Emergenza Rom?

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Prima di tutto le cifre. In Italia è stimata una presenza di circa 160.000 rom, contro il milione degli Stati Uniti, gli 800.000 del Brasile, gli oltre 600.000 di Spagna e Romania, il mezzo milione di Francia e Turchia, i 370.000 della Bulgaria, i circa 200.000 di Grecia, Ungheria e Russia. In totale, in tutto il mondo vi sono tra i 12 e i 15 milioni di individui di etnia riconducibile al ceppo rom-sinti, per la maggior parte stanziati nei confini dell’Unione europea. Dei rom presenti in Italia poco meno della metà sono cittadini italiani e vantano un radicamento territoriale che risale a secoli addietro (è il caso dei Sinti abruzzesi, dei Camminanti siciliani, e di altre micro-realtà della penisola). Questa percentuale è maggiormente integrata e meno problematica rispetto ai rom di nuova immigrazione, provenienti specialmente dalla Romania e dai territori della ex-Jugoslavia (Bosnia, Serbia, Croazia, Kosovo, ecc.). Nel caso della ex-Jugoslavia sono fuggiti anche in seguito alla guerra (1991-95) e alle sue conseguenze distruttive. Molti rom rifiutano di definirsi nomadi in quanto nei paesi d’origine avevano residenze stanziali. La metà della popolazione rom in Italia ha meno di quattordici anni e circa il 70% ha una casa. Il restante 30% vive, appunto, nei campi nomadi, punto dolente della questione.

Nella sola zona di Roma sono stimati circa 7000 individui di etnia rom di cui 2500-3000 nei campi nomadi ma potrebbero esser di più. A Milano 3500 di cui 1500 nei campi. Senza ombra di dubbio i rom sono attualmente un confine di conflitto sociale e non sono molto amati da parte della popolazione, in parte per motivi reali e in parte per pregiudizi acquisiti nel corso del tempo. Alcuni di essi sono temuti come ladri, ma come non apprezzare ad esempio le virtù musicali e di intrattenimento di altri tra loro?

In ogni caso questi uomini, donne e bambini che può capitare di incontrare ogni giorno sul nostro cammino, non vengono dal nulla. L’etnia rom ha una lunga storia, addirittura millenaria. Le origini di questo popolo, che nel corso del tempo ha inanellato miriadi di diversi nomi e appellativi (zingari, zigani, egiziani, czigany, sinti, robi, dom, gitani, gitanos, gypsies, badis, atsinganos, e molti altri), con alcune differenze da territorio a territorio, sono da ritrovare nella zona dell’India del Nord. In origine sembra fossero floride popolazioni dedite all’allevamento degli animali (bufali, cavalli), alla lavorazione dei metalli e alle arti, per cui erano rinomati, specialmente la musica. Con l’invasione ariana dell’India nel 1500 a.C queste popolazioni vennero sottomesse e poste in una posizione periferica della scala sociale (atsinganos porta all’etimologia di “intoccabile”) anche se assimilarono la lingua sanscrita che rimase poi la base linguistica del loro parlare successivo. Con l’arrivo degli Arabi in epoca medioevale e in seguito anche alle invasioni mongole, le popolazioni rom (parola che sembra derivi dal termine dom, tamburo, che riporta ancora una volta alla loro attitudine per la musica) migrarono verso la Persia e successivamente in Armenia. Vennero poi a contatto con Bisanzio e, sempre sulla spinta delle popolazioni dell’est -in questo caso i turchi – si avvicinarono sempre più alla zona europea. Dall’inizio dell’età moderna (XV secolo) penetrarono anche in Italia (Abruzzo, Puglia, Sicilia, e poi Pianura Padana, Napoli, ecc.) dando vita, come detto, a realtà di antico radicamento. La vita per queste popolazioni nello spazio europeo non è mai stata rosea. In alcune zone (Moldavia, Valacchia) versarono in situazioni di vera e propria schiavitù, spesso venivano pagati per andarsene da un’altra parte, ed erano comunque sempre ai margini della società, difficili da integrare. Nella Germania del 1800 furono schedati e deportati fino ad arrivare alla soluzione finale nel periodo nazista, come per gli ebrei (fu il cosiddetto Porrajmos, equivalente dell’olocausto). La cifra dei morti rom in quel periodo è stimata tra i 500.000 e il milione e mezzo. Nel 1971 è stato fondato un movimento politico mondiale dei Rom: l’Unione Internazionale dei Rom.

Chiusa la breve parentesi storica cerchiamo di vedere la situazione nella sua realtà attuale. A Roma ci sono circa venti campi nomadi (tra i principali via di Salone, Castel Romano, via dei Gordiani, Parco Somaini, via Salviati, La Barbuta, Ponte di Nona, ecc.) più vari altri abusivi nella periferia nord (Flaminia e Salaria), sud-ovest (Magliana, Portuense) ed est (Palmiro Togliatti). In essi, come detto, vi sono perlopiù rifugiati dalla Romania e dalla ex-Jugoslavia. Gli abitanti di questi campi vivono in condizioni davvero miserevoli, sia dal punto di vista igienico, sia da quello della scolarizzazione e della difesa della salute dei loro abitanti. Sono tutti a rischio quotidiano, considerando anche il pericolo di incendi, dolosi o accidentali che si sviluppano spesso nei recinti del campo (vedi Porta di Nona, ecc.). Ecco una mappa con un’idea di massima della dislocazione dei campi nella Capitale:      

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Riassumendo la questione rom potrebbe sintetizzarsi in questi termini:

è vero che molti di essi vivono al di sotto della soglia di povertà, è vero che spesso donne e bambini vengono sfruttati dal clan per procacciare le risorse economiche (ma non in tutte le situazioni), considerando però, come attenuante, la difficoltà dei rom maschi adulti a trovare un lavoro anche a causa della globalizzazione e della crisi, che ha visto toglier loro dalle mani una serie di mestieri (fabbri, artigiani, giostrai, circensi, musicisti, allevatori di animali, con cui da sempre sostentavano le loro famiglie), è vero che esiste una vera e propria organizzazione dell’elemosina e dei reati predatori (dal rame prelevato sulle reti ferroviarie, agli scippi sui mezzi pubblici, all’umiliarsi frugando nei cassonetti in cerca di oggetti utili) e questo certo non li rende molto graditi all’opinione pubblica (ma anche qui i reati non coinvolgono tutta la popolazione, ma solo una parte di essa, che andrebbe isolata e perseguita individualmente, non “in quanto etnia”) è vero d’altra parte che furti e altro sono da imputarsi anche a una certa disorganizzazione delle istituzioni che dovrebbero garantire la sicurezza e a un non voler risolvere con opportune normative il problema dei campi, al di là della retorica dello sgombero che porta solo il problema, sia per chi viene sgomberato che per gli abitanti circostanti, da un’altra parte. Se le condizioni dei campi non sono degne di esseri umani andrebbero superate con altre forme abitative che integrassero maggiormente la popolazione rom nel tessuto sociale, scoraggiandone i comportamenti anti-sociali, e di opposizione tra rom e non-rom (i gaggi), che in momenti di conflitto si creano naturalmente. Ovviamente ciò non significa che si debbano cancellare le peculiarità culturali di cui i rom vanno fieri (la parte positiva che pure c’è). Se è vero che più volte negli ultimi anni il Parlamento Europeo, Amnesty International, l’Agenzia per il lavoro delle Nazioni Unite, attraverso comunicati e risoluzioni hanno condannato l’Italia per comportamenti lesivi della dignità della persona nella gestione della questione rom questo dovrebbe far riflettere sul fatto che, al netto dei problemi di ordine pubblico (da risolvere), esiste la questione enorme di poter veder garantite a migliaia di persone, molte delle quali minori, condizioni di vita degne di questo nome in un clima sociale che non sia di manifesta ostilità e che quindi permetta la creazione di nicchie lavorative legali e socialmente utili. Questa strada è possibile. Basta avere la volontà e la pazienza, al di fuori dei facili pregiudizi, per volerla percorrere.

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