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Economia e finanza

L'uomo e la natura: l'economia di sussistenza

 


Nelle economie occidentali l’idea che l’uomo, anziché recarsi al supermercato per fare la spesa,
produca da sé ciò di cui ha bisogno per il proprio sostentamento appare quanto mai bizzarra. Nel
momento in cui l’individuo di una società industrializzata sente un bisogno, sa immediatamente
dove recarsi per ottenere – senza troppi sforzi- ciò che desidera. Conosce a menadito ogni
supermercato del quartiere o piccolo negozio, sa quali sono i prodotti disponibili sul mercato e le
varie fasce di prezzo, infine conosce i posti alternativi in cui recarsi nel caso in cui la spedizione
d’acquisto si riveli infruttuosa.
In genere, l’unico vincolo che si pone dinnanzi all’individuo che sente un bisogno è quello
economico: solo in tal caso, infatti, se il prezzo eccede la disponibilità economica del consumatore,
questi è costretto a posticipare – o in taluni casi a rinunciare- all’acquisto. In tale contesto, tutto
quello di cui abbiamo bisogno è davanti ai nostri occhi, in bella vista sugli scaffali dei supermercati
al punto che, molto spesso, ci dimentichiamo che non sono i supermercati a produrre quei beni
alimentari, bensì altri uomini. E tutto ciò grazie alla natura e a ciò che essa mette a nostra
disposizione: frutta, verdura, legumi e tutte le risorse naturali che danno sostentamento all'uomo.

        supermercato
Per gli abitanti di una grande città la natura appare come qualcosa di pittoresco, da osservare in
qualche documentario trasmesso in televisione o quando si è in vacanza. Per molti altri popoli
invece, che hanno sviluppato una dipendenza molto più forte con l'ambiente circostante, la natura è
fondamentale per la loro stessa sopravvivenza. Sono popoli che vivono lontano dal mondo
occidentalizzato e consumista, in regioni troppo povere da contemplare l’esistenza delle grandi
catene di supermercati. Si tratta degli abitanti delle regioni dell’Africa sub-sahariana, del Sud-Est
asiatico, dell’India e di alcune parti dell’America Latina, dove la forma di economia prevalente, se
non esclusiva, è la cosiddetta economia di sussistenza.
Con il termine economia di sussistenza si intende una forma di sistema economico che non
contempla l’utilizzo del denaro. In questo contesto le risorse naturali, vale a dire tutto ciò che offre
la natura, è utilizzato come mezzo di sostentamento e di scambio (baratto). Le principali attività che
caratterizzano una economia di sussistenza sono: l’agricoltura, la pesca, la pastorizia, la raccolta e la
caccia.
Appare evidente, dunque, che questa forma di economia è molto vicina a quella praticata dai popoli
primitivi migliaia di anni fa. In tempi antichi, con lo sviluppo dei primi aggregati umani e delle
civiltà, l’economia di sussistenza è sopravvissuta fintanto che tutto ciò che veniva prodotto era
impiegato per il sostentamento del nucleo famigliare e della comunità. Pur non trattandosi mai,
comunque, di comunità totalmente isolate (gli scambi commerciali tra le varie comunità , seppur
sotto forma di baratto, erano praticati),tale forma di economia è definitivamente tramontata in
numerosi parti del pianeta quando l’uomo ha iniziato ad accumulare il capitale, ovvero con il
passaggio a un’economia di mercato.

            foto
Naturalmente, se la maggior parte del mondo presenta un un’economia di mercato e
industrializzata-, l’economia di sussistenza non è mai scomparsa definitivamente, bensì è
sopravvissuta in talune zone del pianeta, come accennato sopra.
In taluni casi ciò è stato causato da condizioni economiche molto deboli, scarso progresso tecnico,
povertà, analfabetismo che hanno limitato o impedito lo sviluppo industriale del paese. In questi
territori, dunque, l'economia di sussistenza è una necessità: coltivare la terra, cacciare, raccogliere
ciò che si trova in natura appare l'unico mezzo per sopravvivere, in mancanza di risorse
economiche. Naturalmente, i rischi per i popoli che si affidano completamente a un’economia di
sussistenza sono dietro l’angolo. In primis, quello di non riuscire a ricavare quanto necessario per
sopravvivere. Basta una carestia o un’altra catastrofe naturale, per compromettere il raccolto e
dunque la sopravvivenza dei componenti della comunità. In secondo luogo la difficoltà, in
un’economia di questo tipo, di reperire determinati beni che non possono- per una serie di evidenti
ragioni- ricavarsi dalla natura o essere auto-prodotti: si pensi ai farmaci, o ai libri destinati
all’istruzione dei bambini, solo per fare qualche esempio.

 

Read more: L'uomo e la natura: l'economia di sussistenza

Cultura nazionale ed economia: l'ethos giapponese

Talvolta le variabili economiche non bastano a spiegare i motivi del progresso economico di una nazione. Rispetto, gratitudine, generosità, benevolenza, reciproco aiuto, solidarietà, cooperazione, protezione dell’onore del gruppo di appartenenza, armonia nelle relazioni interpersonali: questi gli elementi decisivi per lo sviluppo economico giapponese.

giappone

Insieme alla Cina, il Giappone è una delle più grandi potenze economiche mondiali, capaci di rivaleggiare per importanza con Stati Uniti e Germania. Come la Cina, si trova nel trova nel continente asiatico, il quale- nonostante la crisi economico-finanziaria in atto – sta conoscendo uno sviluppo senza precedenti.

Se per la Cina è facile individuare le cause del suo sviluppo economico analizzando le sue caratteristiche socio-demografiche e territoriali e le scelte compiute dal governo in materia di politica economica, ben più complesso è il caso del Giappone.

Lo sviluppo economico della nazione nipponica inizia molto presto: già negli anni Venti, grazie al deprezzamento dello yen che facilitò le esportazioni- che aumentarono a partire dal 1924- , mentre le importazioni iniziarono a calare dopo il 1926. In questi anni l'economia giapponese crebbe in termini reali del 50%, mentre la capacità produttiva quadruplicò in particolare nel settore dell'energia elettrica e dell'acciaio.

Durante la Grande depressione del 1929, il Giappone fu colpito in maniera più limitata rispetto ai paesi occidentali, anche se ne risentì molto in termini di disoccupazione. Grazie alle politiche del governo (svalutazione dello yen, riduzione dei tassi d'interesse e aumento della spesa pubblica, anche con un piano di riarmo) la ripresa fu rapida e consistente. La seconda guerra mondiale segnò profondamente la nazione. Il Giappone ne uscì distrutto sia moralmente che economicamente: nel 1950 il PIL pro capite giapponese era il 20% di quello americano. Eppure, nei decenni successivi, la crescita economica gli consentì di raggiungere il 77% del PIL pro capite americano nel 1995.

Come un paese uscito sconfitto e distrutto da una guerra, senza ricchezze naturali, con una lingua incomprensibile e locato ai margini del mondo, sia potuto diventare una delle economie più potenti del pianeta non è spiegabile con i soli parametri economici. In realtà, nessuna analisi economica che voglia essere esauriente può davvero mai esulare dall'analisi delle caratteristiche pregnanti del popolo di quella determinata nazione, ovvero della sua cultura.

L’ UNESCO nella “Conferenza mondiale sulle politiche culturali” del 1982 a Città del Messico così la definisce: La cultura in senso lato può essere considerata come l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali unici nel loro genere che contraddistinguono una società o un gruppo sociale. Essa non comprende solo l’arte e la letteratura, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali degli esseri umani, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze.

Giappone3Ma questa è solo una delle tante definizioni proposte nel tempo da sociologi, politologi e studiosi. Ciò che emerge dalla pluralità di visioni è la complessità di dare una definizione adeguata a un concetto all'apparenza tanto semplice e nello stesso tempo di vitale importanza per comprendere le determinanti dello sviluppo economico.

Il celebre economista Amartya Sen nell'opera “On ethics and economics” scrive:     “(...) in the case of Japan, there is strong empirical evidence to suggest that systematic departures from selfinterested behaviour in the direction of duty, loyalty and goodwill have played a substantial part in industrial success. What Michio Morishima (1982) calls'the Japanese ethos' is certainly hard to fit into any simple picture of self-interested behaviour”.

Sebbene Sen incentri la sua opera sull'importanza della visione etica nell'economia e non si soffermi troppo sul caso della nazione nipponica, dal passo appena citato emerge chiaramente il pensiero dell'autore. L'interesse economico- ciò che in economia viene chiamato massimizzazione dell'utilità- pur essendo molto importante, non ha rilevanza esclusiva. A volte possono essere prevalenti, nella spiegazione dei comportamenti umani, considerazioni di tipo religioso o di tipo familiare, ed in definitiva valori, credenze, atteggiamenti che costituiscono il sostrato culturale di un popolo.

Le ragioni dell'incredibile sviluppo economico giapponese all'indomani del secondo conflitto mondiale sono da ricercarsi dunque nella sua cultura nazionale, e in particolare nell’etica comunitarista che si è sviluppata nel corso degli anni in Giappone e che s’identifica in particolari valori come la lealtà. Altri valori identificativi dell’etica comunitaria sono: rispetto, gratitudine, generosità, benevolenza, reciproco aiuto, solidarietà, cooperazione, protezione dell’onore del gruppo di appartenenza, armonia nelle relazioni interpersonali, ricercare il consenso, avere buone maniere e così via. Questa serie di valori è di origine religiosa, le sue radici vanno ricercate nel confucianesimo e nel buddismo.

La cultura è la lente attraverso la quale l'individua osserva e interpreta la realtà, determinandone la sua percezione e i suoi atteggiamenti. La cultura influenza altresì il modo di fare affari, l'importanza data al sistema di valori personali, perfino l'organizzazione degli spazi lavorativi. Questo è il motivo per cui un italiano che si trovi per vari motivi a lavorare in Giappone rimarrà, almeno inizialmente, spiazzato.            

In Giappone non esiste il concetto di ufficio personale: piuttosto vi è un unico grande spazio (open space) dove sono posizionate tutte le scrivanie dei dipendenti, a riflesso del profondo collettivismo e della diversa concezione di privacy che impregnano la cultura giapponese. Ma ad uscirne profondamente influenzato è soprattutto il comportamento organizzativo, ovvero l'atteggiamento sul posto di lavoro, l'impegno, l'attaccamento all'azienda, la produttività. Alcuni anni fa ha suscitato molto scalpore nel mondo occidentale la notizia che uno degli uomini più ricchi del mondo (secondo la graduatoria che annualmente stila la rivista americana Forbes), il giapponese Taikichiro Mori, si recava ogni giorno in ufficio a piedi portandosi da casa la scatoletta del frugale pranzo come un qualsiasi dipendente e, soprattutto, che questo modello di frugalità era la norma per l’intera classe dirigente giapponese.

 

 

La situazione delle donne nel lavoro

donne lavoro

Negli ultimi trent’anni è aumentata molto la presenza delle donne al lavoro in Italia, e anche se questo dato è sicuramente positivo per molti aspetti, non lo è invece per molte donne per varie ragioni. Una di esse è sicuramente la scarsezza di donne al vertice della piramide aziendale più il fatto che le donne prendono un salario più basso di quello degli uomini; senza contare la difficoltà di coniare la doppia attività di madre e lavoratrice per colpa della mancanza di politiche sociali che diano una mano alla donna. Il problema si riscontra maggiormente nel sud, dove c’è una moltitudine preoccupante di donne che fanno lavori dequalificanti e hanno non pochi problemi a sostentare i loro figli, ancora peggio se sono da sole.  La difficoltà però sta alla base dell’entrata nel mondo del lavoro delle donne, le quali spesso sono ostacolate per motivi discriminatori, sebbene poi, dimostrino di avere abilità superiori agli uomini nel lavoro, non a caso sono sempre quelle che hanno i risultati migliori dei maschi nel conseguimento di diplomi e lauree. Pertanto, la discriminazione è un problema che va superato, anche perché c’è solo da guadagnarci nell’avere più donne in gamba nelle aziende, e la cosa interessa soprattutto nello sviluppo del nostro paese. Basta vedere le percentuali di donne che ricoprono ruoli importanti in nazioni dall’alto sviluppo umano come la Svezia, dove c’è un 45% di donne che godono di un’ottima posizione nella scala gerarchica (imprese bancarie su tutte), mentre nel nostro paese tali posizioni sono assunte da poche. Perché siamo ancora messi così? Forse perché l’Italia è ancora attaccata un po’ alla vecchia realtà della donna come semplice custode del nido familiare e che i datori di lavoro vedono il fatto che una donna con figli sia fonte di problemi per l’inserimento al lavoro; e non scordiamoci di alcune problematiche che capitano a donne che devono compiere l’iter burocratico per l’astensione dal lavoro per maternità, tra ritardi dell’arrivo dei documenti o fastidiosi disguidi e per la difficoltà di ritrovare il posto dopo il periodo di maternità per alcune. Comunque sembra che ultimamente si stiano raggiungendo buoni risultati grazie all’iniziativa del Ministero del lavoro, che ha dato degli incentivi alle imprese che assumono donne di qualunque età e prive di impiego da almeno un anno, facendo inserire nell’ultimo anno quattordicimila donne al lavoro (dati presi dall’INPS). Si spera che questi miglioramenti facciano presagire una condizione migliore per le donne in Italia, ma c’è ancora molto da lavorare.

 

http://old.sis-statistica.org/magazine/spip.php?article104

http://www.lavoro.gov.it/ProgettiAzioni/Donne-e-lavoro/Pages/default.aspx

Lavorano di più ma vengono pagate meno: l'Italia non è ancora un paese per donne


suffragette-votes-for-womenL'8 marzo di ogni anno ricorre la giornata internazionale della donna (comunemente definita in modo improprio “Festa della donna”) per ricordare le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne. Che, dal lontano 1918- anno in cui negli Stati Uniti si poté finalmente parlare di
suffragio universale, essendo state ammesse al voto anche le donne- hanno visto via via riconosciuta la propria importanza e dignità. Oggi le donne hanno il diritto di
scegliere se diventare mogli oppure o no- e almeno nel mondo occidentale- chi sposare e quanti figli avere, possono accedere ai gradi più elevati di istruzione. Fanno
carriera, ricoprendo posizioni che prima erano impensabili per una donna. Possono vivere la propria vita in piena libertà ed autonomia, esprimendo se stesse e le proprie
potenzialità.
Anche in Italia, e in particolar modo nel Mezzogiorno dove la radicata cultura maschilista e patriarcale, unita ad un'arretratezza economico-culturale, ha
per secoli relegato la donna ai margini, si sta assistendo a cambiamenti non indifferenti nel mondo femminile. Nel Sud del nostro Paese, come nel resto della penisola, le donne vedono riconosciuto il proprio valore sul posto di lavoro e a scuola, così come nella vita privata. Dimostrano di avere un
potere decisionale maggiore per quanto attiene non solo le questioni personali ma anche famigliari.
Sempre più donne, poi, partecipano attivamente al mondo della politica, sebbene qui, come altrove,
le quote rosa siano ancora una percentuale molto esigua.
Se l'esperienza e il vissuto quotidiano ci rendono edotti del peso crescente delle donne
nell'economia e nello sviluppo della nostra società, altra cosa sembrano rivelare le statistiche.
Occupazione, salari, trattamento delle donne sul posto di lavoro, possibilità di fare carriera,
discriminazioni: qui i dati sembrano contraddire , almeno in parte, la realtà.
Iniziamo dai dati sull'occupazione (estratti dal rapporto annuale Istat 2013).
Nonostante la maggiore tenuta dell’occupazione femminile negli anni della crisi, la quota di
donne occupate in Italia rimane di gran lunga inferiore rispetto alla media Ue27a: 47,1 per cento
contro un 58,6 per cento della media europea. Dall’inizio della crisi, l'occupazione femminile è
cresciuta sì, ma con ritmi differenti a seconda dei settori. Nelle professioni non qualificate il ritmo
di crescita è più che doppio rispetto a quello degli uomini (l’occupazione femminile cresce nel
periodo 2008-2012 del 24,9 per cento, quella maschile del 10,4 per cento) e più che triplo
nell’ambito delle professioni che riguardano le attività commerciali e i servizi (+14,1 e +4,6 per
cento, rispettivamente). Nel settore terziario nei comparti del commercio, degli alberghi e nella
ristorazione e in quello dei servizi alle famiglie, le donne rappresentano la quasi totalità degli
occupati. Commesse alla vendita al minuto, colf e segretarie sono le professioni che raccolgono il
maggior numero di occupate.
Nel 2012 l’incidenza delle donne sovra-istruite, ossia impiegate in professioni per le quali il titolo
di studio richiesto è inferiore a quello posseduto, continua a essere maggiore di quella degli
uomini(23,3 per cento contro 20,6 per cento). Anche nel caso del lavoro atipico l’incidenza
femminile resta più elevata , in modo particolare per il Mezzogiorno.

         donne-lavoro1
La disuguaglianza di genere nel mercato del lavoro si manifesta anche nei differenziali salariali:
le donne guadagnano mediamente meno degli uomini. La bassa valorizzazione delle competenze, la
segregazione occupazionale e la maggiore presenza nel lavoro non standard sono elementi che
concorrono a spiegare la disparità salariale femminile. In media, la retribuzione netta mensile delle
dipendenti resta inferiore di circa il 20 per cento a quella degli uomini (nel 2012, 1.103 contro 1.396
euro), anche se il divario si dimezza considerando i soli impieghi a tempo pieno (11,5 per cento,
rispettivamente1.279 e 1.444 euro); fra questi, le differenze si mantengono rilevanti per le laureate.
Inoltre,le donne dichiarano con minore frequenza degli uomini di beneficiare delle voci salariali
accessorie, quali gli incentivi o lo straordinario.
In una carriera spesso contraddistinta, oltre che dalla maggiore presenza dei fenomeni di sovraistruzione,
anche da episodi di discontinuità dovuti alla nascita dei figli, il differenziale salariale a
sfavore delle donne aumenta con l’età, soprattutto per le laureate a cui si aggiunge, sui valori medi,
l’effetto “soffitto di cristallo”.
Lavorano di più, sono mediamente più istruite, ma guadagnano meno e sul lavoro risultano essere
più penalizzate rispetto ai colleghi uomini: questo è il quadro che emerge della situazione lavorativa
in Italia.
Vogliamo ancora festeggiare?

Read more: Lavorano di più ma vengono pagate meno: l'Italia non è ancora un paese per donne

Registrare un contratto di affitto in nero:è davvero così semplice?

Degli affitti cosìddetti in nero, ovvero non registrati- in particolare a Roma, più che in altre regioni,
città universitaria per eccellenza- se ne è sempre parlato, ma mai come negli ultimi mesi.
Fino a un anno fa circa, erano poche le persone che si recavano alle Agenzie delle Entrate per
dichiarare di avere un contratto di affitto in nero e quindi procedere alla relativa registrazione.
Quello degli affitti in nero, fenomeno tollerato, passato quasi per normale, nel corso degli anni è
stata una vera e propria manna dal cielo per i tanti proprietari di immobili furbetti che, poggiando
sulla convinzione comune che non fosse necessario fare un contratto perché “tanto nessuno lo fa”,
potevano ben intascarsi fiori di quattrini- euro- senza pagare alcuna tassa. Sei tu la Norma, la
Norma che voglio io, prendendo a prestito le parole di Tabucchi, dicevano loro, i locatori.
Con un danno ingente alle casse dello Stato,ovviamente. agenziaentrate

E però, c'è aria di cambiamento. Non si tratta tanto della necessità avvertita da parte dello Stato di condurre una lotta ancora più dura contro gli evasori grandi e piccoli. Un nuovo sentimento, invero, sta prendendo piede tra le persone – studenti, lavoratori, in molti casi famiglie- che, senza un contratto d'affitto regolare, si trovano di fatto privati della relativa tutela che solo la legge, in uno stato democratico, può garantire. I cittadini, in particolare gli studenti fuorisede , le principali “vittime” del fenomeno stando alle statistiche, dei contratti in nero, riconoscono come un proprio diritto la registrazione del contratto d'affitto e hanno iniziato ad attivarsi in questo senso, anche con richieste

più puntuali e pressanti ai loro locatori affinché si adoperino in tal senso. Del resto, il vantaggio
(economico) dei contratti di affitto in nero non è che a senso unico: a beneficiarne sono solamente i
locatori. I canoni di locazione, invece, pur in assenza di un regolare contratto, rimangono molto alti,
addirittura eccessivi. Per una stanza singola nei pressi dell'università si può arrivare a spendere
anche 500 euro al mese, spese escluse.
Con l’introduzione del nuovo regime della cedolare secca sugli affitti e le locazioni il Fisco ha
introdotto delle novità importanti sul fronte della lotta all’evasione nell’ambito degli affitti e delle
locazioni di case, immobili, appartamenti e fabbricati, che danno la possibilità all’inquilino di
denunciare il proprietario e godere di affitti molto agevolati in cambio, in modo da scoraggiare la
richiesta di affitti in nero o di canoni di locazioni 50% in nero e 50% no.
Anche in seguito all'offensiva contro gli affitti in nero condotta dalla Guardia di Finanza di Roma
dopo la firma a settembre 2013 del Patto Antievasione con Regione Lazio, Roma Capitale e le
Università «La Sapienza», «Tor Vergata», «Roma Tre», ed in collaborazione con la Direzione
Regionale Agenzia delle Entrate del Lazio, si è registrato un aumento delle denunce dei contratti in
nero.
Ovviamente il primo passo è sempre ricercare informazioni. La Guardia di Finanza e l'Agenzia
delle Entrate hanno predisposto delle guide ad hoc ed una serie di note informative relative alle
procedure da seguire per procedere alla denuncia del contratto di affitto in nero e alla relativa
registrazione. Ma sono moltissimi i siti che spiegano passo dopo passo come fare esattamente: a chi
rivolgersi, i tempi, i costi della procedura. In ogni caso, qualunque sia la fonte consultata, appare
tutto molto semplice e relativamente immediato.
Un modo per incoraggiare i più restii o realtà? Abbiamo voluto saperne di più, intervistando
Donatella (nome di fantasia). Studentessa fuorisede di 24 anni, a gennaio di quest'anno Donatella si
è recata all'Agenzia dell'entrate per registrare il suo contratto d'affitto in nero. A lei abbiamo chiesto
se è davvero così semplice come ci prospettano le Autorità e i vari siti internet.
Iniziamo dall'inizio. Da quanto tempo vivi a Roma? Hai mai avuto un contratto di locazione?
Vivo a Roma dal 2009, da quando cioè mi sono trasferita per frequentare l'università.
Fino a due anni fa, alloggiavo insieme ad altri studenti nei pressi della stazione Tiburtina e avevamo
un regolare contratto d'affitto. In seguito a diverbi con i coinquilini, ho deciso di cercare un'altra
stanza. I prezzi delle stanze singole qui a Roma sono un vero salasso, dopo vari mesi di ricerca ho
alla fine optato per una stanza a ***, poco fuori Roma. Il proprietario, il giorno in cui andai a
visitarla, mi assicurò che mi avrebbe fatto il contratto d'affitto, di cui tra l'altro avevo necessità.
Sono infatti una studentessa fuorisede, e per richiedere la borsa di studio secondo questo status ho
bisogno di una prova, appunto una copia del contratto di locazione.
Un contratto che non è mai arrivato...
Si, esattamente. Più volte ho sollecitato il proprietario affinché registrassimo il contratto della
stanza nell'appartamento in cui vivevo, e tuttora vivo, con altre due ragazze. Ma lui niente.
Rimandava, prendeva scuse e tutto cadeva nell'oblio.
Finché un giorno, dopo vari mesi di attesa, ci siamo fatte coraggio e siamo andate all'agenzia delle
entrate per registrarlo da sole.
E' stato semplice?
No, affatto. Non è così semplice come la Guardia di Finanza o altre autorità dicono. Abbiamo
incontrato numero difficoltà.
Per esempio?
All'inizio amici e conoscenti, quando ho comunicato loro la mia intenzione di recarmi all'Agenzia
delle Entrate, mi hanno consigliato di lasciar perdere questa cosa, perché le mie coinquiline ed io
avremmo avuto solo difficoltà e inoltre avremmo rischiato di “far arrabbiare” il proprietario, e
dunque incorrere in ritorsioni o peggio ancora dispetti.
Non sapevamo bene quali documenti servissero, ad esempio dove prendere la visura catastale.
Insomma all'inizio siamo entrate proprio nel pallone...Per fortuna abbiamo trovato degli impiegati
molto gentili e disponibili che ci hanno fornito i moduli da compilare e ci hanno spiegato passo
dopo passo le procedure da seguire per arrivare alla registrazione del contratto.
Ci è voluto un bel mese pieno, tra compilazione dei moduli, pagamenti in banca, ma alla fine
abbiamo avuto in mano il nostro contratto d'affitto.
Quanto pagavate prima e quanto pagate ora tu e le tue coinquiline?
Prima pagavamo 350 euro a stanza, in un appartamento di tre stanze singole una cucina e bagno. In
totale 1050 euro, per un appartamento fuori Roma. Lasciamo stare le condizioni...Il proprietario si è
sempre disinteressato all'appartamento, a Novembre siamo state 15 giorni senza riscaldamento
perchè si era rotta la caldaia. I mobili sono vecchi, la cucina è senza porta. Insomma, un prezzo
sproporzionato rispetto al posto in cui viviamo. Ora ne paghiamo 192, in totale.
Be, un bel risparmio...
Si, ma non è stata solo una questione di risparmio. Sia chiaro, 350 euro pesavano a tutte. Io sono
studentessa e mi mantengono i miei genitori. Faccio un lavoretto part-time, ma certo non mi
permetteva di essere completamente autonome. Le mie coinquiline hanno contratti a progetto e
prendono sui 500 euro al mese. Con il contratto ci sentiamo più tutelate. Inoltre è giusto che in un
Paese come l'Italia, con un debito pubblico così alto, tutti paghino le tasse che spettano loro.
Dobbiamo smettere di pensare che è meglio essere furbi e cercare di “fregare” il prossimo. In
questo modo facciamo solo del male a noi stessi, alla nostra generazione e ai nostri figli.
E invece il proprietario, come ha reagito?
Male, malissimo. Ha iniziato ad inveirci contro, dicendo che ciò che avevamo fatto non era giusto e
che lui era sempre stato disponibile. Pretende che continuiamo a pagare quanto stabilito prima della
registrazione del contratto, ovvero 350 euro l'una. Ci sta creando numerosi disagi, con le sue
telefonate e i messaggi continui, ma noi non demordiamo. Sappiamo che quanto abbiamo fatto è un
nostro diritto.
Un consiglio che daresti ai ragazzi e alle ragazze e a tutte le persone che non hanno un
contratto d'affitto?
Di non avere paura. Bisogna fare in modo che le cose migliorino nel nostro Paese e per farlo è
necessario partire dalla giustizia. E' necessario che tutti contribuiamo a risollevare un Paese in crisi,
iniziando a pagare le tasse. Inoltre, avere un contratto d'affitto permette di avere una maggiore
tutela. Ad esempio, avendo il contratto d'affitto ho potuto prendere la residenza qui a Roma e in
questo modo usufruire degli sconti sul trasporto pubblico riservato ai residenti a Roma minori di 26
anni. Insomma, avere un contratto d'affitto offre numerosi vantaggi.
Grazie Donatella per averci raccontato la sua esperienza.
Nella speranza che questo racconto serva da monito ai locatori ancora incerti sul registrare o meno
il contratto di locazione del proprio immobile, e come incoraggiamento ai tanti cittadini affinché si
facciano più consapevoli dei propri diritti, vi lasciamo alcuni link utili da consultare:
http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/file/Nsilib/Nsi/Agenzia/Agenzia+comunica/Prodotti+editorial
i/Guide+Fiscali/Affitto+in+regola/OPUSCOLO_affitti_in_nero++11+giugno++2012.pdf
http://www1.agenziaentrate.it/strumenti/mappe/mappeg.php
http://www.cedolare-secca.it/denuncia-affitti-in-nero.php

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