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Big fish: se una sirena vuole farti vedere il mare, seguila

bigfidhLa mente umana è talmente forte che spesso arrivi a essere quello che immagini e a raccontare quello che sei diventato.  Ogni uomo possiede un occhio di vetro per comunicare con le streghe, appaga la sua fame di conoscenza con pesci di spropositata misura e si erige a gigante per superare anche l’ostacolo del cielo. William, profondamente legato allo spirito apollineo, proprio non riesce a credere che suo padre abbia vissuto tante avventure, eppure sbaglia. 

Dopo aver salvato un gigante, Edward Bloom arriva in un paesino i cui abitanti hanno tutti i piedi per terra e le scarpe per aria, l’aria è senza dubbio gradevole ma il ragazzo cerca qualcosa, deve andare.

Il Circo. Un enorme tendone in movimento, un quadro felliniano all’interno del quale tutti deridono la realtà, banalizzandola, all’oscuro del fatto che la tangibilità non è che l’altra parte del sogno.

Uno sguardo. L’immagine è ferma, ed è la prova schiacciante che nei suoi occhi il vero e il fittizio coincidono in un’unica meravigliosa verità che fa da capoverso all’inizio di un processo in continuo sviluppo, in divenire. Dopo averla resa protagonista del suo racconto,  Edward non avrebbe più lasciato Sandra, in fondo l’amava, ma anche in superficie.

Non era la malattia ad averlo reso debole, anche se contribuiva, era il pensiero che per William lui fosse solo un cantastorie, un menestrello pronto a tener banco ogni qual volta la situazione lo richiedesse;   scavalcando anche i momenti altrui, cosa ben peggiore.

Edward non raccontava per intrattenere, né per evadere la grigia realtà; ma per far conoscere agli altri un’iride camaleontica che riesce a prevedere che al tuo funerale saranno tutti presenti tranne i tuoi “colleghi d’ufficio”, quindi tanto vale avere per amico un lupo mannaro.

Nell’ultimo capitolo della loro vita insieme, padre e figlio si incontrano nello sconosciuto paese della comprensione e William ripercorre tramite il ricordo una vita di racconti.

Per la prima volta percepisce e sfiora lo spirito incantato e dionisiaco di Edward; i due non erano mai stati così empaticamente vicini come in quell’occasione, William, come il ladro, stava rubando nella città perfetta un attimo prima che arrivasse il signor Capitalismo.

Da riconoscere a Daniel Wallace, autore del libro che ha ispirato il film, il merito di aver lavorato i suoi personaggi, un po’ come si fa con la creta, su modelli appartenenti alla letteratura, rendendoli così piacevolmente riconoscibili.

I lettori rincontrano in Edward un vecchio Ulisse, ancora non stanco di avere qualcosa da cercare con curiosità, che in compagnia di un grande amico con un occhio solo, parte per un lungo viaggio.

Wallace vuole regalare a padre e figlio anche un’analogia  nei  nomi e visto che Omero al cognome di Ulisse proprio non aveva pensato, l’autore fa riferimento  a Leopold Bloom, protagonista dell’ Ulysses di Joice.

Tra streghe che ricordano l’universo di E. A. Poe e brutti presagi annunciati da uccelli del malaugurio proprio come nei racconti del terrore di Lovecraft, William, come Belluca, protagonista de Il treno ha fischiato di Pirandello, deve trovare la sua Maschera Nuda, vale a dire un idilliaco punto d’incontro tra la sua realtà e quella del mondo esterno.

Al visionario Tim Burton viene commissionata la grande responsabilità di narrare per immagini quest’incredibile storia. Non deludendo le aspettative, il regista dirige gli attori impeccabilmente nel muoversi tra le atmosfere oniriche che caratterizzano il suo genio. Ma viene anche diretto da colei che da sempre lo ispira, sua moglie, Helena Bonham Carter.

Big fish è un capolavoro cinematografico con una colonna sonora da Oscar, interpretato da attori perfettamente congrui al loro personaggio quali Ewan McGregor, Albert Finney, Jessica Lange e Alison Lohman; ma questa è un’altra storia.