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KYUSS, TRENT'ANNI DI “WELCOME TO SKY VALLEY”

 

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Il deserto, il sole che brucia, le infinite highways americane che portano ovunque e da nessuna parte, l’heavy rock e la psichedelia fusi in una sola anima. Tutto questo sono i Kyuss. Tutto questo è “Welcome To Sky Valley”, uno dei dischi rock più influenti e importanti degli anni novanta.

 

Uscito esattamente trent'anni fa nel '94, ufficialmente senza titolo, il disco è stato successivamente rinominato con l’unica scritta presente all’interno dell’artwork: quell’insegna stradale avvolta dalla penombra sotto quel cielo violaceo e misterioso. La Sky Valley, una località vicina a Palm Desert in California, luogo che diverrà un punto di pellegrinaggio per tutti i fan dello stoner rock dopo l'uscita dell'album. “Welcome To Sky Valley”, il terzo disco, il successore dello splendido “Blues For The RedSun” del '92 e del debut “Wretch” del '91, registrato nei mitici Sound City Studios di Los Angeles da Chris Goss, è probabilmente la vetta più alta mai raggiunta dalla band californiana. L'acclamato “Blues For The RedSun”, con dei singoli di assoluto spessore come “Green Machine” e “Thumb, alla fine dei giochi non riuscì a presentarsi come una vera e propria alternativa allo stuolo di band del rock alternativo e del movimento grunge che cominciava a fiorire in quegli anni, cosa che “Welcome To Sky Valley” fece nella maniera più assoluta, con la sua psichedelia marcata, il groove sfrenato, i riff mastodontici e lisergici e quel catartico feeling da jam infinita che sprigionano le dieci tracce del lotto. Nelle prime edizioni in realtà i dieci brani furono suddivisi in tre grandi suite e, in un periodo in cui il pubblico dava sempre meno importanza al concetto di full-length, privilegiando un ascolto “spezzatino” focalizzato sui singoli brani, si dimostrò una mossa coraggiosissima, sopratutto per una band non enorme ma pur sempre sotto contratto con una major. I Kyuss ce lo dicono subito in maniera chiara all'interno del disco: “Listenwithoutdistraction”, una raccomandazione a dir poco rara per un disco di rock pesante, ma questo non è un lavoro come tutti gli altri. La formazione è quella che rimarrà nella leggenda: JoshHomme alla chitarra, John Garcia alla voce, Brant Bjork dietro le pelli e il nuovo arrivato Scott Reeder che prende il posto di Nick Oliveri (che formerà successivamente i Queens Of The Stone Age con JoshHomme) al basso. Senza dimenticare poi il leggendario Mario Lalli, il chitarrista dei Fasto Jetson e bassista degli storici Yanwing Man, band seminali della scena desert, che compare come guest d'eccezione nella leadguitar di “No”.

Se dovessi parlare dei singoli pezzi risulterei prolisso e non basterebbero forse tre articoli, ma l'inizio di “Gardenia” è sconvolgente, con quelle chitarre dai bassi spacca budella e quel finale jammato con un groove che neanche Boney M e Sly con tutta la Family Stone. E la strumentale “Asteroid”? Un sali e scendi tra montagne russe di fuzz e vibrati . Poi la torrida ballad “Space Cadet” che ti catapulta direttamente nel deserto tra i cactus e “Odissey” con quei riff frenetici assillanti da gruppo punk settantiano marcio che più marcio non si può. “Whitewater”, mi stavo scordando “Whitewater”, uno dei brani più belli mai scritti dalla band, pesante e melodica allo stesso tempo.

Questo disco è indubbiamente il vademecum dello stoner rock, e chiunque verrà dopo il '94 e vorrà suonare questo genere non potrà mai fare a meno di relazionarsi con questo spaccato fondamentale di un'America polverosa, drogata e desertica.

 

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