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C’era una volta Ennio Morricone

ennio morriconeGli anni del postneorealismo determinano una svolta decisiva in senso filmico-musicale, ovvero la liberazione definitiva della musica per film dai vincoli “colti” e accademici con la conseguente affermazione degli specialisti propriamente detti, quelli che vivono l'esperienza cinematografica non come un diversivo di cui vergognarsi. Autori come Giovanni Fusco, Carlo Rustichelli, Mario Nascimbene, Piero Piccioni, Armando Trovajoli e, naturalmente, Ennio Morricone, musicisti a cui va l'indubbio merito di aver contribuito all'attualizzazione della musica per film e alla sua emancipazione dai modelli sinfonici.

Ennio Morricone vive fin dal periodo della sua formazione una duplice e contraddittoria esperienza umana e musicale che lo renderà una figura atipica tra gli epigoni d'area colta della musica europea del secondo Novecento. Un processo “dissocativo” tra il serialismo integrale e gli sperimentalismi post-cageiani del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, e la sua carriera di arrangiatore che lo porta a diventare un fenomeno della popular music, sopratutto a livello di media (radio, teatro e ovviamente  cinema). La notorietà arriva col filone western di Sergio Leone in cui la fusione di stilemi colti e di modi arcaici, uniti a una natura lirico-sarcastica, diventeranno tipici del suo stile musicale.

Uno degli aspetti più originali e caratterizzanti la scrittura di Morricone riguarda le commistioni stilistiche: nella leoniana trilogia del dollaro (“Per un pugno di dollari” 1964, “Per qualche dollaro in più” 1965, “Il buono, il brutto e il cattivo”, 1966) le musiche per i titoli di testa sono formate da tre segmenti autonomi, giustapposti e poi sovrapposti. Il primo, di carattere arcaico, è affidato a strumenti poveri come il fischio umano, l'armonica a bocca, lo scacciapensieri, etc.., il secondo attualizza quel clima attraverso l'aggressività della chitarra elettrica, mentre il terzo, più celebrativo e convenzionale, è affidato a un coro vocalizzante e a un'orchestra.

Il procedimento diviene meno schematico e più raffinato nel successivo “C'era una volta il West” (1968) dove il primo segmento è affidato a un clavicembalo e la chitarra abbandona i titoli di testa, molto più ambiziosi dei precedenti, per ritornare con l'armonica a bocca nella sanguigna musica del duello, qui la componente rock emerge in modo più autentico sopratutto grazie alla distorsione del suono degli strumenti.

Con “Giù la testa” (1971) Morricone sperimenta una radicalizzazione della concezione modulare per mezzo di una partitura madre dalla quale è possibile generare soluzioni molto difformi.

La consacrazione di questa concezione modulare è palese in “The Mission” (1986) di Roland Joffè dove i singoli strumenti (oboe solista, coro etnico, coro liturgico, orchestra d'archi e percussioni) interagiscono in un vero e proprio rapporto dialettico assumendo precisi ruoli simbolici e funzioni leitmotiviche. In “The Mission” la musica non è soltanto commento esterno alla narrazione, ma una presenza tangibile sia agli occhi dei personaggi che dello spettatore, un veicolo di crescita e di civilizzazione collettiva. Il messaggio in fin dei conti pessimistico del film trova nella musica l'unica via di riscatto. Basta pensare al tema “Gabriel's oboe”, l'incarnazione etica di padre Gabriel (interpretato da Jermy Irons), materializzazione musicale di un sentimento d'amore totalmente idealizzato e al di sopra delle parti.

Ma una delle caratteristiche peculiari di Morricone è senza dubbio lo spiccato senso del tematismo dotato di un altissimo profilo melodico dall'esplicita intonazione lirica, come il celeberrimo “Deborah'stheme” di “Once upon a time in America” (di Sergio Leone, 1984). Uno stilema tra i più caratteristici del tematismomorriconiano consiste nella dilatazione del tema stesso, che contribuisce a solennizzare il carattere della composizione e al tempo stesso valorizza le funzioni armoniche, ne sono un esempio “Romanzo”, il tema principale di “Novecento” di Bernardo Bertolucci (1976), brano dall'intonazione popolaresca e che contiene al suo interno l'intenzione epica di tutto l'assunto narrativo, e il “Tema del deserto” de “Il deserto dei tartari” (di Valerio Zurlini, 1976), più astratto, che rispecchia a pieno il flusso lento e introspettivo del film, e naturalmente del romanzo di Buzzati.

 

Una personalità multiforme, forte e inconfondibile, sempre pronto a rivendicare -spesso in modo polemico nei confronti dei propri colleghi americani- un'autorialità senza eccezioni. Un'assoluta eccellenza per quanto riguarda la musica per film tra gli anni '60 e '80 e un'incredibile fonte d'ispirazione per i numerosi musicisti specialisti delle generazioni future. Eppure Morricone vince un solo Oscar, per giunta alla carriera, nel 2007, dopo cinque nomination cadute del nulla. Uno dei più grandi misteri della storia degli Academy Awards.

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