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Andy Warhol: la Pop Art

    Opere-di-Andy-Warhol

Sono gli anni ’60, anni di rivolte, (quella razziale, quella contro la guerra in Vietnam) di assassinii, Kennedy, Martin Luther King,  di Rivoluzione, e parallelamente alle rivoluzioni femministe e sessuali, prende piede una trasformazione socio-culturale ancora più significativa: il “boom economico”.

Si va via via diffondendo la cultura di massa, la mercificazione dell’uomo moderno che consolida come modello di vita il consumismo fine a sé stesso, preferendo un’apparenza colorata ed effimera alla sostanza svuotata e oramai troppo monotona.

Questa epoca dei virtuosismi artificiali, introduce un movimento artistico che esalta in maniera acritica gli aspetti consumistici della società moderna, amplificandoli fino ad esasperarli, raggiungendo una dimensione “parodistica” legittima all’artista che altro non è che un semplice specchio spersonalizzato del suo tempo.

La Pop Art nasce in Inghilterra nel 1956, ma si sviluppa come una tendenza artistica dominante durante tutto il corso degli anni ’60, in particolare negli Stati Uniti d’America.

AndyWarhol Marilyn 1967 serigrafiasucarta pezzounico fuoriedzione cm91x91Letteralmente significa “Arte Popolare” e fonda le radici nelle icone di massa, nelle immagini di uso comune identificabili da chiunque, riproponendo in chiave destrutturante e ironica, il vivace e attraente linguaggio dei mass media.

Stravolge completamente le regole rappresentative che avevano governato l’arte fino a quel momento, non si sottrae alla realtà bensì vi si immerge appieno, non rifiuta gli oggetti ma li utilizza, li spoglia da qualsiasi riferimento concettuale ed emozionale, privandoli così di ogni finalità, da ogni scopo.

Una delle personalità più significative della Pop Art fu sicuramente Andy Warhol, eccentrico ed eclettico artista, oltre a pittore infatti fu anche grafico e regista, fu il più trasgressivo, stravagante e ironico fra gli esponenti della corrente popolare. Artista enigmatico, le sue opere sono caratterizzate da un linguaggio totalmente privo di emozioni e da stile personale, si limita a rappresentare l’oggetto  per quello che è, privo di  idee, e lontano dall’impronta soggettiva, perché è il soggetto ad essere inglobato dall’oggetto. Warhol concepisce il concetto di ripetitività seriale, distaccandosi dalla rappresentazione accademica, giungendo ad una riproduzione meccanica dell’opera, immersa in una monotonia di replica che la priva da qualsiasi caratteristica distintiva.

Nelle sue celebri serigrafie, Warhol ha selezionato una raccolta di immagini che ritraggono dei personaggi “icona” del periodo in cui lui ha vissuto, Marilyn Monroe, Elvis Presley, Mao Tse Tung ecc. rappresentandoli in serie, attraverso uno stile freddo e artificiale, i volti privi di storia divengono involucri esterni di un trionfo mediatico, appartenenti ad un immaginario di icona collettiva. Volti da “consumare” spogli da interiorità  simili ai manifesti pubblicitari, appiattiti volontariamente, quasi banalizzati e ridotti a meri elementi decorativi di andy-warhol-triple-elvismassa. I cromatismi innaturali così, accendono le opere d’arte che nel loro vuoto ripetitivo riescono a produrre una coscienza nello spettatore alienato, restituendogli la consapevolezza di ciò che vede attraverso l’arte, che come affermava Alberto Boatto: “Warhol rifà le immagini che stanno sotto gli occhi di tutti per sottrarle all’”invisibilità” e renderle tanto vedibili da farcele scorgere e conoscere realmente”.

 

 

 

 

Il Festival di Woodstock

Woodstock-1969

Gli anni 60, oltre a cambiare radicalmente modi e costumi della maggior parte del mondo e aver creato movimenti culturali di rottura, sono stati una fucina di novità nel mondo musicale, in cui il rock faceva da padrone tra loro. A braccetto con la musica, c’era la diffusione della cultura hippie, con tanto di abbraccio alla rivoluzione sessuale e all’uso di droghe, e molti artisti rock contribuivano a diffondere tale cultura, soprattutto tramite i testi che scrivevano.

L’occasione di unire più che mai tali mondi, in una volta sola, la crearono Michael Lang, John P.Roberts, Joel Rosenman e Artie Kornfeld, che all’inizio volevano solo creare uno studio di registrazione, ma vedendo il piacevole clima e l’ampio spazio che offrivano questa sperduta contea dello stato di New York, decisero di organizzare un festival musicale. Non immaginavano certo che questo festival sarebbe passato alla storia come la più grossa celebrazione hippie dopo la Summer of Love del 1967 e che soprattutto, sarebbero accorse oltre quattrocentomila persone. Tutto grazie ad una trasmissione radiofonica che annunciò in anticipo l’evento e il fatto che dopo centottantaseimila biglietti venduti fu permesso l’ingresso libero all’oceano di persone che venivano da tutte le parti d’America; la cosa divertente che i quattro soci avevano promesso alle autorità locali che sarebbero venute massimo cinquantamila persone, e lo ripeterono dopo aver affittato più di seicento acri.

Trentadue gruppi e musicisti si esibirono in quei tre giorni, e figurano tutti tra coloro che hanno fatto grande il genere rock e  le varie contaminazioni e che hanno reso questo evento irripetibile e impossibile da raggiungere per la musica espressa dal vivo e per i valori di fratellanza e pace che questa manifestazione trasmette ancora oggi, a distanza di quasi quarantacinque anni. Musicalmente, i momenti migliori sono stati senz’altro il concerto della folk singer Joan Baez, gravida di sei mesi in quel periodo, tra l’altro; un meraviglioso Carlos Santana in estasi con la sua chitarra (sotto chiaro effetto di stupefacenti); l’intensissima prestazione di Janis Joplin e della sua band; la potenza sonora dei The Who, in cui si narra che il cantante diede un fortissimo colpo di chitarra al leader hippie Abbie Hoffman – tanto forte da farlo cadere dal palco - , che era salito di sorpresa nel palco e gli aveva rubato il microfono per iniziare un comizio contro i partecipanti di Woodstock; come non citare i Jefferson Airplane, capitanati dalla potente voce di Grace Slick; il blues scatenato di Joe Cocker per poi concludere con la ciliegina sulla torta rappresentata dal miglior chitarrista di quei tempi (forse di sempre), Jimi Hendrix, autore di un ironico inno americano distorto con la sua chitarra, ma si preferirebbe ricordarlo per una delle sue migliori performance dal vivo.

 woodstock

L’organizzazione di un evento di così grande portata portò anche diversi problemi, riguardanti soprattutto la struttura sanitaria, non attrezzata per quel numero di persone, e la scarsezza di igiene e cibo che creò problemi a molti partecipanti. Bisogna contare pure le pressioni della stampa che fece su alcuni reporter sopravvenuti al luogo, che secondo gli ordini degli editori dei giornali per cui lavoravano, dovevano inventarsi storie di sana pianta su problemi inesistenti avvenuti al raduno, in primis falsissimi casi di violenza tra i partecipanti. Tuttavia, ci furono molte testimonianze dagli abitanti dei paesi vicino, che parlavano della disponibilità e gentilezza di questi giovanotti, che avevano solo il credo dell’amore e della pace. Infatti Woodstock non è ricordato solo per i concerti dei migliori rockers del momento, ma soprattutto per la dimostrazione di civiltà fatta da questi ragazzi, che hanno sicuramente fatto scuotere il capo all’ala più conservatrice degli Stati Uniti, ma sono anche stato il simbolo più importante di un’era improntata sulla voglia di reagire a dei valori imposti dalle istituzioni e creando una cultura alternativa, che sebbene si sia persa, permane sui suoi valori più nobili. Woodstock è stato probabilmente il canto del cigno del movimento hippie, ma anche il suo più generoso e immenso tributo.  

http://it.wikipedia.org/wiki/Festival_di_Woodstock

La comunicazione di massa

 

Ogni invenzione o tecnologia

è un’estensione o un’autoamputazione del nostro corpo,

che impone nuovi rapporti o nuovi equilibri

tra gli altri organi e le altre estensioni del corpo

 

Marshall McLuhan,

Gli strumenti del comunicare, Est, Milano, 1999, p. 56

 

 

Gli anni Sessanta hanno segnato una trasformazione epocale dell’Italia postbellica e il trionfo in tutto il mondo occidentale dell’american way of life, grazie alla diffusione dei mezzi di comunicazione di massa. L’economia e l’industrializzazione conoscono uno sviluppo senza precedenti che farà dei decenni Cinquanta e Sessanta del Novecento, l’età d’oro del capitalismo.  Cambia radicalmente anche l’universo culturale italiano, cambiano i gusti e le tendenze artistiche: il neorealismo lascia il passo alle suggestioni del pragmatismo e del comunicazione di massa 1neopositivismo americani e comincia a diffondersi un interesse per le «nuove scienze»: la psicologia comportamentale, la sociologia, l’analisi del linguaggio.

Naturalmente la comunicazione risente immediatamente delle trasformazioni apportate dalla società del benessere. Non cambia solo il modo di comunicare ma cambiano anche il messaggio che si vuol trasmettere, il suo contenitore e il mezzo su cui viaggia l’informazione.

Il giornalismo vede l’alba di una nuova era con testate quali «L’Espresso», settimanale graficamente nuovo e accattivante, finanziato da Adriano Olivetti (1955) o «Il Giorno», fondato dal presidente dell’ENI Enrico Mattei (1956), che rinnova il linguaggio, i contenuti e l’impaginazione.

La comunicazione viene completamente travolta dalla diffusione della televisione che inizia la programmazione ufficiale con la RAI dal 1954. Questo nuovo mezzo di comunicazione, insieme alla radio e al cinema, riscrive le abitudini dei cittadini che riorganizzano il loro tempo, soprattutto quello libero. Si delinea velocemente una nuova «cultura di massa: una cultura in cui l’immagine tende a prevalere sulla parola scritta; una cultura i cui prodotti e i cui modelli – prevalentemente di origine americana – si diffusero in tutto il mondo imponendo ovunque nuovi linguaggi e nuovi valori»[1]

Inizia così il processo di massificazione della comunicazione: l’informazione diventa sempre più spettacolare grazie a un mezzo che può riprodurre immagini, suoni, colori e parole contemporaneamente. Dopo la tragedia della guerra, la disinformazione ereditata dalla censura e il forte autoritarismo, emerge un urgente bisogno di evasione, di leggerezza che la televisione riesce a raccogliere e a veicolare: i contenuti passano in una forma più soft, molto meno impostata dei rigidi schemi dell’informazione divulgata dai cinegiornali. Il linguaggiocomunicazione di massa 2 televisivo è colloquiale, gli anchorman e i conduttori televisivi sono persone vere, hanno voci calde e umane nelle quali il telespettatore si può riconoscere; niente a che vedere con le voci anonime, meccaniche e cadenzate dell’informazione fascista.

La televisione crea un pubblico unico, indistinto e variegato. I destinatari non erano più la casta dei politici, dei chierici, o i gruppi di soldati, che si avvicinavano alla radio per carpire quelle informazioni utili, né le casalinghe che ascoltavano in quella determinata fascia oraria la trasmissione radiofonica pensata e realizzata appositamente per intrattenerle; non erano più pochi benestanti che potevano permettersi il biglietto del cinema, ma una massa di persone di diversa età, diverso sesso, con origini, stato di famiglia e livello culturale differenti, tutti con la stessa voglia di svago, di divertimento e di quella che allora sembrava il massimo della libertà: negli anni Sessanta la televisione aveva raccolto tutto il popolo davanti a sé.

La caratteristica della comunicazione di massa sta nella divulgazione simultanea di un unico messaggio ad una moltitudine di individui fisicamente lontani tra loro. La forma audiovisiva ha potuto superare le barriere dell’analfabetismo e le differenze linguistiche regionali italiane.

Questo grande potere si è concretizzato nella creazione e nella diffusione della nuova cultura ufficiale di stampo – come dicevo prima – prettamente americano. Modelli umani, etici e culturali nuovi vengono confezionati in contesti di gioco, di show e così proposti agli spettatori. L’informazione televisiva comincia a creare delle tendenze e stabilisce cosa è alla moda e cosa non lo è. La tv racconta un nuovo modello di famiglia, un nuovo modello di donna, un nuovo modello di studente, di giovane, di lavoratore e li diffonde anche attraverso la pubblicità.

Ancora oggi la comunicazione di massa produce schemi di riferimento interpretativi e comunicazione di massa 3fornisce scale di valori e di opinioni, sottolinea le questioni sociali più rilevanti, contribuisce a creare l’opinione pubblica e delinea così i temi caldi dell’attualità.

Da un punto di vista sociologico i mezzi di comunicazione di massa hanno avuto la funzione di unificare e divulgare la lingua ufficiale, di uniformare il linguaggio dei giovani di buona parte del mondo, e sono stati fondamentali nel processo di integrazione sociale, fornendo interessi e oggetti d’attrazione comuni ad un gran numero di persone. 

Oggi però con l’evoluzione tecnologica, televisione, radio, cinema e web tendono a frammentare e moltiplicare il ventaglio di scelte e possibilità, mettendo continuamente in crisi il concetto di tradizione e i valori del passato. La conseguenza sociologica più evidente della capillare diffusione dei mezzi di comunicazione di massa è la riduzione dei contatti umani interpersonali e la spersonalizzazione dei rapporti sociali, nonché l’identificazione di una condizione di vita comune che comporta, soprattutto nelle nuove generazioni, grandi aspettative e profonde paure.



[1] Sabbatucci G. – Vidotto V., Storia Contemporanea – Il Novecento, Laterza, Bari, 2008, p. 287

L’ emigrazione italiana degli anni ‘60

download2Dopo la fine della Seconda guerra mondiale l’esodo italiano verso il nuovo mondo e il resto dell’Europa è stato tanto considerevole, che ancora oggi molti italiani hanno parenti che vivono in vari continenti, proprio perché hanno affrontato l’emigrazione per sopravvivere.

Passata questa prima fase, dalla metà degli anni Cinquanta alla fine degli anni Sessanta, l’Italia ha subito un ulteriore passaggio migratorio, che però è stato interno alla penisola. Infatti, gli abitanti delle città del Sud Italia si sono riversati verso il triangolo industriale di Milano, Torino e Genova. E le regioni del meridione più colpite dall’abbandono sono state la Campania, la Puglia, la Calabria ed anche la Sardegna, che vedevano il Nord come unica ancora di salvezza per trovare un lavoro. Si stima che dal 1958 al 1963 oltre 1.300.000 persone abbiano attraversato l’Italia, alla ricerca del benessere economico.

Anche la vicina Svizzera e la Germania erano però mete ambite e i lavori che venivano assegnati a questi emigrati erano prettamente manovali. Il boom dell’edilizia italiana era motivato soprattutto dalla ricostruzione post bellica, e gli operai servivano per costruire i palazzi nelle periferie, ma nel centro della Capitale. Infatti, Roma era diventata il nucleo del lavoro terziario e amministrativo e attirava in egual modo gli italiani.immigrati

Ovviamente, le condizioni lavorative non erano delle migliori, almeno fino a quando, alla fine degli anni Sessanta, la fabbrica della Fiat  decise di promuovere migliaia di assunzioni. E solamente in quel caso si incominciò a parlare di “sicurezza” del lavoratore, che fino ad allora moriva ogni giorno nei cantieri.

La vita dell’emigrante non era semplice, viveva in delle aree periferiche, insieme a tutti coloro che avevano percorso il viaggio della speranza ed era per lo più isolato dagli abitanti del settentrione. La mancanza delle proprie origini, di solito contadine, delle loro terre e molto spesso delle famiglie che venivano lasciate a casa, lasciavano un senso di vuoto, che si scontrava con quel minimo di benessere raggiunto.

Le condizioni di vita erano per lo più di sfruttamento, tanto che ala fine degli anni Sessanta incominciarono a nascere i primi sindacati, che lottavano per le condizioni degli operai emigranti e residenti.

In questi anni il viaggio per alcuni è stato l’inizio di un qualcosa che è andata costruendosi tra la sofferenza, l’accettazione di soprusi e lo scherno, per altri invece è stato la rinuncia e il ritorno verso casa, tra il sole e la terra. Ancora oggi sono numerosi gli abitanti del settentrione di origine meridionale, che conservano le proprie radici, ma che ringraziano quella terra che gli ha aiutati oltre cinquanta anni fa.

adinews 3

fastest-web-browser-apple-safari E' nata ADINEWS. All' Assemblea di Federanziani al Sanit 2011 è stato presentato il giornale on line dell'Accademia delle Idee diretto da Stefano Quagliarotti.
Il giornale sarà uno strumento essenziale per veicolare a tutti i livelli "idee" associative e per lavorare in rete sinergica con altre realtà associative ha dichiarato nel corso del convegno il Presidente dell'ADI, Fabio Vivirito. Appena confermato alla guida di Federanziani per il prossimo quadriennio 2011-2015, Roberto Messina insieme ai vertici della sua associazione, ha sottolineato in occasione della terza giornata della Convention, la rilevanza strategica di una sinergia tra i giornali on line per la crescita reciproca di Federanziani e l'ADI. Il Giornale del Web, per quanto riguarda Federanziani, e ADINEWS per quanto concerne l'ADI - ha dichiarato Quagliarotti nel corso del Convegno - costituiranno due importanti strumenti finalizzati proprio alla creazione di uno spazio di riflessione, il più idoneo e "fertile" possibile, da cui possano aver origine in maniera continuativa e sistematica idee e la valorizzazione della Cultura Italiana. A tal riguardo, l'Accademia delle Idee – ha evidenziato il Presidente dell'ADI, Vivirito - è aperta a qualsiasi collaborazione: vogliamo infatti creare, non solo un "laboratorio a sostegno della Cultura Italiana integrata in una più complessa a livello Europeo" appunto una "accademia delle idee", ma costruire congiuntamente anche una "officina delle idee che valorizzano i valori fondanti della Cultura tipica italiana, tollerante, rispettosa e lavorativa, che dia spazio al giovane, all'anziano avvicinandoli e sostenendo le Istituzioni, attivamente da valido cittadino " per dar seguito concretamente, con efficacia ed efficienza, alla fase iniziale, progettuale e creativa delle stesse.

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