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La Turchia tra Oriente e Occidente


Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull'altra riva, l'Asia. Stare vicino all'acqua, guardando la riva di fronte, l'altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere” (O.Pamuk, Istanbul, 2003).

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Questo brano, dello scrittore turco Orhan Pamuk, 1952, condensa assai bene qual’è la natura particolare della città di Istanbul, antica Costantinopoli e poi Bisanzio, e della Turchia nel suo complesso. Turchia, penisola anatolica, è da sempre a cavallo tra Oriente e Occidente, da quando l’impero persiano guidato da Ciro il Grande e da Serse veniva a minacciare le città greche dell’Asia Minore e dell’Egeo.

A partire dal Medioevo fu utilizzata dai Turchi Selgiuchidi come rampa di lancio per contrastare l’Impero Romano d’Oriente e divenne poi l’epicentro dell’Impero Ottomano nelle sue gloriose conquiste che ebbero come apogeo i secoli XVI e XVII. Gli ottomani lambirono tutto il Mediterraneo, l’Africa settentrionale, il Medio Oriente e i Balcani e si fecero sentire fino alle porte di Vienna.

La storia della Turchia, quindi, quella passata come quella più recente, narra del sincretismo tra differenti culture. Stante una maggioranza schiacciante di seguaci della religione islamica (circa 99% con presenza irrisoria delle altre credenze religiose come ortodossi, cristiani ed ebrei) e una presenza determinante di persone appartenenti all’etnia turca (76,1% contro un 15,7% di curdi e un restante  8,3%, che si suddivide tra armeni, greci ed ebrei) la Turchia è luogo di passaggio e prossimità di una serie di mondi e culture diverse. Affaccia su tre mari, il Mar nero a Nord, il Mediterraneo a sud e l’Egeo (in effetti parte del Mediterraneo) ad ovest. Confina con  Georgia, Armenia, Iran, Iraq, Siria, Bulgaria, Grecia, ma di fatto ha una vicinanza marina anche con Russia, Ucraina, Romania, Libano e Cipro (di cui occupa una parte), oltre che con Israele ed Egitto. Già prendendo in esame queste nazioni e territori, alcuni teatri di guerre e scontri recenti, si intuisce l’importanza strategica della Turchia dall’antichità ai giorni nostri. Dopo il lungo periodo dell’Impero Ottomano (dal 1299 al 1922 circa) la terra turca a partire dal 1923, anno di fondazione della Repubblica, conobbe una de-islamizzazione sotto la spinta del leader militare Mustafa Kemal, detto Ataturk e del suo Movimento Nazionale Turco. Nel 1945 la Turchia entrò nelle Nazioni Unite e con la dottrina Truman del 1947 ebbe aiuti economici dagli Stati Uniti per poi entrare nel 1952 nella sfera NATO e concedere basi operative a quest’ultima sul suo territorio. Parallelamente venne abbandonato l’arabo come lingua scritta e adottato l’alfabeto latino. Si procedette quindi ad una laicizzazione, con perdita di influenza delle scuole coraniche, delle tradizioni del precedente periodo ottomano e l’abbandono dell’obbligo del velo per le donne. Le istituzioni vennero modellate su quelle occidentali, pur mantenendo la cultura sincretica che caratterizzava quei luoghi e che riaffiorava comunque in più elementi. Dal 1984 venne combattuta una sanguinosa guerra contro i curdi del PKK.

Con la fine della guerra fredda, la caduta dell’URSS e l’alba del nuovo secolo la tendenza politica in Turchia però è un po’ cambiata. Lo strapotere dei militari si è attenuato e al laicismo sta facendo posto una nuova volontà di ritorno alla religione e alle sue dottrine. Il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdoğan, dopo aver fondato il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), alla fine degli anni Novanta era stato imprigionato con l’accusa di incitamento all’odio religioso, mentre declamava i versi del poeta Ziya Gokalp, “le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati”.  Nel 2002, in un sistema unicamerale con legge elettorale proporzionale e sbarramento al 10%, in vigore dal 1982, il partito di Erdogan aveva stravinto le elezioni senza competitori, con il 34 % dei consensi. Dal 2004 si è insediato al governo e sono interessanti i cambiamenti degli ultimi dieci anni. Da una parte la Turchia ha avuto un possente sviluppo economico (in effetti già cominciato negli anni Ottanta, ma che ultimamente ha avuto tassi di sviluppo annui ancora più notevoli, con poche battute d’arresto nel 1994, 1999 e 2001, in quest’ultimo caso anche a causa del terremoto). La Turchia, da paese sostanzialmente agricolo, è ora una media potenza industriale (dal 1999 fa parte del G20) con le attività secondarie situate in gran parte sulla costa occidentale e il terziario in forte decollo (comunicazioni, commercio, trasporti, banche, turismo). Solo il turismo, molto cresciuto negli ultimi vent'anni, è divenuto la prima fonte di reddito del Paese. Dall’altro versante, in aperta contraddizione, c’è il tentativo dell’attuale governo di tornare a concezioni culturali precedenti all’epoca repubblicana, con un ruolo nuovamente importante conferito all’islam e il ritorno di antiche consuetudini come le scuole coraniche, il velo, ecc. Queste ultime tendenze sono state contestate da elementi della società turca che non vogliono rinunciare alla modernità (e c’è anche la spinosa questione del trattamento, passato e presente, delle minoranze, etniche e religiose). In più non è più ben chiaro se il futuro della Turchia, ponte tra est e ovest, sia rivolto verso l’uno o verso l’altro.

Se il partner principale del commercio estero turco è l'UE (59% delle esportazioni e 52% delle importazioni nel 2005) e gli Stati Uniti, anche Russia, Giappone e Cina si sono fatti avanti. La Turchia ha sottoscritto un'unione doganale con l'UE nel 1995, che ha aumentato la produzione industriale e attirato numerosi investimenti (nel 2006 è riuscita ad attrarre investimenti dall'estero per 19,9 miliardi di dollari) e ultimamente ha effettuato numerose privatizzazioni, ma la politica dell’attuale governo sta spingendo anche per ridefinire i legami con l’occidente, imposti e poi accettati a partire dagli anni Venti del ‘900.

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Erdogan e il suo partito, se da una parte hanno rivendicato la volontà di ingresso nell’UE (con perplessità e paure da parte di Germania e Francia) ma dall’altra cercano di disegnare nuove alleanze, in primis coi loro vicini territoriali, che li porta a guardare ad est, invece che ad ovest. La Turchia dunque ha i piedi in occidente (si pensi alla forte comunità turca tedesca), ma una buona parte di corpo rivolta a Oriente, a cui lo legano oltre che monti, sabbie e guerre alle porte anche possibilità economiche e comunanze e affinità religiose. I dilemmi non sono risolti e nonostante l’asprezza di certe contrapposizioni (si pensi ad esempio alle proteste di piazza Taksim) dimostrano, se non altro, la vivacità dei diversi punti di vista, tra tradizione e modernità, religiosità osservante e laicismo, est e ovest e delle forze contrapposte che si contendono l’anima turca, nell’esigenza di contrastare la piattezza dove tutto è uguale a tutto. Lotte come quella recente fatta dal governo turco contro la diffusione dei social network come Facebook e Twitter o cartoni animati occidentali ritenuti diseducativi come I Simpson, che fanno pensare ad analoghi provvedimenti della Cina, a parte la venatura antidemocratica, non sembrano essere strumenti utili per emergere dalle contraddizioni.     

Come esemplificazione conclusiva di questi contrasti vorrei citare nuovamente lo scrittore Pamuk, costretto a fare la spola tra USA e Turchia, inviso in patria a fazioni fondamentaliste, sia laiche che religiose, in particolare seguendo la trama del suo fortunato romanzo Neve del 2002: Ka è un poeta turco emigrato in Germania che torna in Turchia per indagare su strani casi di suicidi di donne nella città di Kars. Durante il suo soggiorno, circondato dalla neve, incontra la bella Ipek, una vecchia compagna di università, e se ne innamora nuovamente. Ipek era già sposata ma ha divorziato dal candidato sindaco di un partito integralista islamico. La donna corrisponde l'amore di Ka ma le indagini di quest’ultimo sui suicidi delle donne fanno emergere un problema di contrapposizioni tra laici e religiosi: l’obbligo, portato avanti per le donne dallo Stato laico, di tenere la testa scoperta e non portare il velo viene visto dalle donne come un sopruso ed un'offesa ad Allah. Poco prima delle elezioni un colpo di stato stravolge la vita della comunità di Kars e la storia tra Ka e Ipek si mescola agli scontri successivi al colpo di stato. Ka si trova a doversi dividere tra esponenti del fanatismo laico, autore del colpo di stato, e gli integralisti islamici. Alla fine Ka torna in Germania senza Ipek e viene poi ucciso da estremisti islamici per le strade di Francoforte. L’arretratezza sia dei moderni che dei tradizionalisti, gli odi che prevalgono sugli amori, la neve che serra nella sua morsa ogni cosa. E’ l’attesa della Turchia, tra oriente e occidente, di un’alba che forse verrà.