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Storia di una ‘verginità che si difende’, in una bella estate

pavese“Quando la sveglia suonò, lei non dormiva e pensava a tante cose, nel tepore del letto. Alla prima luce rimpianse che fosse ormai in inverno, e non si potessero più vedere i bei colori del sole”.

                                                        Cesare Pavese, La bella estate

In una città che potrebbe essere qualsiasi, negli anni in cui avviene il fatto, anch’essi irrelavanti ai fini della storia, vive Ginia.

Molti critici hanno interpretato l’Opera di Pavese ‘La bella estate’ conferendo ai luoghi della narrazione e ai tempi storici un merito che sminuisce di gran lunga l’intento dell’autore.

Pavese, infatti, racconta la storia facendo riferimento a un cambiamento universale al quale ogni creatura umana deve sottoporsi, imparando a portare la croce. Negli anni che susseguono l’infanzia e precedono la maturità, oggi come in antichità e futuro, gli uomini, tutti, subiscono un grave lutto personale, quello della propria coscienza. È inevitabile, alcune si ammalano ed ansimanti aspettano il lento decorso, ad altre invece si ferma il cuore e nell’immediato l’uomo si ritrova a vivere di sole emozioni rancide.

Ginia è una sarta e abita con suo fratello, operaio, negli anni in cui Torino faceva da scenario a una festa ininterrotta, i ’30, ma se fosse appartenuta ad altri tempi o a differente ceto sociale, il risultato sarebbe stato lo stesso. La sua coscienza, ancora sana all’inizio della narrazione, incontra Amelia, la cui anima già non le appartiene più.

In un intreccio che somiglia ad un classico racconto ispirato alla gioia che si percepisce nel vivere di vizi e trasgressione, il soffio vitale della protagonista si scontra incessantemente e tumoltuosamente con l’ambiente al quale inizia ad accostarsi durante quell’estate.

Amelia è malata di sifilide e posa per i pittori come modella. Appagata dalla nuova amicizia, ma famelica di divorare il corpo e la spiritualità vigorosa di Ginia, la conduce nello studio che avrebbe assistito all’omicidio. Guido il pittore ruba alla ragazza spirito e massa, ma è lui ad ucciderle l’anima ? o forse la colpa è dell’ingorda?                        Magari invece le indagini riveleranno che si è trattato di morte naturale.

Con un linguaggio semplice, una dialettica non ostentata e una caratterizzante mania descrittiva immersa nei simbolismi, Pavese dedica a tutti le sue sequenze narrative, seppur alienando il suo io narrativo e riversando su Ginia un personale bagaglio di consapevlezza e esperienza che rendono egli stesso all’interno del racconto.

 

Nell’edizione Einaudi il romanzo si concede nella sua forma migliore, che abbia vinto il premio strega nel 1950 a noi non interessa. 

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