Ao, a Roma se parla così

 

dialetto romanesco 1Le lingue der Monno

Sempre ho ssentito a ddì cche li paesi

Hanno ognuno una lingua indifferente,

Che da sciuchi l’impareno  a l’ammente

E la parleno poi per èsse intesi.

 Sta lingua che ddich’io l’hanno uguarmente

Turchi, Spaggnoli, Moscoviti, Ingresi,

Burrini, Ricciaroli, Marinesi,

 Ffrascatani, e ttutte l’antre ggente.

             Ma nnun c’è llingua come la romana

Pe ddí una cosa co ttanto divario,

Che ppare un magazzino de dogana.

             Per essempio noi dimo ar cacatore,

Commido, stanziolino, nescessario,

Logo, ggesso, ladrina e mmonziggnore.

 Giuseppe Gioacchino Belli

Roma 16 dicembre 1832

Dialetto deriva dal greco diàlektos che significa “lingua”. Oggi con questo termine vengono indicati sia un sistema linguistico autonomo dalla lingua nazionale, sia una sua varietà parlata. L’unica peculiarità che distingue effettivamente il dialetto dalla lingua è l’estensione dell’area geografica in cui vengono utilizzati:  lo spazio in cui si diffonde e vive un dialetto è generalmente più circoscritto rispetto a quello della lingua.

Inoltre da un punto di vista sociologico la lingua, diversamente dal dialetto, subisce una codificazione, possiede un utilizzo scritto, gode di prestigio sociale superiore rispetto ai dialetti ed è simbolo dell’identità nazionale, mentre il dialetto identifica una realtà locale.dialetto romanesco 2

Tra i dialetti italiani, quello parlato a Roma è il più diffuso grazie all’impiego che ne fanno i mass media. Questo fenomeno se da un lato è da attribuire alla centralità di Roma, dall’altro dipende dalla facilità di comprensione del romanesco, che è molto vicino all’italiano come pure i dialetti toscani.

A Roma lingua e dialetto non possiedono codificazioni differenti come avviene ad esempio a Palermo o a Venezia e risulta difficile riconoscere e separare il romanesco dalla varietà regionale bassa d’italiano, parlata nella stessa area geografica. E così avviene che molti parlanti colti, che non si ritengono dialettofoni, nel loro parlato informale ricorrano a frasi tipo che stai a ffà? Oppure mo ssalgo.

Questa continuità linguistica fra dialetto e lingua standard ha fatto pensare negli anni Trenta ad una possibile dissoluzione del romanesco nella lingua nazionale.

Infatti quando Roma divenne capitale d’Italia, si verificarono ondate migratorie - da Nord, da Sud e dalle campagne del Centro - che provocarono un profondo mutamento della situazione linguistica di quest’area. Si avviò un primo processo di italianizzazione di cui sono rimaste le tracce nelle poesie di Trilussa o di Pascarella che presentano un grado di dialettalità molto ridotto rispetto alla produzione poetica di Belli.

dialetto romanesco 3Durante gli anni del fascismo la pronuncia romana colta fu scelta come modello standard. La radio diffondeva le peculiarità della varietà romana preferendole a quelle della parlata toscana. Tra queste le più rilevanti sono: il grado di apertura delle vocali toniche e e o reso differente in parole come ébbe e colònna; la pronuncia della s intervocalica sempre come sorda; la differente resa della z, (sorda o sonora). Inoltre le parole che iniziano per consonante perdevano la pronuncia intensità che era caratteristica della parlata toscana, nelle interrogative dopo le parole da, dove e come; altre parole che iniziano per consonante vedevano la pronuncia rafforzata tipica del romano dopo la preposizione di (di llì, di llà, di ppiù) e in altri termini come cchiesa e ssedia.

 

Dopo la seconda guerra mondiale nuovi flussi migratori hanno attraversato l’Italia intera provocando vari mutamenti che hanno fortemente influito sulla situazione linguistica. La città di Roma ha allargato i suoi confini, si è formato un vasto hinterland che ospitava persone provenienti dal centro della città e dal resto del Paese, prevalentemente dal Meridione.

Questa mescolanza di varietà, affiancata all’ampia diffusione dell’italiano standard, ha comportato negli anni una «demotivazione normativa» (la definizione è di Pietro Trifone) per cui molti giovani si sentivano  «padroni così della lingua come del dialetto e tendevano quindi a preferire consapevolmente, solo in determinate circostanze, un neoromanesco più espressivo dell’italiano standard.»

I nuovi tratti dialettali importati dalle successive generazioni di parlanti «hanno progressivamente allargato la forbice tra romanesco e italiano, […] e, parallelamente» hanno comportato «l’accoglimento in italiano di elementi dialettali romani, specie nel lessico e nella fraseologia.» (Paolo D’Achille).

Se negli ultimi anni abbiamo assistito ad un’impennata della vitalità dialettale del romanesco nel parlato, nelle pubblicità e nell’utilizzo scritto non letterario, bisogna constatare anche il suo attuale declino come possibile base per un nuovo standard parlato a causa della sua debolezza normativa e sociolinguistica.

Come rileva il Professore di Linguistica Italiana, Paolo D’Achille, in uno dei suoi studi sul dialetto romanesco,

  «nonostante la contiguità con la lingua (o forse proprio per questa)» oggi «il romanesco è considerato un dialetto proprio, soprattutto, di persone incolte e volgari (i bulli e i “coatti” delle borgate periferiche), o comunque riservato a comunicazioni di carattere informale, dai messaggi di tono scherzoso agli alterchi più violenti. Il suo perdurante successo al cinema, sia nel genere comico (pensiamo almeno alle pellicole di Carlo Verdone), sia nel filone detto “neo-neorealistico” (rappresentato da film anche drammatici come Cuore cattivo o Questione di cuore) si spiega anche con questo.»

Come si configura allora il romanesco contemporaneo? Vi sono alcune caratteristiche che differenziano questo dialetto dall’italiano standard. Fra le più rilevanti:

-       - Tratti linguistici mantenuti dal romanesco antico: conservazione della e protonica ( me fa, dimme); le assimilazioni progressive di ND in NN, e LD in LL (quanno, callo); l’affricazione della s dopo n, r e l (la borza, il zale); l’esito -AIO sviluppato in -ARO (fornaro, benzinaro); la perdita della –I della desinenza -IAMO della prima persona plurale presente di tutte e tre le coniugazioni (annamo, credemo, dormimo).

 - Tratti linguistici sviluppati tra il Cinquecento e l’Ottocento e poi mantenuti: scomparsa del dittongo -uo- in termini quali bòno, nòvo, còre; la -c- palatale sorda diventa -sc-  fricativa (bascio, miscio); regressione di –gl a –j o a  –i (fijo, majone); apocope dell’ultima sillaba degli infiniti (stà, dormì, morì); la rotacizzazione di -l prima di consonante (cortello per “coltello”, carma per “calma”); l’articolo determinativo maschile il diventa er; l’evoluzione di   –n in –gn (gnente, magnà, spigne); scempiamento o rafforzamento di alcune consonanti (guera e caretto, ma subbito e abbile).

 

 - Tratti linguistici sviluppati nel corso del Novecento: dileguo di –l in tutti i derivati di ILLE (daa ggente per “della gente”, daa casa per “della casa”, quoo bbòno per “quello buono”, eccaa llà per “eccola là”, o famo per “lo facciamo”); tendenza ad assimilare il gruppo –st–ss (ssrano per “strano”, ssazione per “stazione”, ssanno per “stanno”); l’uso della allocutiva davanti a nomi di persone spesso troncati (a ma’, a bello, a Fra’).

 

- Al livello lessicale sono andati perduti alcuni termini quali marignano per “melanzana” e rampazzo per “grappolo”; altri invece convivono insieme alle denominazione dell’italiano standard (dindarolo e salvadanaio, bernoccolo e bozzo oppure ficozzo/a, occhiaie e borze). Molte parole sono di utilizzo recente, possono quindi essere considerate come neologismi dialettali (piacione per “vanitoso”, fico per “bello”, purciaro per “avaro”) e alcune di esse sono entrate nell’italiano standard trovando posto nei dizionari.

dialetto romanescoIl romanesco è uno dei pochi dialetti italiani rintracciabile anche nel linguaggio non verbale: vi sono alcuni gesti che vengono compresi facilmente in tutta Italia e riconosciuti come romani. I più famosi sono il gesto che indica il gabbio (la prigione), cioè una mano aperta col palmo rivolto verso il viso e la cosiddetta mano a cucchiara, che posta affianco alla bocca con le dita unite, rafforza e colorisce l’enunciato, insieme al tono di voce solitamente molto alto.