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Lavorano di più ma vengono pagate meno: l'Italia non è ancora un paese per donne


suffragette-votes-for-womenL'8 marzo di ogni anno ricorre la giornata internazionale della donna (comunemente definita in modo improprio “Festa della donna”) per ricordare le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne. Che, dal lontano 1918- anno in cui negli Stati Uniti si poté finalmente parlare di
suffragio universale, essendo state ammesse al voto anche le donne- hanno visto via via riconosciuta la propria importanza e dignità. Oggi le donne hanno il diritto di
scegliere se diventare mogli oppure o no- e almeno nel mondo occidentale- chi sposare e quanti figli avere, possono accedere ai gradi più elevati di istruzione. Fanno
carriera, ricoprendo posizioni che prima erano impensabili per una donna. Possono vivere la propria vita in piena libertà ed autonomia, esprimendo se stesse e le proprie
potenzialità.
Anche in Italia, e in particolar modo nel Mezzogiorno dove la radicata cultura maschilista e patriarcale, unita ad un'arretratezza economico-culturale, ha
per secoli relegato la donna ai margini, si sta assistendo a cambiamenti non indifferenti nel mondo femminile. Nel Sud del nostro Paese, come nel resto della penisola, le donne vedono riconosciuto il proprio valore sul posto di lavoro e a scuola, così come nella vita privata. Dimostrano di avere un
potere decisionale maggiore per quanto attiene non solo le questioni personali ma anche famigliari.
Sempre più donne, poi, partecipano attivamente al mondo della politica, sebbene qui, come altrove,
le quote rosa siano ancora una percentuale molto esigua.
Se l'esperienza e il vissuto quotidiano ci rendono edotti del peso crescente delle donne
nell'economia e nello sviluppo della nostra società, altra cosa sembrano rivelare le statistiche.
Occupazione, salari, trattamento delle donne sul posto di lavoro, possibilità di fare carriera,
discriminazioni: qui i dati sembrano contraddire , almeno in parte, la realtà.
Iniziamo dai dati sull'occupazione (estratti dal rapporto annuale Istat 2013).
Nonostante la maggiore tenuta dell’occupazione femminile negli anni della crisi, la quota di
donne occupate in Italia rimane di gran lunga inferiore rispetto alla media Ue27a: 47,1 per cento
contro un 58,6 per cento della media europea. Dall’inizio della crisi, l'occupazione femminile è
cresciuta sì, ma con ritmi differenti a seconda dei settori. Nelle professioni non qualificate il ritmo
di crescita è più che doppio rispetto a quello degli uomini (l’occupazione femminile cresce nel
periodo 2008-2012 del 24,9 per cento, quella maschile del 10,4 per cento) e più che triplo
nell’ambito delle professioni che riguardano le attività commerciali e i servizi (+14,1 e +4,6 per
cento, rispettivamente). Nel settore terziario nei comparti del commercio, degli alberghi e nella
ristorazione e in quello dei servizi alle famiglie, le donne rappresentano la quasi totalità degli
occupati. Commesse alla vendita al minuto, colf e segretarie sono le professioni che raccolgono il
maggior numero di occupate.
Nel 2012 l’incidenza delle donne sovra-istruite, ossia impiegate in professioni per le quali il titolo
di studio richiesto è inferiore a quello posseduto, continua a essere maggiore di quella degli
uomini(23,3 per cento contro 20,6 per cento). Anche nel caso del lavoro atipico l’incidenza
femminile resta più elevata , in modo particolare per il Mezzogiorno.

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La disuguaglianza di genere nel mercato del lavoro si manifesta anche nei differenziali salariali:
le donne guadagnano mediamente meno degli uomini. La bassa valorizzazione delle competenze, la
segregazione occupazionale e la maggiore presenza nel lavoro non standard sono elementi che
concorrono a spiegare la disparità salariale femminile. In media, la retribuzione netta mensile delle
dipendenti resta inferiore di circa il 20 per cento a quella degli uomini (nel 2012, 1.103 contro 1.396
euro), anche se il divario si dimezza considerando i soli impieghi a tempo pieno (11,5 per cento,
rispettivamente1.279 e 1.444 euro); fra questi, le differenze si mantengono rilevanti per le laureate.
Inoltre,le donne dichiarano con minore frequenza degli uomini di beneficiare delle voci salariali
accessorie, quali gli incentivi o lo straordinario.
In una carriera spesso contraddistinta, oltre che dalla maggiore presenza dei fenomeni di sovraistruzione,
anche da episodi di discontinuità dovuti alla nascita dei figli, il differenziale salariale a
sfavore delle donne aumenta con l’età, soprattutto per le laureate a cui si aggiunge, sui valori medi,
l’effetto “soffitto di cristallo”.
Lavorano di più, sono mediamente più istruite, ma guadagnano meno e sul lavoro risultano essere
più penalizzate rispetto ai colleghi uomini: questo è il quadro che emerge della situazione lavorativa
in Italia.
Vogliamo ancora festeggiare?



Via libera ai festeggiamenti, se questo è un modo come un altro per trascorrere una serata in allegria, tra amiche, in un bel locale a gustare piatti saporiti e ad ascoltare buona musica. Ma che non rappresenti l'erronea impressione che la donna abbia il
posto che merita nella società. Festeggiamenti, mimose, una scatola di cioccolatini, è ciò di cui hanno davvero bisogno le donne al giorno d'oggi? O, piuttosto, un impegno più concreto da
parte delle istituzioni?
Le cause dei differenziali occupazionali tra uomini e donne è complessa: non esiste un’unica
causa, ma tanti sono gli elementi che contribuiscono a spiegare le differenze nei tassi di
occupazione maschili e femminili in Italia. Un ruolo importante sembra averlo, ad esempio, la
cultura del Paese, intendendosi per cultura: “ l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali
ed emozionali unici nel loro genere che contraddistinguono una società o un gruppo sociale. Essa
non comprende solo l’arte e la letteratura, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali degli esseri
umani, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze” (UNESCO)
Geert Hofstede, psicologo sociale e antropologo olandese, ha studiato le interazioni tra culture.
Tra le sue più importanti realizzazioni c’è l’istituzione della teoria delle dimensioni culturali, che
fornisce uno schema sistematico per stabilire le differenze tra nazioni e culture. La terza dimensione
è la mascolinità, contrapposta alla femminilità. L’autore si riferisce alla distribuzione dei ruoli
all’interno dei sessi, addentrandosi nell’analisi di valori quali la modestia e l’assertività (polo
femminile) o la competitività (polo maschile). In ambito manageriale, la considerazione più
interessante è che una cultura maschile enfatizza lo status (che deriva per esempio dalla posizione e
dal salario), mentre una cultura femminile ha maggiore attenzione per le relazioni umane e la
qualità della vita. E' importante sottolineare, però , che le culture in posizione alta sulla scala della
mascolinità in genere hanno differenze più rilevanti tra i sessi e tendono a essere più competitive e
ambiziose. Quelle con punteggi bassi mostrano meno differenze tra i sessi e danno un valore
maggiore allo sviluppo di relazioni. L'Italia è tra i paesi con l'indice di mascolinità più elevato.
La cultura di un paese è la lente attraverso la quale gli individui interpretano la realtà e assegnano
priorità a valori ed obiettivi. Necessariamente, questa si riflette nei modelli imprenditoriali e nel
modo di fare impresa. Se difficile è cambiare la cultura di un Paese ( se non nel lungo periodo e con
molti sacrifici), molto più facile è sollecitare le pubbliche amministrazione e lo Stato affinché
elaborino politiche pubbliche a sostegno dell'occupazione femminile. Politiche pubbliche a favore
della famiglia (asili nido e servizi per gli anziani, ad esempio) possono contribuire a facilitare
l’accesso e la permanenza delle donne nel mondo del lavoro.

 

fonti:
– ISTAT, Rapporto annuale 2013, cap. 3 Mercato del lavoro: tra minori opportunità e
maggiore partecipazione
http://news.telelangue.com/it/2011/10/geert-hofstede-e-la-teoria-delle-dimensioni-culturaliuna-
sintesi

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