio conosciuto come Townes Vand Zandt, un nome che per tutti coloro che non hanno grande dimestichezza con la musica folk e country suonerà certamente nuovo, specialmente qui nel “Vecchio Continente”.

Un'esistenza complessa, fragile, segnata dall'abuso di droghe e alcol, i più facili e inevitabili rimedi a un disturbo bipolare, causa di una terribile depressione, che sembrava non lasciargli scampo. Una natura sarcastica, oscura, difficilmente collocabile all'interno dei rigidi paletti del music business, che dall'inizio della sua carriera alla fine degli anni 60 alla sua morte nel 1997 lo ha tenuto sempre a debita distanza. Ed é proprio in questo mondo, lontano dalle grandissime luci della ribalta, che forse Townes Van Zandt ha gettato il seme più fertile: nel cuore della scena indipendente, dove il fascino per la complessità di certi personaggi cosiddetti “borderline” si trasforma in uno stimolo per la ricerca di nuove e autentiche forme di espressività.

towns1Così è stato per gli artisti che gravitano intorno all'etichetta statunitense Neurot Recordings, la label indipendente fondata da alcuni membri dei Neurosis da sempre focalizzata su sonorità sperimentali, spesso estreme, che hanno omaggiato lo scomparso musicista americano prima nel 2012 con un tributo ad opera di Scott Kelly (Neurosis), Steve Von Till (Neurosis) e Wino (Saint Vitus, Spirit Caravan), per poi ritornare a ricordarlo con il nuovissimo “Songs of Townes Van Zandt Vol. II”.

Stessa copertina, stesso titolo ma questa volta diversi gli interpreti: a susseguirsi nei 32 minuti del disco ci sono infatti John Baizley, frontman dei Baroness e illustratore di fama internazionale, Nate Hall degli Us Christmas e Mike Scheidt, voce e chitarra degli storici Yob.

Le atmosfere oscure tipiche di quel primitivo folk minimale del trio Kelly-Von Till-Wino si diradano per far posto a un introspettivo country folk di stampo più psichedelico. L'essenza dell'intima filosofia musicale di Townes Van Zandt non viene intaccata, ma gli artisti coinvolti cercano di aggiungere qualche soluzione più personale all'esecuzione dei brani.

L'esempio più fulgido è sicuramente l'approccio interpretativo di Baizley che nei tre i brani da lui riproposti si avvale dell'aiuto della splendida Katie Jones alla voce e al violino. “If I Needed You” si avvolge in un velo onirico inusuale grazie al leggero tappeto di sintetizzatori sullo sfondo e alle melodie di chitarra armonizzate in continuo contrappunto; Baizley cuce ai suoi brani la veste più “elettrica” del lotto, senza tradire la pacatezza formale di Van Zandt.

Mike Scheidt, pur essendo il musicista tra i tre più avvezzo a sonorità distorte e potenti, ci regala una setlist composta ed essenziale, sicuramente la più fedele allo stile del cantautore texano.

Su una posizione a metà strada tra le scelte più conservatrici di Scheidt e quelle più innovatrici di Baizley c'è Nate Hall, che con l'aiuto di due guest femminili come Stevie Floyde dei Dark Castle e Dorthia Cottrell dei Windhand, dà vita a suggestive rivisitazioni delle trame vanzandtiane. Su tutte spicca la magica “Our Mother The Mountain”, una gemma plumbea e misteriosa al confine tra l'epica western morriconiana e il soffice intimismo alla Nick Drake. Catartica, sibillina, struggente.

L'unica piccolissima nota stonata di questo lavoro è la riproposizione di tre brani già presenti nella prima parte della raccolta del 2012, una ripescata che poteva essere evitata se si voleva dar spazio in maniera più accurata ai tanti altri classici della nutrita discografia di Townes Van Zandt che meritavano sicuramente di essere riportati in vita in quest'ultimo tributo.

Tutto questo non va comunque a inficiare l'ottima riuscita di un'operazione che finalmente riesce a dare il giusto risalto al cuore, all'anima e alla tragica bellezza di un'autore finito ingiustamente nel dimenticatoio della grande industria musicale americana. Thanks for your legacy, Townes!