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ARTE E TEATRO

La bisbetica domata

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Mi è parso opportuno iniziare questa disquisizione analitica sul teatro, in tutte le sue variegate manifestazioni, partendo da una breve analisi relativamente le motivazioni intrinseche secondo un’ottica di esigenza che hanno portato alla sua stessa nascita, (dove nasce e perché), dallo splendore commediografo e tragediografo greco quindi, ricollegandomi alla degenerazione intesa come sfiducia nella cultura  come fonte di progresso sociale (di cui il teatro rappresenta la “vittima”principale), vissuta nello specifico dal nostro Paese oggi. Ma quali sono le varie fisionomie che il teatro è andato assumendo tra gli splendori delle rappresentazioni greche e le degenerazioni attuali? Dall’intensità tragediografa greca il teatro si sviluppò in Europa secondo una caratterizzazione espressiva classica, di matrice Shakesperiana sviluppatasi nell’ambito di uno dei periodi artistici più floridi del teatro britannico che và sotto il nome di teatro elisabettiano. Parimenti all’analisi del ruolo rivestito dalla donna nell’ambito di determinate obbligazioni, frutto di precise e codificate determinazioni culturali,  inerenti specifici contesti attuali, realtà esaminate relativamente alla messa in scena dell’opera di Silvia Resta, (oggetto di trattazione del precedente articolo), è ancora una volta la figura femminile il fulcro del mio interesse attraverso una trattazione analitica che intendo espletare di una delle più importanti opere Shakesperiane, ossia la “Bisbetica domata” in scena al Teatro Argentina a partire dall’ 11 Febbraio scorso. L’opera rappresenta un riadattamento della realizzazione originale di Shakespeare attraverso una sua riambientazione nell’Italia degli anni 20 eseguita magistralmente da Andrej Konchalovskij.    La vicenda è ambientata a Padova attorno alla casa del nobile Battista Minoia, che ha due figlie: la maggiore, Caterina, la "bisbetica" appunto, che nessuno chiede in moglie, e la minore e dolce Bianca, corteggiata da Gremio e da Ortensio. Battista ha deciso che Bianca non potrà sposarsi finchè non avrà trovato marito la sorella maggiore. I pretendenti di Bianca cercano allora di trovare un marito per Caterina e lo trovano nel veronese Petruccio, che, attratto dalla dote della fanciulla, non si lascia per nulla spaventare dal tremendo carattere di lei. Avviene anzi un comico corteggiamento in cui Petruccio insiste nel trovare grazie e dolcezze nelle cattive risposte e nei maltrattamenti riservatigli da Caterina. Frattanto un nuovo corteggiatore si affianca alla lista di Bianca: Lucenzio, studente a Padova e figlio del ricco mercante pisano Vincenzo. Ortensio e Lucenzio, travestiti da maestri, si introducono nella casa di Battista, con la scusa di istruire Bianca e possono così corteggiarla da vicino; Tranio, servitore di Lucenzio, sostiene astutamente la parte del padrone. Petruccio riesce a portare all'altare Caterina e, sia nella cerimonia nuziale, sia in casa di Battista, sottopone la moglie a continue umiliazioni. La conduce poi nella propria casa in campagna e quì continua ad infliggere alla moglie smacchi e umiliazioni, privandola del cibo e del sonno, con la scusa che il pranzo e il letto che vengono dai servitori non siano degni di lei. Di nuovo, col pretesto che il sarto e il cappellaio le porgono merce scadente, le impedisce di comperarsi abiti eleganti; durante il viaggio di ritorno a Padova, Petruccio costringe Caterina alle più assurde affermazioni(quali che un vecchio incontrato per via è una graziosa fanciulla e così via), tanto che ella ritorna a casa del padre completamente domata o addomesticata. Frattanto Lucenzio conquista il cuore di Bianca, mentre Tranio, il finto Lucenzio, convince il padre che egli porterà la più alta controdote ed ottiene così per il suo padrone la mano della fanciulla; per rendere la sua finzione più convincente, traveste un pedante da Vincenzo. Costui poi arriva da Pisa, provocando una serie di grotteschi equivoci che naturalmente si risolveranno felicemente. Ortensio sposerà una vedova. Al banchetto che suggella il lieto fine di tutti gli amori, gli sposi scommettono su quale delle loro mogli sia la più docile e Petruccio vince la sua scommessa per merito di Caterina, che tiene un discorso finale sull'obbedienza ai mariti. E’ interessante soffermarsi sulla figura di Caterina, la “bisbetica” e sulla sua apparente metamorfosi finale che pare spiazzare tutti. La figura di Caterina si presenta subito come una donna vivace, allegra, ma soprattutto spontanea, spontaneità inammissibile (in particolar modo da parte femminile) in un contesto sociale perfettamente codificato ed “obbediente” ad una precisa etichetta del vivere sociale e del buon costume dove tutto, ogni singolo gesto, appare studiato preventivamente, ogni singola parola, ogni omaggio e cortesia. La bisbetica si presenta fin da subito intollerante verso questo tipo di contesto, non lo sente suo, non lo sente affine e quindi lo rifiuta violentemente reagendo in maniera aggressiva, perfino schernendo quelle codificazioni gestuali, quegli atteggiamenti obbedienti ad un vero e proprio manuale comportamentale, mettendolo addirittura in ridicolo agli occhi dello spettatore, tutto ciò perché la bisbetica sà che si tratta fondamentalmente di precetti fintamente moralistici e quindi ipocriti, messi in scena socialmente per mascherare una realtà molto lontana dall’esser pura e “casta” rispetto a quel che appare, piena di soprusi e malefatte, di convenienze e falsità. Caterina è una donna vera che non ama nascondersi dietro schemi candidi per paura di mostrare la sua naturale indole. Lei sente il bisogno di  gridarla al mondo intero e tormenta, aggredisce, tutti quelli che invece si nascondono dietro parvenze caratteriali prese in “affitto”, al fine di non smascherarsi, di non mostrare il proprio vero volto, perché così è più comodo raggiungere i propri obiettivi. L’inganno ed il sotterfugio sono la parola d’ordine dei personaggi che le ruotano attorno, di Bianca la sorella corteggiata da tutti, “non sopporto il tuo silenzio” grida la bisbetica tormentandola con continui dispetti, già perché a lei, quel silenzio la uccide, la ingabbiata soffocandola in un’ universo entro il quale la finzione e l’ipocrisia di convenienza la fanno da padrone. Bianca si nasconde sotto le mentite spoglie della timidezza e della castità per celare in realtà un animo libertino ed avido di seduzione, ecco perché riesce a camaleontizzarsi perfettamente all’interno di un contesto che la rispecchia rappresentandola pienamente, anch’esso falso come lei, anch’esso ben attento a celare la sua vera natura sotto le parvenze del buon costume, così come Bianca tutti i personaggi rappresentano un’incarnazione, uno specchio del contesto falso entro il quale vivono a proprio agio. Ed è lo stesso silenzio falsamente suadente ed “innamorato” di Petruccio, che finge di amare Caterina attirato dapprima dalla sua dote al fine di sposarla per poterla così “addomesticare” e vantarsi agli occhi di tutti. La falsità di tutti personaggi camaleontizzati perfettamente in un contesto creato a misura loro alla fine viene a galla una volta che ognuno di loro ha raggiunto i propri obbiettivi. Bianca fintasi docile e casta solo per farsi sposare da Lucenzio getta la maschera, è lei la vera ribelle impunita, è lei ora la bisbetica indiavolata avida di seduzione, Petruccio indossati i panni del fedele e docile innamorato, raggiunto l’obiettivo di sposare Caterina ed averla “addomesticata” si rivela un’ uomo avido di egoismo ed egocentrismo. Rimane lei, Caterina l’unica coerente, l’eroina-rivoluzionaria che combatte per l’emancipazione femminile per l’acquisizione di quel diritto di poter vivere mostrando la propria indole naturale, ed è questo che colpisce, questo che emoziona. Alla fine le maschere di ipocrisia e falso perbenismo cadono a tutti i personaggi, è lei Caterina però che sembra indossarne una, verso l’epilogo, spiazzando e forse deludendo un po’ il pubblico che vede appannata quell’eroina combattente fino alla fine con grande dignità. Ma è solo questione di qualche secondo, Caterina pare indossare la maschera della moglie docile e finalmente addomestica, ma si tratta di un trucco, recita quella parte solo per essere lasciata in pace, per darla a bere a tutti, questo Petruccio lo sa, ma nella sua immensa ipocrisia si “accontenta”, se non di esser riuscito davvero ad addomesticare la moglie, almeno di far credere agli altri che così è stato, raccogliendo meschinamente le briciole di una soddisfazione sociale apparente e di un riconoscimento che seppur consapevolmente falso sazia in parte la sua sete di vanità. Lei, Caterina, alla fine è la vera trionfatrice, colei che imbroglia tutti per preservare se stessa. Nel suo monologo finale comunque traspare una sofferenza interna che si mostra in maniera evidente non solo nelle parole ma in una gestualità risoluta, in uno sguardo duro all’apparenza ma che non riesce a mascherare quegli occhi tristi e soli allo stesso tempo, che gridano una sete di libertà che colpisce emozionando lo spettatore… sono gli occhi di milioni di donne che lottano ogni giorno per la loro libertà, quegli occhi puoi vederli in una madre del Congo che allatta il figlio in mezzo alla strada, puoi vederli dietro un burqa che soffoca qualsiasi spirito vitale, puoi vederli in Cile, in Bosnia, in Africa, in Messico… sono occhi di milioni di donne, di oggi e di ieri, sono occhi di donne combattenti o donne che hanno gettato le armi, sono gli occhi di ognuno di noi, ed ecco la grandezza di Shakespeare ecco la sua universalità declinabile a qualsiasi epoca a qualsiasi contesto sociale. Così come i condizionamenti e le violenze psicologiche che soggiogano l’indole naturale della bisbetica inducendola ad una sofferenza interna costante al fine di rispettare quella predominanza maschile sulla consorte “imposta” dall’etichetta o per rispondere ai classici canoni sociali dell’epoca tesi a mantenere quell’equilibrio, quella “normalità” familiare agli occhi degli altri anche al costo di violentare la psiche altrui cercando di  mutarla con la forza. Si pensi ai possibili collegamenti con i legami attuali, quante donne oggi subiscono questo tipo di violenza? Quante donne serene agli occhi sociali sono vittime di violenze psicologiche entro le mura domestiche? L’opera fornisce degli spunti di riflessione e quindi di sensibilizzazione  sempre vivi e presenti. Il tutto trattato in chiave comica e grottesca, ed è questo a rendere questa realizzazione magistrale ed unica. Il riso, il divertimento suscitato dal grottesco dell’opera si mescola alla sofferenza, alle pene vissute dalla bisbetica, a quel suo non arrendersi, al quel suo combattere fino alle fine, a quella sua profonda solitudine entro la quale si innalzano le sue grida d’aiuto rimaste inascoltate, tutto questo emozionante dolore si mescola alla fisionomia sostanzialmente comica e grottesca dell’opera in un turbinio di emozioni e sentimenti che colpisce il pubblico, esaltandolo, trasportandolo in un  coinvolgimento totale, rapito, all’interno della messa in scena, è questa la grandezza di Shakespeare ed è questa la fedele e magistrale rielaborazione storica compiuta da Konchalovskij  che pur traslando l’opera originale in un contesto sociale diverso da quello dell’autore riesce a rimanere fedele al testo ed a ripercorrerlo in maniera assolutamente efficace conservando quella spontaneità e freschezza che avvolge l’intera opera mescolate a quelle vibrazioni sottili che toccano stati profondi dell’essere, inducendolo alla riflessione, quei paradossi e quelle tragedie dell’animo umano che da sempre affliggono e divertono e che si ripetono come un grande ciclo in tutte le epoche, in maniera universale.          

La città di plastica

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La profonda crisi economica, ma soprattutto culturale, che “uccide” appunto quella fiducia nella cultura come fonte di progresso sociale, di sensibilizzazione egalitaria e condivisione identitaria (a cui mi è sembrato opportuno accennare nell’ambito del primo articolo “inaugurale” di questa sezione “teatro”), che affligge non solo l’Italia in questo preciso periodo ma alcune tra le più significative aree del mondo, da periodi ben più lunghi, tanto da considerare quest’ultime quasi come emblemi su scala mondiale, ha trovato un’interessante rappresentazione interpretativa nell’ambito della piecès teatrale di Silvia Resta, regista ed attrice dell’opera, dal titolo “La Città di Plastica” in scena al Teatro Quarticciolo di Roma la scorsa settimana. La rappresentazione ha toccato dei temi molto delicati e da sempre al centro di dibattiti relativi a visioni fortemente contrastanti su scala mondiale. Dal punto di vista ideologico l’opera di Resta rappresenta un funzionale e concreto esempio di teatro civile, con uno spettacolo-denuncia in grado di risvegliare ed alimentare una condivisione ed un senso identitario di appartenenza (simile all’utilizzo che i Greci facevano del loro teatro come elemento di celebrazione di quei miti, simbolo della loro appartenenza ad una comunità civile ) alla comunità in un’ottica universale, alla comunità umana appunto…in grado di fornire spunti di riflessione e conseguentemente di sensibilizzazione non indifferenti. Tre donne contemporanee, Neda, Hanifa e Rose, tre voci dalle cronache dei nostri tempi, uno scenario da sempre nell’occhio del mirino  delle maggiori potenze mondiali, l’Afghanistan… e quella città di plastica… la loro “speranza”, la loro indipendenza, la loro vita… la felicità le ha baciate, raccontano sorridenti, quando le multinazionali hanno deciso di installare nella loro terra una città fantastica, una città piena di sogni e libertà… Quella libertà tanto agognata e così difficile da raggiungere per loro, donne vendute in cambio di bestiame, donne oggetto senza una dignità. Ma poi arriva lei, quella meravigliosa città, una serra gigantesca in cui coltivare rose. E si lavora, si lavora tutto il giorno, si lavora instancabilmente, sempre, senza tregua… senza poter essere stanche, perché non ti puoi stancare nella città di plastica, non ti è permesso… e non puoi nemmeno allontanarti quando alcuni di quei signori spargono nell’ aria sostanza tossiche per disinfestare, tu stai lì, a capo chino, a curare e potare quei fiori meravigliosi, tu stai lì a curare e coltivare la tua libertà anche a costo di morire…di morire già, perché nella città di plastica spesso si muore, per costruirla quella città le multinazionali hanno avvelenato un lago… il lago delle rose, l’acqua di quel lago era purissima, ma questo non importa, non importa se le donne venivano in realtà schiavizzate mascherando il tutto dietro la parola libertà, non importa se l’acqua pura di un lago viene avvelenata, non importa se qualcuna di loro ogni tanto muore… “come poteva mia madre immaginare che sarei morta proprio a causa di quel fiore stupendo” grida lo spirito di Rose… l’importante è seminare e coltivare le rose… Qualcuno dice che dall’altra parte del mondo quelle rose le comprano per vederle appassire, ma nessuno ci crede. Quelle rose poi portate lontano, non per schiavizzare non per avvelenare ma per amare… per conquistare loro, le donne. Quelle donne schiavizzate da una parte del mondo per produrre rose e amate e conquistate dall’altra parte del mondo con quelle stesse rose, ed ecco il paradosso dell’umanità ecco lo spunto sul quale riflettere, ecco una condivisione che unisce e sensibilizza universalmente, ecco il grande lavoro di Silvia Resta, raccontato con grande umanità. Ma un grande interrogativo comunque rimane… è davvero un paradosso? C’è una spiegazione logica a tutto ciò o tutto è davvero subordinato ad una sola e grande logica che pare governi oggi il mondo intero… il denaro. Il mio interrogativo rimane aperto fino alla scoperta di un’altra risposta, fino alla scoperta di un senso…  

La donna nell'arte,scrigno inafferrabile di bellezza e libertà

 

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Tutto l’effimero è solo un simbolo.

L’inattuabile si compie qua.

Qui l’ineffabile è realtà.

Ci trae superno, verso l’Empireo Femineo eterno”.

                                                                 W. Goethe

 

Così il filosofo e autore tedesco Wolfgang Goethe descriveva nel suo Faust lo straordinario potere che contraddistingue la donna. Essa possiede un dono unico che la rende veicolo di vita, in grado di far nascere l’uomo e accompagnarlo in un viaggio mistico fuori dal tempo, che anela alla conoscenza attraverso un’immaginazione che è di per sé donna e si incarna nel mito dell’eterno femminino.

Questo principio femminile ha abbracciato tutte le culture e ha accompagnato l’uomo in tutte le sue epoche, riscoprendo sempre codici rappresentativi diversi, che di volta in volta hanno cercato di raccontare le molteplici sfaccettature dell’universo femminile.

L’arte, da secoli tenta di catturare e rappresentare la bellezza e il fascino del corpo femminile, cercando di cogliere ogni aspetto di quest’archetipo eclettico, dominato da una complessità labirintica, da un’emotività cosciente e creativa, che in maniera ciclica è  in grado di innalzare l’anima e generare nuova vita. L’iconografia antica ha sottolineato il ruolo fecondo della donna incarnandola nel mito della Grande Madre, una divinità primordiale nella quale sono racchiusi tutti gli aspetti principali della vita: la fertilità, la prosperità, la ciclicità lunare, la terra e il suo continuo corso che permette alla vita di perpetuarsi. La donna dunque, vista come misteriosa e affascinante fonte di vita nella preistoria, come oggetto di bellezza in epoca egizia e come sacerdotessa in epoca romana, durante il Medioevo abbandona le caratteristiche di sensualità e mistero assumendo una sacralità ieratica di chiara influenza cristiana. Con il diffondersi del Cristianesimo infatti, viene esasperato l’aspetto salvifico e mistico delle raffigurazioni femminili, con una predilezione verso soggetti iconografici Mariani. La compostezza e l’eleganza della Vergine nella celebre Annunciazione di Simone Martini, o la posa elegante e realistica della Madonna col Bambino di Giotto sono solo alcuni esempi della notevole diffusione delle immagini di natura devozionale che si andarono affermando durante tutta l’epoca medievale, trasformando l’immagine della donna in soggetto sacro, emblema di fede e castità. Durante il Rinascimento il linguaggio rappresentativo cambia radicalmente, il modello femminile si evolve e la bellezza idealizzata diviene uno scrigno di grazia e perfezione che custodisce un profondo e arguto intelletto. Una rivoluzione estetica che punta lo sguardo sulla donna, ritraendone una bellezza disinvolta e sensuale, dai tratti aggraziati e dall’armonia delle forme, che si incarna nei dipinti dei più grandi pittori di età rinascimentale: dalla Nascita di Venere di Botticelli, alle avvenenti Veneri di Tiziano e Giorgione, dalla romantica e seducente Fornarina di Raffaello fino al simbolo per eccellenza del modello d’ispirazione nell’arte: la Gioconda di Leonardo. Con Caravaggio le divinità ritratte contrastano con la realtà delle protagoniste usate come modelle, ma la passione e il vigore descrittivo che emergono nelle forme e nei panneggi ritornano nelle tele di Artemisia Gentileschi, che ha donato forza e grande desiderio di riscatto alla donna rivendicandone libertà ed emancipazione. Un’emancipazione che si afferma soltanto in età Romantica, e nel Novecento, con una donna viaggiatrice e colta, che diviene cittadina del mondo, seducente e trasgressiva come Tamara de Lempicka, e le sue composizioni geometriche traboccanti di femminilità, o la rivoluzionaria Frida Kahlo emblema di coraggio e sensibilità creativa.  La donna ha dunque lottato nei secoli, per sradicare il mito della donna-musa, imponendosi come genitrice e portavoce di bellezza, impiegando l’intuizione come strumento di creatività, riuscendo vittoriosa a rompere ogni convenzione e iconoclastia, donando così all’arte un’identità continuamente rinnovata.

Le donne e il teatro

le donne ed il teatroLe donne ed il teatro, questo  binomio amato ma molto spesso contrastato, il paradosso di comporre opere dedicate alle donne, viste e disegnate molto spesso da più grandi artisti come muse ispiratrici, ma di ostacolare poi il loro accesso, la loro liberta’ e quindi il loro diritto di interpretazione, di entrare a far parte di una rappresentazione scenica, negazione di un diritto che si è perpetuato per decenni nella storia del teatro su scala mondiale, si perché la figura dell’attrice si è andata fisionomizzando relativamente di recente. Nell’ambito del teatro greco questo paradosso tocca degli apici che sfiorano per certi versi la surrealtà, basti considerare l’enorme importanza e la centralità fondante che una Medea, un Antigone un’Elettra hanno rivestito nella tradizione tragediografa greca, donne potenti, donne sovversive, donne indomabili, donne capaci di scatenare una guerra o di uccidere i figli per vendicarsi del marito traditore, donne audaci, donne generose, donne capaci di gesti profondamente umani che commuovono emozionando, donne libere… colme di quella libertà di cui si vedono private nella vita quotidiana le spettatrici mute e docili, le donne dell’Atene dell’età classica come dell’Inghilterra elisabettiana, donne ingabbiate in costrizioni sociali “imposte”, costrette ad assistere passivamente per decenni alla visione di rappresentazioni di figure femminili tutt’altro che subordinate e sottomesse come un’Elena od un’ Alcesti Loro, le donne comuni, quelle che hanno vissuto nella classicità greca o nella tradizione teatrale Shaksperiana, ai limiti della vita socio-politica, spettatrici passive nel teatro così come nella vita, lontane da ogni forma di indipendenza, di costruzione individuale, di realizzazione personale, lontane dai sogni da voler e poter raggiungere…e chissà se sognavano queste donne di nascosto prima di andare a dormire, o mentre si occupavano della casa, chissà se quel desiderio di libertà e magari sovversione mostrato da Medea le abbia mai sfiorate… queste donne fondamentalmente sole che hanno dedicato senza indulgenza e senza un minimo cenno di dissenso una vita alla crescita dei figli od al compiacimento dei mariti, accetando passivamente una vita già decisa per loro. La concretizzazione del paradosso si realizza soprattutto nel fatto che una Medea classica un’Antigone così come una Giulietta Shaksperiana siano state tutte figure femminili rappresentate per secoli solo ed esclusivamente da uomini. Sorgono a questo punto due quesiti fondamentali: perché l’interpretazione di figure femminili veniva rivestita da uomini? E, interrogativo ancora più emblematico, perché le donne che nella vita socio-politica della grecità classica o del periodo elisabettiano assumevano un ruolo del tutto marginale se non completamente assente, fantasma, venivano poi contestualmente rappresentate sotto il profilo teatrale come eroine incontrastate, come protagoniste inespugnabili e potenti? Il primo interrogativo pare abbia una risposta quasi ovvia e spontanea, e cioè che non si ritenevano le donne “all’altezza” di ricoprire ed interpretare ruoli in teatro, poiché viste come esseri “deboli” atte a ricevere ed eseguire ordini, ad occuparsi esclusivamente di quelle tradizionali mansioni quali la casa od i figli. Ma ciò apre consequenzialmente un altro interrogativo: dietro questa parvenza di divieto assoluto e rigoroso vi era forse celata, da parte maschile, una sorta di paura, di timore che questi esseri ritenuti inferiori,( deboli ed incapaci di scelte e decisioni importanti, non adatte a ricoprire ruoli di un certo spessore a livello socio-culturale), potessero invece, se lasciate libere nelle decisioni, sovvertire il ruolo maschile a livello sociale arrivando addirittura a subordinare l’uomo? Altrimenti perché rappresentarle come eroine potenti se non si credesse ciò? Era per questo motivo che andavano quindi tenute a “bada”? Venivano forse rappresentate scenicamente come donne forti ed incontrastate in nome di quella “catarsi”, ossia purificazione coniata da Aristotele secondo cui la tragedia pone di fronte agli uomini gli impulsi passionali e irrazionali (matricidio, incesto, cannibalismo, suicidio, infanticidio...) che si trovano, più o meno inconsciamente, nell'animo umano, permettendo agli individui di sfogarli innocuamente in una sorta di esorcizzazione di massa? La possibile interpretazione che mi sento di fornire può risultare, a mio avviso, come una risposta sia a quest’ultimo quesito sia a quello precedente e cioè perché donne fantasma a livello socio-culturale, passive e subordinate venivano poi rappresentate scenicamente come donne indomabili? Probabilmente quella paura maschile che faceva si che esse venissero isolate socialmente sotto la falsa parvenza del “non essere all’altezza” è frutto di una commistione con un altro elemento che può apparire contrastante ma comunque presente nell’animo umano, quell’esorcizzazione catartica di matrice Aristotelica ( basata sul tener lontano possibili sovversioni e rivoluzioni femminili attraverso appunto la loro stessa rappresentazione scenica mediante quindi uno sfogo innocuo ) si fonde infatti paradossalmente e contraddittoriamente con un’oscura attrazione e affascinazione in realtà dell’uomo per il potenziale potere che la donna potrebbe esercitare su di esso, fino quasi a desiderarlo irrazionalmente, incosciamente, il desiderio di volersene sentire succube, realizzato se non nella vita reale (per paura infatti la si tiene ai margini delle scelte decisionali importanti ) almeno scenicamente, teatralmente. Ciò risponde forse ad un impulso inconscio, ancestrale dell’uomo che di ritroso rievoca l’attaccamento al ventre materno così come al seno della madre donatrice di vita. Abbiamo forse un grido di solitudine e profonda mancanza dell’uomo che almeno nella finzione scenica vuole realizzare quel desiderio di appagamento di attaccamento ancestrale alla donna-madre anche a costo di sentirsene succube? E’ evidente che tutto si risolva e trovi una risposta entro una sfera profondamente contradditoria, profondamente dolorosa… profondamente umana. 

Sette Spose per Sette Fratelli

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Roberta Lanfranchi e Flavio Montrucchio diretti daMassimo Romeo Piparo danno voce a una delle più celebri storie d’amore di tutti i tempi: “Sette Spose per Sette Fratelli”, reinterpretazione in chiave di Musical sessant’anni dopo l’uscita dell’omonimo film di Stanley Donen.

“In un momento di crisi come questo”, afferma il regista durante la conferenza stampa, “abbiamo preferito tuffarci sul sicuro, su una favola a lieto fine di cui tutti abbiamo bisogno”; questo elemento, associato all’indiscutibile bravura dei protagonisti, conferisce al musical professionalità e rigore scenico.

Piparo continua affermando che le sue alte aspettative sono dovute anche alla bravura di tutti gli altri artisti presenti sul palco, attori capaci di muoversi armonicamente tra le scenografie western di Teresa Caruso, cantando e danzandonelle coreografie di Roberto Croce.

I sei fratelli sfidano il palcoscenico come fossero un tutt’uno; armoniosi e uniti occupano la scena quasi rubandola agli anch’essi eccellenti protagonisti.

La Lanfranchi si afferma nel ruolo di prima donna, graziosa ma con carattere balla e canta armoniosamente, lo stesso vale per Montrucchio che mai come in quest’occasione può vantare di aver vinto come “Grande Fratello”.

Anche gli elementi dell’orchestra dal vivo sono volutamente sette, come i fratelli e le rispettive spose, diretti dal Maestro Emanuele Friello, che per l’occasione porta in scena non solo le meravigliose musiche riadattate in lingua italiana, ma anchequattro brani inediti.

Uno spettacolo riuscito quasi perfettamente, peccato per un piccolo problema di audio all’inizio del primo tempo e per le immagini spesso non centrate dal proiettore.

Adamo, maggiore di sette fratelli, decide di trovare una moglie che si prenda cura di lui e dei più piccoli. Milly, accettando di sposare il primogenito non sapeva di andare in contro a degli esseri rozzi e solitari. Un avvincente percorso intrapreso dalla ragazza porterà i sette fratelli a diventare degli uomini migliori…dei mariti, e chissà forse anche dei padri. 

Al teatro Sistina fino al 16 Marzo

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