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Società

Un messaggio da Gaia per tutti noi

In principio era Gaia, il pianeta vivente, avrebbe detto lo scienziato inglese James Lovelock, che nel 1979 (poi in Gaia.Nuove idee sull'ecologia Bollati Boringhieri 1981) estrasse dal cilindro una formidabile teoria sulla natura del nostro pianeta, visto come un unico superorganismo vivente. Per interpretare la vita di Gaia-Terra Lovelock pensò fosse necessario fondare anche una nuova scienza, che chiamò geofisiologia. Tale scienza mescolava le scienze della terra (come la chimica, la mineralogia e la geologia) con le scienze della vita (come la biologia e la medicina). Le evoluzioni del vivente e del non vivente venivano improvvisamente correlate e viste entrambe come indissolubilmente legate e in tal modo si considerava importante la storia del pianeta nel suo complesso.

 

 

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La teoria di Gaia non fu però unanimemente accettata dalla comunità degli scienziati: alcuni la considerarono una visione troppo edulcorata delle cose e gli elementi naturali sembrarono irrealisticamente armonici e collaborativi gli uni con gli altri mentre la teoria darwiniana spiegava che era sempre il più forte e il più adatto ad affermarsi, a scapito degli altri, che soccombevano. Per molti non c’era nessuna mutua collaborazione tra viventi e non viventi. Ed ecco che Lovelock si sforzò di dar credito alla sua idea con lo strano esempio di un pianeta ricoperto di margherite (Daisylandia).

Nelle regioni equatoriali più calde di questo pianeta immaginario le margherite erano bianche, in modo da respingere i raggi solari, mentre nelle zone polari erano nere, così da assorbire maggiormente il calore. Quando il sole di Daisylandia diminuì il suo irraggiamento le margherite bianche morirono, sostituite da quelle nere, più adatte alle mutate condizioni. In questo modo il pianeta si riequilibrava da solo, in seguito a un mutamento energetico e di temperatura. Tale esempio poteva essere utilizzato anche per il caso della Terra attuale. Nel 2006 Lovelock pubblicò un’altra sconvolgente opera intitolata La rivolta di Gaia.

In essa spiegava come il pianeta vivente poteva decidere di ribellarsi ai mutamenti climatici (effetto serra, ed altro) provocati dall’uomo con una reazione che poteva estromettere l’uomo stesso dal pianeta, eliminandolo come elemento nocivo all’equilibrio vivente del pianeta stesso. Ebbene sì. Il comportamento dell’uomo, che consuma voracemente e senza fine risorse, sfruttando ogni atomo e produce continuamente scorie, detriti ed emissioni inquinanti, viene paragonato a quello di un parassita che a forza di aggredire il suo ospite (in questo caso la Terra-Gaia) lo fa morire e in tal modo condanna anche se stesso alla fine.

 

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Angoli di Roma - Piazza Risorgimento

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Piazza Risorgimento, il cui nome evoca immediatamente l’Unità d’Italia, e forse, con qualche spunto polemico nei confronti della vicina Città del Vaticano, che le è adiacente con le sue alte mura, la presa di Roma del 1870, è un punto cruciale del tessuto urbano della Capitale. Per questo motivo abbiamo deciso di cominciare il nostro viaggio negli angoli decisivi, per motivi storici, urbanistici, strategici, archeologici, commerciali e via dicendo, della città di Roma, proprio da qui.

La piazza si trova a poca distanza dalle mura vaticane e dal colonnato di San Pietro, oltre che della metro A della metropolitana (Ottaviano) e dall’antico quartiere di Borgo, abitato ancora in epoca medioevale. Piazza Risorgimento è stata rinnovata nella sua struttura nel 2000, in occasione del Giubileo. Le sue oasi verdi, in effetti piuttosto maltenute, vennero sostituite da una spianata di cemento che poteva essere più pratica per lo spostamento e la concentrazione di molte persone- i pellegrini- in uno spazio breve, che evitasse addensamenti di folla in direzione di piazza San Pietro. Tale soluzione ha dato alla piazza un’apparenza da terra di nessuno, quasi come se una colata lavica abbia livellato la pavimentazione preesistente sostituendola con uno strato di basalto, ma ne fa comunque un nodo urbano estremamente vivo.

Piazza Risorgimento è molte cose insieme. È l’anticamera di Piazza San Pietro e del Vaticano, verso cui si va, percorrendo la stretta via di Porta Angelica, e quindi filtro e punto di prima accoglienza di tutti i fedeli che gravitano nella zona ((l’altro punto d’ingresso a San Pietro è via della Conciliazione, dalla parte del fiume Tevere).

È uno dei punti di raccolta di tutti i turisti che vogliono entrare ai Musei Vaticani (pieni di tesori d’arte, da Michelangelo a Raffaello alle antichità egizie), il cui ingresso è poco lontano, e vi si accede dopo aver fatto debita fila. E’ l’intersezione di varie vie del commercio e dello shopping, principalmente via Ottaviano e via Cola di Rienzo ed è un luogo di elevata socialità, grazie a lunghi sedili dove la gente sosta, mangia, chiacchiera, si riposa e osserva, oltre a darsi là appuntamento quotidianamente, giorno e notte. La piazza è inoltre un capolinea di alcune importanti linee di autobus, tra cui il tram a rotaie 19 ed è un punto assai ricco di offerte di locali per bere o mangiare qualcosa - da segnalare la storica gelateria Old Bridge, sempre piena di fila ma anche il Ris Café e la paninoteca alla moda 200° gradi. Alcuni sono locali principalmente per turisti, ma non solo (e nelle vie interne ci sono vari ristoranti e pizzerie appetibili).

Periodicamente sulla piazza vengono installate bancarelle, raccolte di firme e sottoscrizioni e molto raramente vi si svolgono manifestazioni politiche o musicali, specie d’estate.

A livello di umanità, nel suo tessuto si muovono elementi di diversi contesti, che si fondono in uno stesso luogo: dipendenti, laici ed ecclesiastici della Città del Vaticano, turisti di ogni nazionalità, ambulanti, autorizzati e non autorizzati, venditori di bibite, di souvenir, di giornali, promoter delle visite ai Musei e dei ristoranti, volantinatori, semplici passanti, liberi professionisti che hanno il proprio studio (medici, avvocati, ecc.) da quelle parti, casalinghe che vanno a fare la spesa al vicino mercato rionale di via Cola di Rienzo, fissati dello shopping, in cerca di abiti, scarpe, o articoli da regalo, studenti del liceo artistico che dà sulla piazza, sfaccendati a vario titolo. Tutto questo fa di questa piazza un luogo unico e un punto nevralgico della vita della capitale, non un mero punto di passaggio e di bivacco, come potrebbe sembrare.    

Emergenza Rom?

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Prima di tutto le cifre. In Italia è stimata una presenza di circa 160.000 rom, contro il milione degli Stati Uniti, gli 800.000 del Brasile, gli oltre 600.000 di Spagna e Romania, il mezzo milione di Francia e Turchia, i 370.000 della Bulgaria, i circa 200.000 di Grecia, Ungheria e Russia. In totale, in tutto il mondo vi sono tra i 12 e i 15 milioni di individui di etnia riconducibile al ceppo rom-sinti, per la maggior parte stanziati nei confini dell’Unione europea. Dei rom presenti in Italia poco meno della metà sono cittadini italiani e vantano un radicamento territoriale che risale a secoli addietro (è il caso dei Sinti abruzzesi, dei Camminanti siciliani, e di altre micro-realtà della penisola). Questa percentuale è maggiormente integrata e meno problematica rispetto ai rom di nuova immigrazione, provenienti specialmente dalla Romania e dai territori della ex-Jugoslavia (Bosnia, Serbia, Croazia, Kosovo, ecc.). Nel caso della ex-Jugoslavia sono fuggiti anche in seguito alla guerra (1991-95) e alle sue conseguenze distruttive. Molti rom rifiutano di definirsi nomadi in quanto nei paesi d’origine avevano residenze stanziali. La metà della popolazione rom in Italia ha meno di quattordici anni e circa il 70% ha una casa. Il restante 30% vive, appunto, nei campi nomadi, punto dolente della questione.

Nella sola zona di Roma sono stimati circa 7000 individui di etnia rom di cui 2500-3000 nei campi nomadi ma potrebbero esser di più. A Milano 3500 di cui 1500 nei campi. Senza ombra di dubbio i rom sono attualmente un confine di conflitto sociale e non sono molto amati da parte della popolazione, in parte per motivi reali e in parte per pregiudizi acquisiti nel corso del tempo. Alcuni di essi sono temuti come ladri, ma come non apprezzare ad esempio le virtù musicali e di intrattenimento di altri tra loro?

In ogni caso questi uomini, donne e bambini che può capitare di incontrare ogni giorno sul nostro cammino, non vengono dal nulla. L’etnia rom ha una lunga storia, addirittura millenaria. Le origini di questo popolo, che nel corso del tempo ha inanellato miriadi di diversi nomi e appellativi (zingari, zigani, egiziani, czigany, sinti, robi, dom, gitani, gitanos, gypsies, badis, atsinganos, e molti altri), con alcune differenze da territorio a territorio, sono da ritrovare nella zona dell’India del Nord. In origine sembra fossero floride popolazioni dedite all’allevamento degli animali (bufali, cavalli), alla lavorazione dei metalli e alle arti, per cui erano rinomati, specialmente la musica. Con l’invasione ariana dell’India nel 1500 a.C queste popolazioni vennero sottomesse e poste in una posizione periferica della scala sociale (atsinganos porta all’etimologia di “intoccabile”) anche se assimilarono la lingua sanscrita che rimase poi la base linguistica del loro parlare successivo. Con l’arrivo degli Arabi in epoca medioevale e in seguito anche alle invasioni mongole, le popolazioni rom (parola che sembra derivi dal termine dom, tamburo, che riporta ancora una volta alla loro attitudine per la musica) migrarono verso la Persia e successivamente in Armenia. Vennero poi a contatto con Bisanzio e, sempre sulla spinta delle popolazioni dell’est -in questo caso i turchi – si avvicinarono sempre più alla zona europea. Dall’inizio dell’età moderna (XV secolo) penetrarono anche in Italia (Abruzzo, Puglia, Sicilia, e poi Pianura Padana, Napoli, ecc.) dando vita, come detto, a realtà di antico radicamento. La vita per queste popolazioni nello spazio europeo non è mai stata rosea. In alcune zone (Moldavia, Valacchia) versarono in situazioni di vera e propria schiavitù, spesso venivano pagati per andarsene da un’altra parte, ed erano comunque sempre ai margini della società, difficili da integrare. Nella Germania del 1800 furono schedati e deportati fino ad arrivare alla soluzione finale nel periodo nazista, come per gli ebrei (fu il cosiddetto Porrajmos, equivalente dell’olocausto). La cifra dei morti rom in quel periodo è stimata tra i 500.000 e il milione e mezzo. Nel 1971 è stato fondato un movimento politico mondiale dei Rom: l’Unione Internazionale dei Rom.

Chiusa la breve parentesi storica cerchiamo di vedere la situazione nella sua realtà attuale. A Roma ci sono circa venti campi nomadi (tra i principali via di Salone, Castel Romano, via dei Gordiani, Parco Somaini, via Salviati, La Barbuta, Ponte di Nona, ecc.) più vari altri abusivi nella periferia nord (Flaminia e Salaria), sud-ovest (Magliana, Portuense) ed est (Palmiro Togliatti). In essi, come detto, vi sono perlopiù rifugiati dalla Romania e dalla ex-Jugoslavia. Gli abitanti di questi campi vivono in condizioni davvero miserevoli, sia dal punto di vista igienico, sia da quello della scolarizzazione e della difesa della salute dei loro abitanti. Sono tutti a rischio quotidiano, considerando anche il pericolo di incendi, dolosi o accidentali che si sviluppano spesso nei recinti del campo (vedi Porta di Nona, ecc.). Ecco una mappa con un’idea di massima della dislocazione dei campi nella Capitale:      

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La Turchia tra Oriente e Occidente


Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull'altra riva, l'Asia. Stare vicino all'acqua, guardando la riva di fronte, l'altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere” (O.Pamuk, Istanbul, 2003).

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Questo brano, dello scrittore turco Orhan Pamuk, 1952, condensa assai bene qual’è la natura particolare della città di Istanbul, antica Costantinopoli e poi Bisanzio, e della Turchia nel suo complesso. Turchia, penisola anatolica, è da sempre a cavallo tra Oriente e Occidente, da quando l’impero persiano guidato da Ciro il Grande e da Serse veniva a minacciare le città greche dell’Asia Minore e dell’Egeo.

A partire dal Medioevo fu utilizzata dai Turchi Selgiuchidi come rampa di lancio per contrastare l’Impero Romano d’Oriente e divenne poi l’epicentro dell’Impero Ottomano nelle sue gloriose conquiste che ebbero come apogeo i secoli XVI e XVII. Gli ottomani lambirono tutto il Mediterraneo, l’Africa settentrionale, il Medio Oriente e i Balcani e si fecero sentire fino alle porte di Vienna.

La storia della Turchia, quindi, quella passata come quella più recente, narra del sincretismo tra differenti culture. Stante una maggioranza schiacciante di seguaci della religione islamica (circa 99% con presenza irrisoria delle altre credenze religiose come ortodossi, cristiani ed ebrei) e una presenza determinante di persone appartenenti all’etnia turca (76,1% contro un 15,7% di curdi e un restante  8,3%, che si suddivide tra armeni, greci ed ebrei) la Turchia è luogo di passaggio e prossimità di una serie di mondi e culture diverse. Affaccia su tre mari, il Mar nero a Nord, il Mediterraneo a sud e l’Egeo (in effetti parte del Mediterraneo) ad ovest. Confina con  Georgia, Armenia, Iran, Iraq, Siria, Bulgaria, Grecia, ma di fatto ha una vicinanza marina anche con Russia, Ucraina, Romania, Libano e Cipro (di cui occupa una parte), oltre che con Israele ed Egitto. Già prendendo in esame queste nazioni e territori, alcuni teatri di guerre e scontri recenti, si intuisce l’importanza strategica della Turchia dall’antichità ai giorni nostri. Dopo il lungo periodo dell’Impero Ottomano (dal 1299 al 1922 circa) la terra turca a partire dal 1923, anno di fondazione della Repubblica, conobbe una de-islamizzazione sotto la spinta del leader militare Mustafa Kemal, detto Ataturk e del suo Movimento Nazionale Turco. Nel 1945 la Turchia entrò nelle Nazioni Unite e con la dottrina Truman del 1947 ebbe aiuti economici dagli Stati Uniti per poi entrare nel 1952 nella sfera NATO e concedere basi operative a quest’ultima sul suo territorio. Parallelamente venne abbandonato l’arabo come lingua scritta e adottato l’alfabeto latino. Si procedette quindi ad una laicizzazione, con perdita di influenza delle scuole coraniche, delle tradizioni del precedente periodo ottomano e l’abbandono dell’obbligo del velo per le donne. Le istituzioni vennero modellate su quelle occidentali, pur mantenendo la cultura sincretica che caratterizzava quei luoghi e che riaffiorava comunque in più elementi. Dal 1984 venne combattuta una sanguinosa guerra contro i curdi del PKK.

Con la fine della guerra fredda, la caduta dell’URSS e l’alba del nuovo secolo la tendenza politica in Turchia però è un po’ cambiata. Lo strapotere dei militari si è attenuato e al laicismo sta facendo posto una nuova volontà di ritorno alla religione e alle sue dottrine. Il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdoğan, dopo aver fondato il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), alla fine degli anni Novanta era stato imprigionato con l’accusa di incitamento all’odio religioso, mentre declamava i versi del poeta Ziya Gokalp, “le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati”.  Nel 2002, in un sistema unicamerale con legge elettorale proporzionale e sbarramento al 10%, in vigore dal 1982, il partito di Erdogan aveva stravinto le elezioni senza competitori, con il 34 % dei consensi. Dal 2004 si è insediato al governo e sono interessanti i cambiamenti degli ultimi dieci anni. Da una parte la Turchia ha avuto un possente sviluppo economico (in effetti già cominciato negli anni Ottanta, ma che ultimamente ha avuto tassi di sviluppo annui ancora più notevoli, con poche battute d’arresto nel 1994, 1999 e 2001, in quest’ultimo caso anche a causa del terremoto). La Turchia, da paese sostanzialmente agricolo, è ora una media potenza industriale (dal 1999 fa parte del G20) con le attività secondarie situate in gran parte sulla costa occidentale e il terziario in forte decollo (comunicazioni, commercio, trasporti, banche, turismo). Solo il turismo, molto cresciuto negli ultimi vent'anni, è divenuto la prima fonte di reddito del Paese. Dall’altro versante, in aperta contraddizione, c’è il tentativo dell’attuale governo di tornare a concezioni culturali precedenti all’epoca repubblicana, con un ruolo nuovamente importante conferito all’islam e il ritorno di antiche consuetudini come le scuole coraniche, il velo, ecc. Queste ultime tendenze sono state contestate da elementi della società turca che non vogliono rinunciare alla modernità (e c’è anche la spinosa questione del trattamento, passato e presente, delle minoranze, etniche e religiose). In più non è più ben chiaro se il futuro della Turchia, ponte tra est e ovest, sia rivolto verso l’uno o verso l’altro.

Se il partner principale del commercio estero turco è l'UE (59% delle esportazioni e 52% delle importazioni nel 2005) e gli Stati Uniti, anche Russia, Giappone e Cina si sono fatti avanti. La Turchia ha sottoscritto un'unione doganale con l'UE nel 1995, che ha aumentato la produzione industriale e attirato numerosi investimenti (nel 2006 è riuscita ad attrarre investimenti dall'estero per 19,9 miliardi di dollari) e ultimamente ha effettuato numerose privatizzazioni, ma la politica dell’attuale governo sta spingendo anche per ridefinire i legami con l’occidente, imposti e poi accettati a partire dagli anni Venti del ‘900.

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Erdogan e il suo partito, se da una parte hanno rivendicato la volontà di ingresso nell’UE (con perplessità e paure da parte di Germania e Francia) ma dall’altra cercano di disegnare nuove alleanze, in primis coi loro vicini territoriali, che li porta a guardare ad est, invece che ad ovest. La Turchia dunque ha i piedi in occidente (si pensi alla forte comunità turca tedesca), ma una buona parte di corpo rivolta a Oriente, a cui lo legano oltre che monti, sabbie e guerre alle porte anche possibilità economiche e comunanze e affinità religiose. I dilemmi non sono risolti e nonostante l’asprezza di certe contrapposizioni (si pensi ad esempio alle proteste di piazza Taksim) dimostrano, se non altro, la vivacità dei diversi punti di vista, tra tradizione e modernità, religiosità osservante e laicismo, est e ovest e delle forze contrapposte che si contendono l’anima turca, nell’esigenza di contrastare la piattezza dove tutto è uguale a tutto. Lotte come quella recente fatta dal governo turco contro la diffusione dei social network come Facebook e Twitter o cartoni animati occidentali ritenuti diseducativi come I Simpson, che fanno pensare ad analoghi provvedimenti della Cina, a parte la venatura antidemocratica, non sembrano essere strumenti utili per emergere dalle contraddizioni.     

Come esemplificazione conclusiva di questi contrasti vorrei citare nuovamente lo scrittore Pamuk, costretto a fare la spola tra USA e Turchia, inviso in patria a fazioni fondamentaliste, sia laiche che religiose, in particolare seguendo la trama del suo fortunato romanzo Neve del 2002: Ka è un poeta turco emigrato in Germania che torna in Turchia per indagare su strani casi di suicidi di donne nella città di Kars. Durante il suo soggiorno, circondato dalla neve, incontra la bella Ipek, una vecchia compagna di università, e se ne innamora nuovamente. Ipek era già sposata ma ha divorziato dal candidato sindaco di un partito integralista islamico. La donna corrisponde l'amore di Ka ma le indagini di quest’ultimo sui suicidi delle donne fanno emergere un problema di contrapposizioni tra laici e religiosi: l’obbligo, portato avanti per le donne dallo Stato laico, di tenere la testa scoperta e non portare il velo viene visto dalle donne come un sopruso ed un'offesa ad Allah. Poco prima delle elezioni un colpo di stato stravolge la vita della comunità di Kars e la storia tra Ka e Ipek si mescola agli scontri successivi al colpo di stato. Ka si trova a doversi dividere tra esponenti del fanatismo laico, autore del colpo di stato, e gli integralisti islamici. Alla fine Ka torna in Germania senza Ipek e viene poi ucciso da estremisti islamici per le strade di Francoforte. L’arretratezza sia dei moderni che dei tradizionalisti, gli odi che prevalgono sugli amori, la neve che serra nella sua morsa ogni cosa. E’ l’attesa della Turchia, tra oriente e occidente, di un’alba che forse verrà. 

Cappuccetto Rosso ai raggi X

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Cappuccetto Rosso vede la luce nel 1680, con la pubblicazione in Francia de I racconti di Mamma Oca di Charles Perrault. La sua storia è inserita accanto a quella de La bella addormentata, Cenerentola, Il gatto con gli stivali e Pollicino. La fiaba di Perrault è molto semplice e a tempo stesso ricca di spunti. Eccone lo schema, abbastanza noto:  una ragazzetta, a cui viene regalata una mantellina rossa, deve andare nel bosco per raggiungere la nonna malata e portarle generi di conforto. Le viene raccomandato di stare attenta ai lupi e di non abbandonare la strada maestra ma ella contravviene alle raccomandazioni, si ferma a raccogliere dei fiori e incontra il Lupo. Ingenuamente gli rivela l’ubicazione della casa della nonna. Cappuccetto cade quindi nella trappola del Lupo e alla fine sia lei che la nonna finiranno mangiate. Il finale di Perrault è senza salvezza: chi non ascolta le raccomandazioni finisce male. E’ evidente qui l’intento morale.

Diverge per la parte finale la fiaba riproposta dai fratelli Grimm nel 1857. In questo caso appare il Cacciatore, che si accorge del tranello del Lupo, lo uccide e estrae dalla sua pancia, illese, sia Cappuccetto che la nonna. La ragazzina riempirà poi il ventre del lupo con delle pietre, come a scorno di quest’ultimo.

Volendo andare a spulciare nelle suggestioni della mitografia scopriamo che il personaggio di Cappuccetto Rosso potrebbe avere radici molto più antiche di questi valenti autori: Cappuccetto potrebbe simboleggiare il dio Mercurio, dio dell’azione e del movimento dell’antica mitologia, portatore di farmaci, che indossa un copricapo per celare il suo volto e ha l’argento vivo addosso. Il dio si confronterebbe con altri principi fisico-alchemici rappresentati dal Lupo e dalla Nonna. In questo caso la casa della Nonna, (chiamata in Grimm casa delle tre Querce) potrebbe simboleggiare il luogo dove il mercurio e i metalli venivano forgiati e lavorati, quindi un luogo alchemico. Altra interpretazione vede in Cappuccetto Rosso il disco solare (da sempre associato alla divinità) che si fa strada nel bosco lottando con le tenebre, rappresentate dal Lupo.

Assolutamente da non sottovalutare poi l’identificazione di Cappuccetto Rosso con la Primavera (e qui c’è anche un collegamento con il Carnevale, momento in cui si manifestano i primi segnali della bella stagione) sottolineata dall’azione del raccogliere fiori. In questa modalità la competizione è con l’Inverno, rappresentato dal Lupo. Soffermandoci sul colore rosso della mantellina di Cappuccetto potremmo dire che questo colore ha sempre avuto tratti di ambiguità. Il rosso è un colore vitale, della luce, del fuoco, del sangue come vita ma può essere anche il colore della macchia, del sangue come ferita, malattia, morte, del peccato.

Inutile non rilevare la simbologia di carattere sessuale legata alla fiaba, specie nella versione di Perrault, dove l’età della protagonista non è così acerba come in altre versioni. Il colore rosso del mantello della ragazzetta Cappuccetto potrebbe rappresentare il rosso del mestruo e quindi della fertilità sessuale, per cui la raccomandazione di non perdere il sentiero e di stare attenta ai lupi da parte della madre è una chiara indicazione di far attenzione a preservare la propria verginità, tenere la retta via, e non farsi sedurre dal Lupo di turno.

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Il Lupo poi è ovviamente parente di varie figure di mostri letterari (il vampiro, il lupo-mannaro, l’orco, il demone) con caratteristiche di male assoluto o invece estremamente umane, e in questo caso può accadere che la protagonista femminile finisce per innamorarsi delle caratteristiche umane di questo essere di norma infernale (vedi ad es. La Bella e la Bestia). Per terminare l’excursus citiamo, dopo quelle classiche, una figura moderna di Cappuccetto Rosso, all’interno della raccolta di racconti La camera di sangue di Angela Carter (1979). Qui troviamo un racconto intitolato Lupo-Alice in cui la protagonista femminile cede alle lusinghe del Lupo e accetta di mescolarsi ad esso, sia fisicamente che come sostanza: il Lupo diverrà in questo caso un po’ Cappuccetto e Cappuccetto diverrà un po’ Lupo.

Qualunque sia l’interpretazione che si voglia dare a questa fiaba immortale comunque possiamo dire che il suo fascino resta senza tempo e che essa rimane sempre una fonte di ispirazione per innumerevoli racconti.  

Mark Twain, il cantore dell'allegria

 

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Un approccio dissacratore nei confronti della vita. Una conoscenza sottile dell’animo umano e delle sue trappole, grandi e piccole. Una capacità di cogliere nei personaggi di tutti i giorni, anche quelli apparentemente più oscuri ed anonimi, le coordinate della coscienza universale. Un’esigenza di libertà, considerata come condizione ultima e essenziale a cui l’uomo, in tutte le sue manifestazioni, aspira: libertà da convenzioni sociali troppo opprimenti, libertà di pensiero e di espressione.

Un amore per la natura e la vita, in tutte le sue forme, che si contrappone a una diffidenza per i depositi culturali del passato, che spesso pesano sui destini umani come gravosi cimeli. Tutto questo è Mark Twain, al secolo Samuel Langhorne Clemens, giornalista, tipografo, battelliere sul Mississippi, minatore, imprenditore, ma soprattutto  scrittore di romanzi e racconti rimasti immortali.

Tra le sue opere, oltre a Le avventure di Huckleberry Finn (1884), citiamo Il famoso ranocchio saltatore della Contea di Calaveras e altre storie (1867), Gli innocenti all’estero, cronaca pungente di un suo viaggio in Europa e Terra Santa in quegli anni, Le avventure di Tom Sawyer (1876), classico della letteratura per ragazzi, Il Principe e il Povero (1881) Vita sul Mississippi (1883), dove descrive le sue esperienze di battelliere tra il 1857 e il 1861, Un americano alla corte di Re Artù (1889), Il diario di Adamo ed Eva (1906) e molte altre, tra racconti, cronache e brevi saggi. Queste opere sono rimaste a noi, da un altro secolo, come cristalli imprigionati nella roccia, a disposizione di chiunque voglia estrarli e farne tesoro.

In questi tempi complicati e confusi in cui il pessimismo nei confronti della vita associata, della politica e delle sorti umane serpeggia in modo sempre più subdolo e strisciante, mi sembra assolutamente legittimo e auspicabile proporre dei modelli positivi che ci aiutino a trovare qualche luce nell’oscurità.

Mark Twain è un campione di una visione ottimista delle cose, nonostante nell’ultima parte della sua vita la sua amarezza per le vicende che lo circondavano aumentò. Tale ottimismo ovviamente non significa superficialità e sottovalutazione delle situazioni ma saggezza nel cogliere sempre la parte di leggerezza ed ironia che contraddistinguono i fatti umani.

Mark Twain era nato nel 1835, a Florida, nel Missouri ed è morto nel 1910, qualche anno prima dello scoppio della I° guerra mondiale. Un'altra epoca si direbbe eppure quanto è ancora forte e attuale il suo messaggio. Di lui il suo collega Ernest Hemingway scrisse che Tutta la letteratura moderna statunitense deriva dal libro Huckleberry Finn. E’ il miglior libro che possediamo e tutti gli scritti americani derivano da quello. Non c'era niente prima e non c'è stato niente di così buono dopo".  Questo giudizio fece eco quello di un altro grande autore americano, William Faulkner, secondo cui Twain era stato il primo vero scrittore americano. Da alcuni Twain venne paragonato al grande poeta vitalista Walt Whitman, suo quasi coetaneo. Le opere di Mark Twain sono ottimi farmaci per una cura di allegria, buon umore e saggezza tipicamente americana e al tempo stesso anticonformista. Quello che fa davvero grande questo autore, che scelse il suo pseudonimo in onore della temporanea professione di battelliere sul Mississippi (mark twain vuol dire segna due, cioè due fathoms (4metri) di profondità, la profondità di sicurezza per evitare alle barche di incagliarsi) sono di certo i suoi fenomenali personaggi.

Tom Sawyer, Huck Finn, il reverendo Smiley Il Ranocchio saltatore, il nero Jim, fedele compagno di Huck sono rimasti per sempre nella memoria collettiva per la loro semplicità, umanità e capacità di tradurre le istanze primordiali di ognuno.  Sono personaggi indimenticabili ed emblematici, come lo fu Mickey Mouse di Disney negli anni ’30, altro campione di ottimismo.

Mark Twain era anche sensibile alle tematiche sociali. Entrò a volte in polemica con un certo modo un po’ accomodante di intendere la religione e dovette anche lottare contro la censura che a volte ritenne i suoi scritti lesivi della moralità dell’epoca. Nel 1861, allo scoppiò della guerra di secessione americana, decise di arruolarsi coi confederati, essendo lui uomo del Sud, anche se poi le sue convinzioni antischiaviste gli fecero abbandonare il conflitto. Sesto di sei figli patì molti lutti (solo due sue fratelli sopravissero all’infanzia e uno morì proprio in un incidente su un battello del suo adorato Mississippi). Perse anche una figlia per un attacco di epilessia e la moglie ebbe vari problemi di salute e se ne andò prima di lui. Nonostante ciò la sua fiducia nelle sue possibilità e nella vita non venne mai meno. Il ritorno alla sua lettura, ad un autore troppo spesso confinato nel recinto della letteratura per ragazzi, può essere una utile linfa, sia per capire molti capolavori successivi da Il giovane Holden di Salinger a Sulla strada di Kerouac, sia per inaugurare la stagione di una vita più sana per tutti, finalmente depurata da tante inutili sovrastrutture.