Le voci di dentro

Emozione, adrenalina ma soprattutto riflessione, sono questi i tre ingredienti che hanno reso unico e travolgente l’adattamento registico de “Le voci di dentro” di Eduardo De Filippo per la regia del premio Oscar, attore poliedrico e camaleontico  come pochi, Toni Servillo. L’opera si snoda secondo i dettami di un ritmo incalzante, al cui interno vi è inclusa una cangianza ascendente di molteplici passaggi emotivi  vissuti dai protagonisti in maniera estremamente intima e completa, perchè maneggiati, curati ed intessuti con caparbietà e travolgente passione dal genio registico di Servillo. Tutto nasce dal nulla, da quella “materia” impalpabile, rifugio e tormento degli esseri umani, mescolanza di vita ed immaginazione … il sogno … quello di Alberto Saporito, il protagonista, il quale semplicemente immagina azioni gravi e maldestre compiute dalla famiglia Cimarruta sua vicina di casa, da lui accusata e denunciata alle forze dell’ordine, ma si tratta di un sogno e pian piano Alberto si rende conto del grande sbaglio fatto nello denunciare i protagonisti della sua immaginazione notturna. Nonostante cerchi di chiarire con loro però, scusandosi dell’accaduto, ecco improvvisamente snodarsi questa rocambolesca farsa ipocrita che è la vita, questa mascherata di legami, leggi, morale, equilibri e religione … si tratta di un sogno si, ma quel sogno mette in crisi tutti i componenti della famiglia che, come in un pellegrinaggio redentivo, si recano uno ad uno ( perché è solo in solitudine che abbiamo il coraggio di confessare le azioni ed i pensieri più vergognosi), a casa di Alberto per spiegare, giustificare, “giustiziare” e “punire”, ma soprattutto purificarsi e redimersi … ma da cosa? Da un sogno? Alberto veste inconsapevolmente i panni di un giustiziere universale gettando nel panico i protagonisti di questa mascherata che è la vita stessa, con i suoi falsi equilibri creati da tutti loro per sopravvivere, da quella cortesia, quella comprensione, amore, preoccupazione, garbo e rispetto … tutto ipocrita, tutto intriso di meschinità e menzogna, tanto da valutare seriamente l’ipotesi di corruzione e malefatte avanzata ed immaginata da Alberto, ed ecco che il sogno, l’immaginazione, in un gioco parodistico e surreale, supera la realtà pur se creata da essa … realtà ormai talmente malata, talmente intrisa di falsi bonismi, da non riuscire più a discernere al suo interno stesso ciò che è vero da ciò che è falso, ed ecco che il sogno entra a pieno titolo in questo quadro abietto mescolandosi in un gioco mimetico perfetto che getta nello sconforto più totale i protagonisti della vicenda. Incredibile ed eloquente inoltre anche la scenografia dell’opera che sembra dispiegarsi secondo i paradigmi di un’alter ego parallelo di quella che è l’essenza intrinseca dell’opera, racchiudente al proprio interno la sua anima che prende a districarsi su un piano simbolico, visivo e quindi materiale: quelle sedie sospese in aria, accavallandosi l’una a l’altra, legate da un filo invisibile quasi a sfidare la forza di gravità, poste all’ingresso della casa del protagonista, simboleggiano  il sogno, l’immaginazione, quasi come se Alberto le avesse poste volontariamente fuori dalla sua porta per giustificarsi ed insieme discolparsi di ciò che aveva fatto, quasi per avvertire loro  “state tranquilli, è stato solo un sogno”. Ma ancora più che la scenografia, la metafora essenziale dell’intera opera è racchiusa nella figura del vicino di casa del protagonista, u Zì Nicola, si perchè lui ha smesso di parlare con un mondo corrotto che non ascolta … parlare di cosa poi? È tutto intriso ed avvolto di nulla, di maschere, di commedie, di ipocrisia che permea una realtà ormai malata al punto che un sogno, un’immaginazione può entrarvi liberamente ed essere scambiata per verità al punto da gettare nel panico tutti … allora qual’ è il sogno e quale la realtà?  ecco che le barriere tra i due universi si infrangono in questo valzer vizioso in cui noi tutti, in ogni tempo, in ogni luogo ne restiamo intrappolati. “Eduardo scrive questa commedia sulle macerie della seconda guerra mondiale, ritraendo con acutezza una caduta di valori che avrebbe contraddistinto la società, non solo italiana, per i decenni a venire. E ancora oggi sembra che Alberto Saporito, personaggio-uomo, scenda dal palcoscenico per avvicinarsi allo spettatore dicendogli che la vicenda che si sta narrando lo riguarda, perché siamo tutti vittime, travolte dall’indifferenza, di un altro dopoguerra morale.” Toni Servillo

 

Montagno Bozzone Sebastiana

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