The Wolf of Wall Street: la recensione

 

Quinta collaborazione tra Martin Scorsese e Leonardo Di Caprio, che con quest’ultimo film “The Wolf of Wall Street", uscito nelle nostre sale il 23 gennaio, raccontano l’alta finanza americana degli anni 80/90, tramite il libro omonimo dall’ex broker Jordan Belfort, vera e propria rockstar del mondo della finanza. Da rockstar è soprattutto il suo stile di vita narrato nella pellicola, in cui il protagonista rappresenta l’emblema del vizio e della megalomania e con un’avidità senza fine, che lo porterà a guadagnare un milione di dollari a settimana a forza di truffe su vendita di azioni false. I guadagni enormi che ricava lo porteranno a una vita segnata da party sfrenati fatti di orge e abuso di qualsiasi droga insieme ai suoi collaboratori, che egli stesso ha plasmato a sua immagine e somiglianza, fino alla sua inevitabile caduta che lo costringerà ad accordarsi con gli agenti FBI e collaborare con esso per avere una mite condanna di ventidue mesi. Il percorso filmico operato da Scorsese sembra ricalcare quello effettuato in “Quei Bravi Ragazzi”, in particolare il racconto fatto in prima persona e gli agi e gli eccessi in cui nuota il personaggio principale. La differenza sta però in un avanti e indietro di scene grottesche e oscene fino all’ennesima potenza, nel quale lo spettatore si ritrova a essere sconvolto e divertito allo stesso tempo e, dove il tema portante non è la finanza di per sé, ma l’ambizione e l’avidità che li porta a una superbia incontrollabile che gli fa fare le peggiori e più folli azioni possibili. Leonardo Di Caprio, che interpreta Belfort, mostra con disinvoltura un personaggio insolente e perverso, che conosce ogni modo possibile per truffare il malcapitato di turno per il piacere di sottrargli denaro, che è la sua droga preferita ed è quella a cui è più dipendente; e qui bisogna dare merito a un’interpretazione strepitosa di Di Caprio, che si mette in gioco in innumerevoli scene imbarazzanti e comiche che dimostrano appieno la sua versatilità come attore. Jonah Hill affianca il bravo Di Caprio facendo anch’esso un ottimo lavoro e dando il suo talento comico nelle scene più esagerate del film, ma a tempo stesso fornisce una prova di spessore in generale, facendo vedere che può assumere altre forme di recitazione in efficiente maniera, oltre a quella comica. Si potrebbe parlare di un altro capolavoro di Scorsese quindi, ma purtroppo ci sono alcuni elementi non lavorati benissimo che non ci possono portare a considerarlo tale: l’eccessiva durata, ad esempio, si poteva benissimo fermare sulle due ore e un quarto, perché gli ultimi quarantacinque minuti sono decisamente scontati e pieni di scene superflue, che allontano la scorrevolezza e il divertimento avuti nel primo tre quarti di film; un montaggio frettoloso e troppo frenetico che non riesce a mascherare qualche grossolano errore (non è da Scorsese). Sul piatto della bilancia, però, si riscontrano più gli elementi buoni che quelli malvagi, e va dato atto che, Scorsese, con i suoi settantuno anni suonati, crea un’opera fresca e piena di selvaggio divertimento, che è un altro superamento di limiti della sua diversa ed eccellente carriera, corrisposto a quello fatto da Di Caprio in termini recitativi, che potrebbe dargli quell’Oscar, più sospirato dai suoi accaniti fan che dall’attore stesso.