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La solitudine di Federico Caffè.

Immagine1“Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disubbidienti a coloro che ci hanno preceduti”. [J. M. Keynes]

Cent’anni fa, nel gennaio del 1914, nasceva a Pescara Federico Caffè, uno dei più importanti economisti italiani di tutto il ‘900. Al centro delle sue riflessioni economiche ci fu sempre la necessità di assicurare elevati livelli di occupazione e di protezione sociale ai ceti più deboli.                                                                                 Egli, però, non fu solo il principale esponente italiano della teoria economica keynesiana e l’artefice di fondamentali studi macroeconomici. Il suo nome è legato indissolubilmente anche al mistero irrisolto che avvolge la sua scomparsa. Nella sua biografia intitolata “L’Ultima lezione”, ad operadi Ermanno Rea (da cui fu anche tratto un bellissimo film di Fabio Rosi con Roberto Herlitzka), lo scrittore napoletano ne tracciò un vissuto profondo, non banale, provando a spiegare le ragioni che lo portarono a decidere di scomparire nel nulla un giorno qualsiasi del 1987.                     

La sua sparizione è un mistero tuttora risolto.Federico Caffè, keynesiano della prima ora come abbiamo detto, maestro di economisti italiani del calibro di Mario Draghi, Ignazio Visco e Ezio Tarantelli (poi assassinato dalle BR nel 1985), scomparve la notte del 15 aprile 1987. Una scomparsa degna di un grande film d’autore. Nessun elemento che potesse apparentemente spiegare cosa fosse successo. Un’uscita di scena a un tempo silenziosa e fragorosa. Un vuoto improvviso e insieme clamoroso. Da allora, nonostante la ricerca forsennata che i suoi studenti condussero per tutta Roma, di lui non si seppe più nulla. C’è chi parlò di suicidio, chi di un frate sulle colline umbre molto simile al professore abruzzese, ma niente di certo si seppe più di lui.        

L’unica cosa certa fu la carica emotiva che il suo dileguamento mise carsicamentein circolo in tutto il paese, dando luogo a dibattiti, libri e film sulla sua vita e sulla sua importantissima opera di economista. Le critiche profonde e mai superficiali che egli condusse in tempi non sospetti, anche su Il Manifesto, contro i valori del neoliberismo, la strenua difesa del welfare in un sistema che rendeva sempre più soli, la sua personale battaglia contro l’idea, allora già presente, che le diseguaglianze fossero volani di opportunità, il tentativo di affermare l’importanza di una politica economica statale che fosse attenta alle dinamiche sociali ben più che a quelle finanziarie, fanno di lui uno dei più attenti studiosi di Keynesdel dopoguerra.              

Ripeteva che nessun male può superare la frustrazione e la disgregazione che la disoccupazione genera in una società. Aveva tremendamente ragione, e probabilmente la sua decisione di scomparire fu determinata anche dalla percezione di una personale impotenza di fronte alle catastrofi che la “sua” scienza economica stava producendo e verso le quali avrebbe poi degenerato. Ciò che colpisce è che i suoi scrittivedono usare parole ancora attualissime, scritte con la lungimiranza propria di un intellettuale riformista e in qualche modo rivoluzionario. La sua lezione consente di pensare alla realtà economica con uno sguardo dotato di sensibilità sociale, non dimenticando mai i più deboli che devono essere protetti attraverso un interventismo sociale concepito come un potente strumento di crescita e tutela sociale, e non come uno striminzito atto di elemosina. Scrive Caffè nel saggio “In difesa del welfare state”: “un’efficienza priva di ideali ci riporta al clima intellettuale che ha consentito di designare l’economia come una scienza crudele”. Da questa crudeltà Caffè usciva con un unico, grande perno teorico del suo insegnamento: l’economia da mettere a servizio dell’uomo e a sostegno dei più deboli. Niente di più semplice e di più partigiano.

Rileggere le opere di Federico Caffè, conoscerne meglio la vita e il pensiero, aiuta a capire meglio gli errori di questi ultimi trent’anni. Aiuta a distinguere meglio le ombre in questi tempi di nebbie e di sbandamenti ideologici. E aiuta a scoprire meglio la piccola, mite e disubbidiente sagoma di un incorruttibile professore “weberiano”, che pur di non cedere ai compromessi dei suoi tempi, preferì scomparire.Recuperare le idee economiche di Caffè, approfondire le sue proposte, ammirare la sua estrema e solitaria protesta verso le tante storture elevate a sistema costituisce, oggi più di ieri, una scelta consapevolmente controcorrente rispetto ad un sistema in balìa delle correnti.E per questo, divieneuna scelta ancora più preziosa.

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