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ARTE E TEATRO

Sogno di una notte di mezza estate

La notte di mezz’estate è una notte magica e il titolo ne svela immediatamente l’atmosfera onirica, irreale anche se, come viene precisato, la notte in cui si svolge gran parte dell’azione è quella del calendimaggio, la celebrazione del risveglio della natura in primavera e non in estate. E’ comunque l’augurio di un risveglio gioioso. Ma è davvero così? Tre mondi si contrappongono: il mondo della realtà (quello di Teseo, Ippolita e della corte), il mondo della realtà teatrale (gli artigiani che si preparano alla rappresentazione) e il mondo della fantasia (quello degli spiriti, delle ombre). Ma i sogni alle volte possono trasformarsi in incubi: il dissidio fra Oberon e Titania che rivela a un certo punto un terribile sconvolgimento nel corso stesso delle stagioni, il rapporto tra Teseo e Ippolita, il conquistatore e la sua preda, la brutalità di certi insulti che gli amanti si scambiano sotto l’influsso delle magie di Puck. Sogno“Sogno di una notte di mezza estate”, scritta in occasione di un matrimonio, è come una serie di scatole cinesi. All’esterno dell’opera ci sono la sposa, lo sposo e il pubblico, all’interno le coppie, Teseo e Ippolita, Titania e Oberon e i quattro innamorati e nell’opera dentro l’opera, i teatranti, la vicenda di Piramo e Tisbe. In questo mondo stregato domina il capriccio, il dispotismo di Oberon che attraverso Puck gioca con i mortali e con Titania, per imporre il suo dominio. Si compie quindi su Titania quella violenza che Teseo compie su Ippolita e che Egeo vorrebbe compiere sulla figlia costringendola a un matrimonio che respinge. Si noti la sequenza degli scambi fra gli amanti. Si inizia con Ermia che ama Lisandro e con Elena che ama Demetrio, ma quest’ultimo con l’appoggio di Egeo, padre di lei, vuole invece conquistare Ermia. Si passa, attraverso l’intervento “magico” di Puck, al folle girotondo in cui Ermia insegue Lisandro, Lisandro Elena, Elena Demetrio e Demetrio Ermia. E non è finita. Perché Ermia, alla quale dapprincipio aspiravano entrambi i giovani, sarà abbandonata da tutti e due, innamorati ora di Elena, e solo nel quarto atto dopo un nuovo intervento di Puck, si avrà la conclusione in cui gli amanti formeranno davvero due coppie. La grandezza di Shakespeare sta nell’aver saputo coinvolgere tre mondi diversi, ciascuno con un suo distinto linguaggio: quello delle fate che alterna al verso sciolto, canzoni e filastrocche, quello degli amanti dominato dalle liriche d’amore e quello degli artigiani, nel quale la prosa di ogni giorno è interrotta dalla goffa parodia del verso aulico. Il mondo è folle e folle è l’amore. In questa grande follia della natura, l’attimo di felicità è breve. Un richiamo alla malinconia che accompagna tutta la vicenda.

Musée D'Orsay.Capolavori.La sinfonia della natura nei colori dell’Impressionismo

    Claude Monet

Claude Monet, Il giardino dell’artista a Giverny, 1900

 

La magia dell’Impressionismo pervade le sale del Complesso del Vittoriano, che fino all’8 giugno accolgono per la prima volta a Roma, gli straordinari capolavori provenienti dal Musée d’Orsay di Parigi

BOUGUEREAULe vibranti pennellate della pittura en plein air irradiano il Complesso del Vittoriano, accompagnando lo spettatore in un viaggio magico, alla scoperta dei paesaggi, dei colori, e delle percezioni naturalistiche immortalate e raccontate, dai pittori francesi di metà Ottocento.

La rassegna espositiva offre al pubblico capitolino una selezione di circa 70 dipinti provenienti dal Musée d’Orsay di Parigi, ed è curata da Guy Cogeval, direttore del Museo francese e da Xavier Rey, conservatore del dipartimento di pittura dello stesso. Un’ex stazione ferroviaria di inizio 900, il d’Orsay, riqualificato dall’architetto italiana Gae Aulenti e inaugurato nel 1986 da Francois Mitterand, è oggi uno dei musei più celebri al mondo, grazie soprattutto alla vasta collezione di opere impressioniste e postimpressioniste che custodisce al suo interno. Una mostra esemplificativa dunque, che propone attimi di realtà quotidiana che si propagano lungo le trame della tela, ravvivati dai colori e dai movimenti scanditi dai chiaro – scuri.

La rassegna focalizza l’attenzione sul profondo rapporto fra l’uomo e il paesaggio che lo circonda, soffermando lo sguardo sui vari aspetti della natura che gli artisti   impressionisti cercavano di cogliere e rappresentare, filtrando attraverso i dipinti, gli effetti della modernità. Uno stile nuovo in grado di catturare la totalità dello spazio circostante, e di instaurare un rapporto d’armonia tra tutte le componenti che riguardano l’uomo, quella sociale, quella intimistica, quella quotidiana, tutte riportate di getto sulla tela, in un gesto simbiotico di unione con la natura.

Il percorso espositivo si articola attraverso cinque sezioni: la prima dedicata all’Arte dell’Accademia confrontata con l’allora emergente Arte Realista, la seconda mette in luce i cambiamenti apportati dalla pittura di paesaggio a partire dalle cosiddette Scuole di Barbizon, fino ad arrivare allo studio impressionista della luce.

Nella terza sezione troviamo le opere impressioniste che descrivono appieno la vita quotidiana moderna, nella quarta l’evolversi del linguaggio pittorico nella sua declinazione Simbolista e infine l’Eredità lasciata dall’Impressionismo.

Renoir-Jeune-fillesIl tripudio di grazia e linee classiche che vanno a comporre Gioventù e Amore di Bouguereau contrastano con il realismo scarno di Donna nuda con cane di Courbet, così lo studio della realtà sfocia nell’analisi diretta della natura, e dalla Scuola di Barbizon in poi il paesaggio diviene soggetto e non più sfondo dell’opera. Un lungo corridoio affollato da nomi del calibro di Cèzanne, Monet, Sisley, Seurat, Pissarro ci immerge nella vita rurale e nei paesaggi che abbandonano i segni ruvidi del realismo spingendosi verso le calde tonalità impressioniste.

Salendo al piano superiore riviviamo negli sprazzi di quotidiano parigino, i cambiamenti in atto e i momenti resi immortali, come le vesti morbide delle ballerine di Degas che in Ballerine che salgono una scala, ci racconta l’attimo fugace che le rese eterne. Ancora De Nittis, Monet, Manet con la sua affollata Festa del 30 giugno 1878 e Renoir che ritrae un momento di intima condivisione in Ragazze al pianoforte, straordinaria opera dai colori intensi e avvolgenti. Non mancano inoltre Gauguin, Van Gogh, Bonnard, Vuillard, Signac, e un superbo Tramonto di Monet che volge lo sguardo ai nuovi orizzonti dell’arte. 

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Il teatro,per comunicare emozionando

 

“Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo

di dare un senso alla vita.”

                            Eduardo De Filippo

Il teatro, questo mezzo di comunicazione fantastico e sorprendente… ma cos’è davvero questo modello di interazione? E soprattutto da quale esigenza nasce? Ho desiderato iniziare questo articolo con un pensiero di uno dei padri fondatori della drammaturgia teatrale italiana, Eduardo De Filippo, per il quale il teatro nasce da un’esigenza ancestrale ed insita da sempre nell’uomo… ossia dare un senso alla vita. Jacques Copeau diceva:  "Non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti... E' lì che qualcuno ha bisogno di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro ha da dire a lui." Trovo quest’ultimo pensiero denso di una verità profonda e reale. L’esigenza di comunicare nasce dal bisogno, da un’incompletezza, dal desiderio, ed alle volte, da una mancanza dilaniante. Il palcoscenico è quel luogo in cui si smette finalmente di recitare un ruolo, per quanto paradossale possa apparire a primo acchito, in cui l’attore getta le diverse maschere indossate nel grande teatro della vita spogliandosi di tutte le barriere e corazze protettive, così denudato, è finalmente se stesso in tutta la sua umanità, con le sue forze ma soprattutto con le sue debolezze. Andiamo al teatro per guardare noi stessi senza quelle maschere, per guardare uomini che vivono mossi dal semplice e reale respiro della vita, andiamo al teatro per ammirare la vita nel suo più alto trionfo di libertà e pienezza. E noi l’ammiriamo, seduti da questa parte, muti, ingabbiati nei nostri “teatri di costrizione”, nelle nostre maschere quotidiane, amate ma molto spesso odiate. Ed è quell’attore, finalmente libero da quello che invece imprigiona noi, ad emozionarci, perché lo vediamo in tutta la sua umanità, riconosciamo nella sua libertà le nostre libertà soffocate, ed è questo a colpirci, questo ad emozionarci… andiamo a teatro per vedere, seppur per poco, ciò che ogni giorno costantemente ci sfugge… ossia la vita…Ed è per questo che il teatro in relazione alla sua intrinseca natura è fra le arti quella più idonea a parlare direttamente al cuore ed alla sensibilità della collettività. “Noi vorremmo che autorità e giunte comunali si formassero questa precisa coscienza del teatro considerandolo come una necessità collettiva, come un bisogno dei cittadini, come un pubblico servizio alla stregua della metropolitana e dei vigili del fuoco" - Paolo Grassi

Non c’è nulla che sfugge di più all’uomo impegnato quanto la vita, non vi è realtà più lontana ed inesplorata.”

Sofocle          

Le origini del teatro

E’ interessante analizzare dove nasce il teatro, qual’ è la sua patria d’origine e come si sviluppa in relazione all’importanza ed al ruolo sociale attribuitogli secondo l’ottica dei suoi fondatori.  La tradizione fa risalire le prime forme di teatro, a Tespi, semileggendario poeta e drammaturgo greco,  giunto ad Atene dall'Icaria, verso il 535-530 a.C. La tradizione vuole che sul suo carro trasportasse i primi attrezzi di scena, arredi scenografici, costumi e maschere teatrali. Le feste durante le quali avvenivano ad Atene le rappresentazioni teatrali erano:

Le Lenee, feste popolari che si tenevano in inverno, caratterizzate dalla rappresentazione di commedie e a volte di tragedie.

Le Dionisie, che si dividevano in Grandi Dionisie e Dionisie rurali. Le prime erano le feste più importanti, celebrate all'inizio della primavera, in cui venivano messe in scena sia tragedie sia commedie, e a cui potevano assistere i cittadini di tutte le città della Grecia (ad eccezione, si può supporre, delle città nemiche di Atene). Organizzate dallo Stato, erano finanziate dai cittadini più abbienti, a tre dei quali l'arconte eponimo affidava la "coregia", cioè il compito appunto di finanziare i vari allestimenti teatrali nell’ambito di manifestazioni liturgiche. Le Dionisie rurali erano invece feste di minore importanza, organizzate durante l'inverno nei paesi attorno ad Atene, aperte solo ai cittadini ateniesi e nelle quali venivano rappresentate solo commedie. La tragedia rappresentava una vicenda umana, incentrata su un problema etico o religioso, con un epilogo drammatico. In questo modo la rappresentazione suscitava nello spettatore pietà e terrore, liberava il cuore e la mente del pubblico dalle passioni messe in scena. I protagonisti potevano essere dèi, re, eroi, ma anche uomini comuni. La tradizione attribuisce a Tespi la prima rappresentazione tragica. Delle sue tragedie sappiamo poco, se non che il coro era ancora formato da satiri e che fu certamente il primo a vincere un concorso drammatico. I più importanti e riconosciuti autori di tragedie furono però, nell'Atene del V secolo a.C., Eschilo, Sofocle ed Euripide. E’ interessante soffermarsi su come gli spettatori della Grecia classica vivevano e percepivano le varie manifestazioni teatrali a cui andavano assistendo, quindi qual’era il ruolo che il teatro rivestiva a livello socio-culturale.

Read more: Le origini del teatro

Rugantino

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Rugantino è una commedia musicale realizzata da Garinei e Giovannini e musiche di Armando Trovajoli, rappresentata per la prima volta al Teatro Sistina di Roma il 15 dicembre 1962, con scene e costumi di Giulio Coltellacci e coreografie di Dania Krupska, sostituita per la seconda edizione (1979) da Gino Landi, autore della versione coreografica tuttora rappresentata. Il successo della commedia in Italia spinse l'impresario teatrale americano Alexander Cohen a far rappresentare la commedia anche in America: dopo alcune serate a Toronto, fu rappresentata a Broadway nel febbraio del 1964, al teatro Mark Hellinger, dove per tre settimane registrò il tutto esaurito. Rugantino…; è difficile dire se sia più famosa la popolare maschera romana o il personaggio della commedia musicale di Garinei e Giovannini. Uno spettacolo che ha fatto il giro del mondo e che, probabilmente, almeno da 50 anni, ha dato nuovo lustro e popolarità alla maschera romanesca senza appannarne il fascino perché gli ingredienti di Rugantino sfidano il tempo stesso e sono eterni come quella Roma che gli fa da pittoresca cornice. Uno spettacolo storico, sicuramente, ma non vecchio, anzi, sempre più attuale con quella voglia di divertire e commuovere, con i suoi personaggi in bilico tra mascalzonaggine e bontà, simpatia e boria. Come non innamorarsi di Rugantino che sa essere sbruffone, chiacchierone, vigliacco, tenero e dolce. O di Rosetta, incarnazione della venere romana, bella e irraggiungibile ma così umana. Come non commuoversi con Mastro Titta, il boia, uomo buono sempre in giro con il pesante fardello della sua professione, o non farsi conquistare da Eusebia e dalla sua ruspante simpatia? Intorno ai protagonisti altri personaggi perfetti per rendere questo spettacolo un piccolo grande capolavoro di un teatro internazionale. E’ inoltre impossibile tralasciare l’importanza e il fascino della musica creata dal Maestro Trovajoli: ”Roma nun fa la stupida stasera”, “Ciummachella”, “Tirollallero” canzoni che grazie a Rugantino hanno preso il volo e fatto il giro del mondo. Nella tradizione dei grandi spettacoli di Garinei e Giovannini, si sottolinea il ritorno in buca dell’orchestra. La Roma di Rugantino…; nel 1830 a Roma regna papa Pio VIII, in uno stato pontificio restaurato e più deciso che mai a difendere i propri privilegi, ma dove la fede ormai è rito e superstizione. In questa situazione il popolo a Roma ha poca voce. Giuseppe Gioachino Belli vuole edificare un monumento al popolo di Roma, escluso dalla storia, e lo fa coi suoi sonetti. Da giovane aveva molto amato il teatro e i sonetti sono scene teatrali, dove la lingua racconta un carattere ed una città. Si potrebbe dire che Rugantino sia la commedia che poteva scrivere il Belli, anche se i suoi sonetti saranno noti molti anni dopo, perché la realtà che Rugantino racconta è quella tragicomica del poeta. Belli racconta il carattere del popolo romano avvezzo a mangiar poco e a fare una vita grama che si sfoga da secoli, secondo la sua natura, in epigrammi e battute. Una città soffocata dal papato, che si regala delle belle statue di gusto neoclassico scolpite da Thorvaldsen, a cui è dedicata una piazza a Villa Borghese e il cui studio é ancora riconoscibile vicino a Piazza del Popolo. Roma è oggi la più grande capitale europea, la Roma di Rugantino è una città di centocinquantamila abitanti, un grosso paese. E’ una città dove le rovine, non ancora restaurate, testimoniano un passato mitico, che rende anche più amara la realtà priva di speranze. SPQR: SoloPretiQuiRegnano. E le feste, le fiaccolate, i grandi funerali perfino le esecuzioni sono l’unico motivo di distrazione da una situazione disperata. Pasquino, la statua dove si portano le proteste anonime contro i potenti, assomiglia a Rugantino: tira il sasso, ma nasconde la mano. Il popolo può fare solo questo, brontolare , ma Rugantino non si limita a brontolare lui mozzica, almeno a parole, e sfoga nel riso anche una voglia di vita che certo le circostanze non favoriscono. Siamo alla vigilia di un cambiamento dove, a prezzi molto alti per gli italiani, si ritroverà l’identità nazionale, e quello romano è un eroe sgangherato, che ritrova una dignità che informerà di sé tutte le speranze del Risorgimento.

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