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ARTE E TEATRO

Simon Hantai,la realtà custodita fra le pieghe della tela

 

12 febbraio – 11 maggio 2014

Villa Medici – Grandes Galeries

A cura di Éric de Chassey

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        Simon Hantaï, Mariale,1960

                                               

L’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici dedica la prima importante retrospettiva in Italia a uno dei più grandi protagonisti dell’astrattismo del secondo Novecento: Simon Hantaï. A quasi sei anni dalla scomparsa, la mostra celebra l’artista precursore della tecnica del pliage, presentando al pubblico la sua pittura di sperimentazione offrendo così una lettura cronologica del suo percorso artistico basato sulla continua ricerca e manipolazione della materia. Dagli echi iniziali del Surrealismo Hantaï approda a un profondo individualismo in cui svanisce l’intervento diretto dell’artista sull’opera, che, umiliata e trasformata rinasce sottonuove forme.

Graffi di vivido colore si alternano a intrecci di luce , laddove la luce traccia sulla tela luoghi da esplorare e codici da svelare e custodire, così nuovi linguaggi pittorici animano le sale delle Grandes Galleries di Villa Medici. La decostruzione della realtà emerge dalle pieghe della tela plasmata talvolta dal colore, talvolta dalla sua assenza. L’eco del Surrealismo risuona nelle opere esposte nella prima sala, una selezione di lavori legati agli anni 50, periodo in cui Hantaï si avvicina al movimento di avanguardia fondato da  Breton  dal quale si staccherà violentemente in seguito, preferendo alla pittura gestuale una ricerca personale orientata verso una rilettura dell’astrattismo pollockiano.  I piccoli tocchi con i quali raschia la tela attraverso i frammenti di una sveglia danno vita a una sinfonia di colori e ombre, un velo vibrante di segni e impronte avvolge le tele enormi in un gioco di sottrazioni e aggiunte. I lavori a piccoli tocchi si alternano ai quadri in cui il gesto e la composizione vengono sostituiti dalla scrittura, due tecniche ben distinte quanto fondamentali nelle rappresentazioni di Hantaï che ne dà prova in due grandi pitture: Peinture (Écriture rose) Pittura ( Scrittura rosa) e A Galla Placidia. Due enormi tele poste una di fronte all’altra si dividono la sala, come le giornate dell’artista che per 365 giorni esatti (1958 – 1959) dedicò la mattina alla realizzazione di Écriture rose e il pomeriggio A Galla Placidia. In Scrittura rosa elementi sacri si combinano a palinsesti esistenziali, simboli delle tradizioni religiose affiorano dai testi del messale che si diramano su tutta la superficie creando un pigmento rosa, pur non essendo stato utilizzato. A Galla Placidia è un’opera ispirata al mosaico del mausoleo di Galla Placidia a Ravenna, visitato durante la sua permanenza in Italia del 1948, prima di trasferirsi definitivamente in Francia, e come in un mosaico le tassellature lasciano intravedere le stratigrafie del colore sottostante. Le opere degli anni sessanta costituiscono un cambiamento radicale nello stile dell’artista che abbandona l’idea del quadro inteso come riflesso soggettivo per dedicarsi completamente alla tecnica del pliage, in cui la tela viene piegata, pressata e infine spennellata, per ottenere così nel dispiegamento un effetto di totale casualità. Esempio eccelso di tale tecnica sono le Mariales ( Mariane) trame immense che come un “Manto della Vergine” inglobano lo spettatore, impressionando per grandezza e forte intensità cromatica, avvalorate dalla presentazione della grande Mariale conservata presso i Musei Vaticani, prestata esclusivamente per l’evento. La seconda parte dell’esposizione, che si presenta come un prolungamento della mostra dedicata ad Hantaï dal Centre Pompidou di Parigi lo scorso anno, è dedicata alla serie delle Tabulas, realizzate tra il 1974 e il 1982, e alle Laissés ( 1981 – 1994), periodo in cui l’artista ungherese dopo la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1982, decise di abbandonare drasticamente il mondo dell’arte, abbracciando quell’ida di isolamento che sfociò nell’assolutismo della propria ricerca, riuscendo così a tramutare il suo intervento nell’opera in un semplice esercizio del pensiero, senza sfuggire però alla fama che cercò di svilire fino alla fine e che tutt’oggi lo celebra come straordinario artista.

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Simon Hantaï, Tabula, 1980

 

http://www.villamedici.it/it/programma-culturale/programma-culturale/2014/02/simon-hanta%C3%AF/

 

Gabriele Basilico

               

Fotografie dalle collezioni del MAXXI

28 novembre 2013 – 30 marzo 2014

 

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Luigi Moretti Casa Balilla a Trastevere. Roma (1933,1937)

 

I suggestivi scatti di Gabriele Basilico, in mostra al MAXXI di Roma fino al 30 marzo, ci svelano i mutamenti sociali e i fenomeni estetici nascosti nei paesaggi urbani, catturati e raccontati dallo sguardo di uno dei maggiori maestri della fotografia contemporanea.

Con oltre 70 fotografie di grande formato il MAXXI omaggia la collaborazione tra il Museo e Gabriele Basilico, Il fotografo/architetto scomparso lo scorso febbraio. Grandissimo interprete della fotografia architettonica, Basilico, attraverso le sue opere ha sublimato il nostro modo di vedere e scoprire il paesaggio urbano, offrendoci riflessioni e suggestioni tipiche di un grande artista. Il disegno “urbano” dello spazio, come egli stesso usava definirlo, è un interesse quasi ossessivo per Basilico, che usa l’obiettivo fotografico come uno strumento attivo di indagine e conoscenza capace di immortalare forme e cambiamenti di una società. Le opere esposte, provenienti dagli archivi del MAXXI, ci rivelano gli aspetti più intimi e profondi delle città rappresentate, visioni ed emozioni si alternano a spazi immensi e a palazzi imponenti, che come degli scrigni ci  offrono una nuova chiave di lettura dei paesaggi che “abitiamo” e che custodiamo. Percorsi lineari e infiniti si perdono tra le profondità dei luoghi e degli spazi, volutamente  decodificati e misurati, diventando così veri e propri ritratti urbani, che attraverso simmetrie e contrasti, svelano indizi e metafore dei passaggi e delle trasformazioni della vita contemporanea. La mostra, a cura di Giovanna Calvenzi e Francesca Fabiani ,si sviluppa in cinque sezioni differenti, interamente  dedicate alla descrizione di architetture e vedute che vanno così a ricostruire una vera e propria biografia del MAXXI attraverso le numerose committenze realizzate dall’artista per il museo, a partire dal Cantiere d’Autore del 2009 fino agli scatti dedicati alla mostra di Luigi Moretti, che ha inaugurato le sale espositive nel maggio del 2010. Troviamo inoltre le immagini dello stretto di Messina realizzate per il progetto Atlante Italiano del 2003, della natia Milano,  ancora di Genova, Napoli, un’importante raccolta dedicata a Roma, fino ad arrivare alle macerie di Beirut distrutta dalla guerra civile, che nelle istantanee di Basilico sembra trovare una nuova identità. Un’esperienza diretta vissuta nei luoghi raccontati e nata dall’osservazione attenta e consapevole degli spazi metropolitani contraddistingue i lavori di Basilico, in bilico fra bianco e nero, luci e ombre, tracce del passato e accenni sul futuro, egli arriva  come una voce sospesa nel tempo, che viaggia in un silenzio oggettivo che avvolge edifici e geometrie, colmando i vuoti e donando dinamismo all’immobilità.      

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http://www.fondazionemaxxi.it/2013/07/22/gabriele-basilico-fotografie-dalle-collezioni-del-maxxi/#

 

Anni 70, Arte a Roma

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Luigi Ontani, Pinocchio, 1972

Il Palazzo delle Esposizioni di Roma prosegue il cammino d’indagine intrapreso negli anni novanta attraverso le mostre che hanno visto come protagonista Roma, dedicando una retrospettiva al decennio che ha segnato maggiormente la città: gli anni 70. Le opere di circa cento autori italiani e internazionali racconteranno fino al 2 marzo il dinamismo artistico e il fervore che hanno rivoluzionato l’arte contemporanea italiana, facendo emergere gli aspetti culturali più significativi in grado di influenzare tutte le successive vicende artistiche.

 

Una mostra che si snoda come un racconto che mira ad offrire un’ampia e complessa panoramica su un decennio, di fondamentale importanza, per le attività artistiche di Roma, contrassegnate da una pluralità di linguaggi e da un’audace quanto prolifera carica creativa. La fertile attività delle gallerie e delle associazioni culturali, ha svolto un ruolo decisivo nel promuovere e accogliere l’arte contemporanea italiana e internazionale di quegli anni, La Tartaruga di Plinio De Martiis, L’Attico di Fabio Sargentini, o La Salita di Gian Tomaso Liverani, sono solo alcune citazioni delle innumerevoli istituzioni che hanno innalzato Roma a centro artistico per eccellenza.  La mostra si apre con l’opera  Il tempo, lo sbaglio, lo spazio di Gino De Dominicis, immergendo subito lo spettatore in un viaggio dedicato all’arte, lasciandogli la totale libertà di  percorrere le sale e scorgerne le opere guidato dai titoli tematici, che come “meri suggerimenti” sottolineano le discipline e i pensieri che contraddistinsero il binomio anni 70 – Roma.

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Giulio Paolini, Mimesi, 1975

 Il percorso espositivo si dirama attraverso due distinti circuiti, corrispondenti alla prima e alla seconda metà della decade: da una parte troviamo le sale che espongono opere focalizzate sull’analisi dei comportamenti umani e sociali, rivendicando dunque le diversità individuali e le declinazioni personali, e spaziando dall’antropologia alla psicanalisi, con un rapido accenno all’immaginario fantastico della metafisica. Nelle rimanenti sale si collocano le opere che mettono in risalto una profonda riflessione sul linguaggio, che attraverso vari processi creativi differenti, trova nuovi codici espressivi nell’indagine e nella continua ricerca, ridefinendosi di opera in opera. Dall’Arte Povera di Alighiero Boetti e Kounellis si passa ai protagonisti della cosiddetta Scuola Romana  Mario Schifano e Tano Festa, dall’Arte Concettuale e dalla Narrative Art di Giulio Paolini si arriva fino alla Transavanguardia di Francesco Clemente, Sandro Chia ed Enzo Cucchi. Una carrellata di circa 200 opere e una selezione di circa 100 autori italiani e internazionali curata da Daniela Lancioni, descrive attraverso un intreccio di linguaggi differenti l’arte di un decennio che ha scardinato le convenzioni, regalandoci una visione universale su quell’eredità culturale che è ancora oggi portatrice di “insondabile complessità”.

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Gino De Dominicis, Il tempo, lo sbaglio, lo spazio, 1969

 

 

Gemme dell'impressionismo

GEMME DELL’IMPRESSIONISMO

Dipinti della National Gallery of Art di Washington

23/10/2013 – 23/02/2014

Museo dell’Ara Pacis

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P.A. Renoir, Cogliendo I fiori, 1875

 

Per la prima volta in Italia, 68 dipinti della National Gallery of Art di Washington colorano le stanze del Museo dell’Ara Pacis di Roma, in una mostra interamente dedicata alle atmosfere ai paesaggi e alle note di rivoluzione che compongono l’arte degli impressionisti.

 

Paesaggi infiniti che diventano intimi rifugi per l’anima, gesti quotidiani immortalati da fugaci pennellate, ritratti carichi di emotività, e ancora, ballerine e nature morte, sono solo alcuni dei soggetti che animano le 5 sezioni della mostra Gemme dell’Impressionismo, vere e proprie gemme di pittura impressionista e postimpressionista esposte eccezionalmente al Museo dell’Ara Pacis fino al 23 febbraio. Il nucleo di opere che il Museo ospita proviene dalla collezione privata di Andrew W. Mellon, un influente banchiere americano appassionato d’arte, il quale avviò una delle collezioni d’arte europea più importanti al mondo, proseguita dai figli dopo la sua morte e oggi conservata , in seguito ad una donazione, alla National Gallery of Art di Washington.

V. Van Gogh, Campi di fiori in Olanda, 1883

 

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Arte Fiera Internazionale d'arte moderna e contemporanea

 

Arte Fiera 2014: l’arte invade Bologna che, dal 24 al 27 gennaio 2014, promuove una delle principali fiere internazionali d’arte Moderna e Contemporanea.

 

La 38° edizione di Arte Fiera si presenta già come un grande successo di presenze, con la notevole partecipazione di 172 Gallerie tra le più importanti nel panorama nazionale va a comporre così un evento culturale leader in Italia, dedicato agli appassionati e ai collezionisti d’arte, divenendo un punto di riferimento per il mondo dell’arte moderna e contemporanea. Gli storici Padiglioni n. 25 e 26 realizzati dall’architetto Benevolo, accoglieranno la rinnovata formula espositiva che quest’anno, mira ad un’impostazione più curatoriale rispetto agli anni precedenti, potendo così sempre più sostenere e promuovere il mercato italiano. Uno degli obiettivi principali dei direttori artistici Claudio Spadoni e Giorgio Verzotti, è proprio quello di riuscire a intercettare tutte le esigenze del mercato dell’arte, allargando così l’orizzonte in diverse direzioni, una di queste e forse la più significativa dell’edizione corrente è l’introduzione di una sezione riservata interamente all’arte della seconda metà dell’Ottocento. Una scelta che punta al confronto su antico moderno e contemporaneo, e che con grande coraggio va ad affiancare le semplici scene di vita quotidiana o i paesaggi rappresentati nei lavori di Hayez e Fattori all’impeto dei Macchiaioli, di Boldini o di De Nittis, sfatando così il mito, un po’ riduttivo, che mira a dividere nettamente il moderno dal contemporaneo. Arte Fiera inoltre “Lancia sonde verso aree politiche ancora sconosciute” spiega Giorgio Verzotti, ospitando dieci Gallerie provenienti dall’Europa dell’Est, e dedicando la mostra “ Arte Fiera Collezionismi – Il Piedistallo vuoto. Fantasmi dall’Est Europa” allestita presso il Museo Civico Archeologico di Bologna, alla scena artistica dell’area post-sovietica contemporanea. Non manca infine l’ampio spazio riservato alla fotografia, che propone i classici nomi come Henri Cartier Bresson, Werner Bishof o Robert Capa, e anche le nuove proposte sviluppando un percorso che va ad indagare il corpo, gli spazi, il viaggio e il non luogo, attraverso un ponte fra la fotografia storica e quella contemporanea. Un grande evento culturale che dimostra ogni anno di più come Bologna non sia soltanto una città che ospita semplicemente la cultura, ma la produce rinnovandosi di volta in volta.

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