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ARTE E TEATRO

Roma,un manuale di storia dell'arte da percorrere e scoprire

PIRANESI VEDUTA COLOSSEO

G.B. Piranesi, Veduta del Colosseo

 

 “Roma è la capitale del mondo! In questo luogo si riallaccia l’intera storia del mondo, e io conto di essere nato una seconda volta, d’essere davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede a Roma. Le sue bellezze mi hanno sollevato poco a poco fino alla loro altezza”.

Johann Wolfgang von Goethe, Italienische Reise,1813 – 1817

 

Roma è da secoli il baricentro di itinerari turistici, già dai tempi del Grand Tour, quando i giovani aristocratici europei intraprendevano un viaggio all’insegna della conoscenza, della letteratura e delle arti, vedendo in Roma una mèta fissa, che con la sua ricca eredità di reliquie pagane e cristiane, era sempre in grado di stupire e incantare. Uno di loro fu lo studioso Johann Wolfgang von Goethe che soggiornò a Roma tra il 1786 e il 1788 descrivendo nel suo “Viaggio in Italia” come la capitale avesse segnato in lui una sensibile rinascita. Roma, la città eterna, costituisce ancora oggi un vero e proprio museo a cielo aperto, un manuale di storia dell’arte da percorrere e scoprire, in grado di rivelare dietro ogni angolo e ogni via uno scorcio storico artistico unico al mondo.  Un universo di stili sovrapposti in una compenetrazione di testimonianze architettoniche e urbanistiche di età diverse, incastrate fino a formare un puzzle stratigrafico che racchiude più di 2000 anni di storia e bellezza. La grandezza e il fascino della città eterna dimorano soprattutto nel ricchissimo patrimonio artistico, costituito dal considerevole numero di Piazze, Monumenti, Architetture Religiose, e Musei presenti nella capitale. Una passeggiata nella storia, dunque, che comincia nell’area archeologica più importante e meglio conservata al mondo: I Fori Imperiali. Ricalcando il centro della vita pubblica romana lungo la Via Sacra, dalla nascita del Foro principale del VI secolo a.C., si possono ammirare l’Arco di Settimio Severo e il possente Arco di Tito, i numerosi resti di Templi, santuari ed edifici pubblici. Si arriva così al periodo degli Imperatori e al simbolo universale della città, l’Anfiteatro Flavio meglio conosciuto come Colosseo. Costruito da Vespasiano nel 72 d.C. i lavori vennero ultimati solo nell’80 d.C. sotto Tito, donando così alla città il suo manifesto imperiale per eccellenza, a simbolo della celebrazione dello svago del popolo, l’enorme edificio infatti è descritto dalla tradizione come un luogo di spettacoli e battaglie dei gladiatori, diventando in seguito anche sede del martirio dei cristiani. Le tracce della grande Roma Imperiale sono molteplici, basti pensare all’immenso complesso monumentale formato dal Circo Massimo, il Mausoleo di Augusto e di Adriano, il Pantheon (recenti le scoperte che lo definiscono come un “teatro solare”) le Colonne di Traiano e di Marco Aurelio, o la Domus Aurea, la Villa Urbana  costruita da Nerone che racchiude gli affreschi studiati in epoca rinascimentale da Raffaello e da Michelangelo.

 

Piranesi Pantheon

G.B. Piranesi, Veduta del Pantheon

 

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La Cina Arcaica (3500 a.C. – 221 a.C.)

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Testa in bronzo con maschera in lamina d’oro, Arthur Yang-wiki

 

Un percorso espositivo che mira alla scoperta del’arte e della cultura cinese, attraverso 150 preziosi manufatti che testimoniano la Cina Arcaica, in mostra a Palazzo Venezia fino al 20 marzo 2014.

 

Un excursus storico della civiltà Cinese che va da cinquemila anni fa, fino alla prima unificazione dei Sette Regni, sotto l’Imperatore Qin nel 221 a.C. L’esposizione è il frutto i due anni di lavoro e rientra nel quadro dell’accordo di Stato sul partenariato per la promozione del patrimonio culturale tra l’Italia e la Cina che, essendo stato siglato nel 2010, prevede lo scambio museale di spazi permanenti dedicati alle rispettive culture. La Cina Arcaica è dunque la prima di una serie di mostre dedicate alla civiltà cinese, ed è incentrata sull’aspetto più antico della cultura cinese, precisamente al tardo Neolitico, le successive e future mostre infatti ripercorreranno l’epoca Moderna arrivando fino a quella Contemporanea. La mostra si sviluppa attraverso cinque sezioni: la nascita della civiltà, l’avvento del regno, i sacrifici per gli Dei e gli antenati, la musica legata alle cerimonie, e l’epoca degli Stati Guerrieri. Le splendide ceramiche dai colori vivaci raccontano la Cina dei primordi, e provengono dal sito di Taosi, la culla della prima civiltà cinese. Troviamo poi gli eleganti monili in giada intarsiati finemente, i bronzi del sito di Erlitou anche detto “centro del mondo” e situato nella piana di Luoyang. Si continua esplorando il sito di Jinsha che possiede il primato mondiale per la quantità di ori avori e giade mai restituiti, e infine i Banzhong, delle campane polifoniche in bronzo. I reperti della tomba della regina Fu Hao ci fanno scoprire il medio e basso corso del Fiume Giallo, nelle province dello Henan e dello Shandong. Una sezione importante è dedicata alla musica, considerata determinante durante le cerimonie, era usata per stimolare la comunicazione fra le persone, durante i riti di devozione, momenti particolari in cui la musica stabiliva le norme etico - morali della società. Alcune delle opere non erano mai state esposte in Italia prima d’ora come ad esempio l’imponente testa di bronzo con maschera d’oro proveniente dallo Sanxingdui Museum, o le campane di bronzo appartenute agli Sui nell’epoca degli Stati Guerrieri.

Il teatro in Oriente

 

Il teatro orientale, così come quello europeo, trae le sue origini dalle manifestazioni di carattere religioso, specie dai rituali dei paesi del sol levante. Il teatro di maggiore notorietà è sicuramente il giapponese Noche derivato dal medievale Danga-Ku, non ha mai subito alcuna modifica o evoluzione dal suo nascere (XIV° secolo) ad oggi. Il No viene rappresentato sempre con la medesima scenografia, costituita da un piano rialzato di forma quadrata ai cui lati siede il pubblico, sullo sfondo un pino, un ponticello e un piccolo balcone. Ai lati delle due quinte due musicisti per lato suonano quattro strumenti a corda e a percussione. La recitazione e la mimica sono caratterizzate da rigide regole, ne consegue che ogni gesto e ogni movimento abbiano un preciso significato, sempre riconoscibile dal pubblico. Ogni spettacolo è dotato di 8 quadri, di cui 5 drammatici e tre comici, alternati, per una durata complessiva di 7ore. Gli attori sono sempre due di cui uno, lo shite, sempre mascherato e l’altro lo waki, non mascherato. Derivato dal No, ma di carattere più popolare è il Kabuki, il teatro burlesco, romanzato, a volte erotico, ricco di effetti scenici. Connotato anch’esso da rigide regole riguardanti la messa in scena degli interpreti , questo tipo di teatro assai più divertente del precedente, presenta personaggi stereotipati, addobbati con costumi sfarzosi. Dal punto di vista innovativo il teatro Kabuki ebbe l’indubbio merito di introdurre in scena il palcoscenico  girevole che dava la possibilità di veloci cambi di scena e di costumi. Tale tecnica fu mutuata dal teatro europeo intorno alla fine dell’800.  Il teatro cinese ha conseguito notorietà internazionale soprattutto con gli spettacoli delle ombre, noti sin dai tempi di Marco Polo ed anche le marionette che avevano molte affinità con i pupi siciliani. La forma d’arte scenica più popolare e spettacolare è senza dubbio l’Opera di Pechino che, fondata all’inizio del ’900 ha canonizzato un’arte avente storia e tradizione multi millenaria. Costituita da un insieme di canzoni corali, danze, acrobazie, giochi d’abilità e scene ricche di costumi, draghi, mostri, serpentoni e fuochi d’artificio assai  luminescenti. L’opera cinese narra fatti ed episodi della propria storia e tradizione culturale. Anche il teatro indiano ha avuto un pizzico di notorietà, quantunque limitata a rappresentazioni di tipo burlesco, marionettistico. Un suo famoso personaggio indu, Viduchaka, fu introdotto nella commedia dell’arte italiana intorno al 17° secolo. Così, in mezzo ai vari Pulcinella, Arlecchino, Pantalone, Capitan Fracassa etc. figurava anche il pittoresco indù, sempre con faccia pitturata e turbante per strappare qualche esotica risata in più. I teatri dell’ Asia importano un’arte drammatica senza codici psicologici, basata su una tecnica dettagliata come solo elemento e strumento dell’attore, capace di presentare le emozioni. L’ attore cinese non si interessa di creare un’ illusione teatrale come di regola succede al teatro Occidentale. Il teatro Orientale ha origini rituali, che si riscontrano anche negli spettacoli di oggi. Alcune forme teatrali dell’ India, del Giappone, della Cina, del Bali sono stati veri punti di riferimento per uomini di teatro quali Craig, Mejerchold, Artaud, Brecht e continuano ad esserlo Grotowski, Brook e Barba. La polisemia del teatro Orientale si riflette nella tecnica del corpo, nei molteplici e vari aspetti della pratica spettacolare, nella fenomenologia dell’ attore o nella trasmissione dell’ arte. Il teatro orientale è una combinazione di danza, musica e poesia che vede nell’ attore il mezzo per indurre lo spettatore a provare l’ esperienza in diversi stati d’ animo. L’ Occidente considera la rappresentazione quale punto di contatto con il mondo della realtà. L’ Occidente da enfasi all’ illusione, alla mimesi,l’attore mimetizza il ruolo come un’ esperienza personale, enfatizza il testo e la parola definisce il testo. L’Oriente con la standardizzazione dei codici corporali significa convenzione. L’ attore si fa il ruolo, centro del ruolo corporale tecnico, con enfasi alla rappresentazione ed il corpo definisce il senso.

il teatro in Oriente immagine

Spinario:storia e fortuna

musei capitolini spinario

Un capolavoro bronzeo, tra i più ammirati delle collezioni capitoline è il protagonista della mostra “Spinario, storia e fortuna”. Un’esposizione raffinata e coinvolgente curata da Claudio Parisi Presicce  che, fino al 25 maggio, offrirà fra le sale del Palazzo dei Conservatori dei Musei Capitolini, un viaggio approfondito all’interno di un mito che non smette mai di stupire.

 

Una delle massime espressioni della scultura antica, esempio perfetto di armonia fra resa stilistica e accuratezza d’esecuzione, lo Spinario torna a far riecheggiare un mito in grado di suggerire sempre nuove sollecitazioni visive e interessi artistici. Giunto in Campidoglio nel 1471, in seguito alla donazione dei bronzi lateranensi al Popolo Romano, da parte di Sisto IV, questo fanciullo immortalato nel gesto infinito di togliersi una spina dal piede, è da secoli oggetto di dibattiti interpretativi che riguardano la sua identificazione. Il modello iconografico, deriva da un soggetto di genere di età proto-augustea, ed è il frutto di un’esemplare combinazione tra il corpo di prototipo ellenistico (III – I a. C.), e il capo di stile severo (IV a. C.). L’immaginario bucolico e dionisiaco suggerito dal sedile di roccia sul quale siede, rimanda in maniera didascalica ai momenti di vissuto quotidiano, sottolineandone il rapporto con la natura e le sue insidie. Metaforicamente però, il tema figurativo è associato alle pene legate all’innamoramento e agli incontri amorosi, avvolgendo l’opera di fascino e mistero maggiori, decretandone così la sua fortuna. Questa figura concentrata in un “gesto che tradisce fragilità e inesperienza”, considerata fino ad oggi come una semplice rappresentazione di immagine generica di pastore, potrebbe invece rivelarsi il capostipite della gens Iulia, la dinastia di Giulio Cesare e Ottaviano Augusto, ovvero Ascanio/Iulo, figlio di Enea e giovane eroe dell’Eneide. Considerato immorale durante il Medioevo per via della sua nudità, destituito così a semplice simbolo pagano, lo Spinario capitolino conobbe una fama straordinaria in epoca rinascimentale, riprodotto, studiato e disegnato dai maggiori artisti quali Francesco Granacci, Parmigianino, Rubens e il Brunelleschi che gli dedicò una formella in bronzo per la porta del Battistero di Firenze. Nelle sale adibite all’esposizione si alternano repliche e rivisitazioni relative al tema iconografico dello Spinario, con rilievi marmorei, disegni, quadri e bronzini che evidenziano la grande eredità artistica e culturale che l’opera ci ha donato. L’eleganza formale della composizione statuaria, la disarmante naturalezza del gesto quotidiano che si protrae nel tempo e l’accennata indifferenza che il dodicenne dedica allo spettatore, rendono lo Spinario un capolavoro unico, la cui fama ha attraversato i secoli.

Modigliani,Soutine e gli artisti maledetti.La collezione Netter

Nella sede di Palazzo Cipolla in via del Corso a Roma è di scena la mostra “Modigliani, Soutine, e gli artisti maledetti. La collezione Netter” curata da Marc Restellini, che fino al 6 aprile metterà a confronto i capolavori acquistati da Jonas Netter, ricco collezionista, particolarmente affascinato dal genio creativo di Modigliani e dalla produzione artistica dei pittori di Montparnasse.

   Elvireconcollettobianco1A. Modigliani, Elvire con colletto bianco, 1918

Giungono  a Roma, per la prima volta, 120 opere della ricca collezione di Jonas Netter che, dopo il successo alla Pinacothèque di Parigi e al Palazzo Reale di Milano, propongono uno spaccato degli “anni folli” di inizi Novecento, che trasformarono il quartiere parigino di Montparnasse in un fervido luogo di ritrovo di artisti e intellettuali dell’epoca. A Montparnasse “si beve e si danza. Si fuma e si fa l’amore. Si scrive e si dipinge. Si reinventa l’amore, esattamente come si reinventano i modi di dipingere.” Così descriveva lo storico quartiere parigino, Kiki de Montparnasse, celebre modella e musa ispiratrice di Man Ray. Una calda atmosfera bohèmienne accoglie dunque lo spettatore che rivive i fermenti rivoluzionari di quegli anni in cui, pittori e scrittori si ritrovavano in locali e caffè a discutere di arte o letteratura sorseggiando un bicchiere di vino o di assenzio, a volte qualcuno di troppo. Una ricerca artistica che culminò in quella che il critico Andrè Warnod definì la Scuola di Parigi, un fluido gruppo di pittori, a metà strada fra il Cubismo e il Surrealismo, dagli influssi impressionisti e dei Fauves, che costruì un involucro stilistico sottile, quasi impalpabile, arricchito da una passione interiore misurata e ben dosata nei tratti, che diede vita a una sorta di “Espressionismo Figurativo” dalle note melodiche. Le inclinazioni decadenti, l’elegante inquietudine che modellava i nudi di Modigliani, i suoi ritratti penetrati da un fragile desiderio di perdizione, e i suoi raffinati colli affusolati, catturarono l’attenzione del collezionista alsaziano Netter che, con l’aiuto del mercante d’arte, e poeta polacco Lèopold Zborowski, entrò in contatto con il pittore livornese e con i cosiddetti artisti “maledetti”. Accanto a Elvire con colletto bianco (Elvire con collettino) del 1918 e Fanciulla in abito giallo (Ritratto di giovane donna con collettino) del 1917 e altre opere dello stesso Modigliani, si possono ammirare gli intensi dipinti del sovversivo Chaim Soutine, suo amico, e gli scorci parigini del “periodo bianco” di Utrillo. Solo alcuni dei nomi presenti in questo percorso espositivo che mette a confronto i capolavori di straordinari artisti che, percossi da un profondo quanto sublime malessere esistenziale, attraverso una pittura che si “nutre di disperazione” sono in grado di spogliare l’anima e vestirla di libertà. 

A. Modigliani, Fanciulla in abito giallo, 1917

A. Modigliani, Fanciulla in abito giallo, 1917

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