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Economia e finanza

Roma: quando la differenziata è d’obbligo

roma-raccolta-differenziataLa gestione dei rifiuti ha sempre rappresentato per la nostra nazione un nodo problematico tanto a livello nazionale quando a livello delle singole realtà regionali.

Prima ancora che in televisione o sui giornali si discutesse di green economy o sviluppo sostenibile, nel nostro Paese sono stati portati avanti dibattiti infervorati sul problema della spazzatura, in taluni casi sfociato in vera e propria emergenza. Si pensi solo alle difficoltà collegate allo smaltimento dei rifiuti- specie tossici- nella regione Campania, che lungi dall'essere a un punto di risoluzione, continuano a costituire una seria preoccupazione per la salute dei cittadini.

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L'incredibile ascesa dell'economia cinese

Nel giro di un cinquantennio la Cina si è trasformata da paese a vocazione agricola a potenza mondiale, fatto questo, che ha fatto parlare di miracolo cinese. Eppure, di miracoloso c'è ben poco. I motivi dello sviluppo cinese sono da rinvenirsi nelle sue caratteristiche socio-demografiche, naturali e nella politica economica dello Stato.

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I mercati dei beni di consumo sono invasi dal Made in China: abiti, oggettistica, complementi d'arredo, perfino cosmetici. Se Made in Italy fa venire in mente concetti quali alta qualità, raffinatezza, cura dei dettagli, tutto ciò non è vero per il Made in China. Questo deve il suo grande successo, ancora prima che alla qualità e al design, al prezzo molto basso (a volte si arriva a una differenza del 50% rispetto agli omologhi italiani o europei). Sfruttando la grande disponibilità di materie prime e di manodopera a basso costo, la Cina è riuscita a imporsi come grande produttrice di beni di consumo e durevoli a basso costo, rivaleggiando con Paesi di antica industrializzazione, come l'Italia, la Germania e gli Stati Uniti.

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Anni 60': l'Italia verso una società dei consumi

La fase economica positiva di cui l'Italia fu protagonista determinò un cambiamento decisivo nella società e nei costumi. Da società arretrata e provinciale, si passò a una società consumistica sul modello statunitense. Aumento del reddito pro-capite, diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, scambi commerciali con l'estero furono i fattori principali di un maggiore dinamismo e di una ritrovata vivacità intellettuale. Tuttavia, non va sottovalutato il ruolo svolto dalla televisione nella diffusione (e, in taluni casi, imposizione) di gusti e mode.

                      pubblicità
Negli anni Cinquanta l'Italia usciva distrutta, sia economicamente che moralmente, dal secondo
conflitto mondiale. La guerra aveva devastato non solo il nostro Paese ma l'intera Europa. I
sopravvissuti dovevano ora, “riabituarsi” alla pace, ma la speranza in un futuro migliore era ancora
debole. Ovunque, distruzione e povertà contribuivano a rendere difficile la ripresa. Tuttavia, fu
proprio il panorama desolante in cui versava la nazione ad imporre la necessità di un'azione
concertata a far risorgere il Paese distrutto.
Di fronte alla catastrofe che si era appena abbattuta e che aveva indebolito ancor di più un Paese di
per sé già fortemente arretrato (rispetto al resto d'Europa e del mondo) la classe dirigente avvia un
dibattito sui modi migliori per fare dell'Italia un paese industrializzato. Anche sulla scia dei successi
statunitensi (che aveva adottato una produzione di tipo capitalista in opposizione al socialismo
dell'URSS), ci si orientò verso una una politica economica di stampo neo-liberista, ovvero un
controllo ridotto dei pubblici poteri rispetto all'iniziativa economica dei privati. Questo indirizzo
economico, se da un lato fu decisivo per la riduzione dell'inflazione (anche grazie alla politica
monetaria restrittiva della Banca d'Italia), dall'altro contribuì ad accentuare il divario economicogià
esistente- tra Nord e Sud della penisola. Infatti, l'assenza di una pianificazione statale e gli
interventi discontinui ed eterogenei, fecero sì che lo sviluppo economico italiano subisse
un'accelerazione e continuasse nelle regioni italiane dove già era preesistente un tessuto industriale.
Il Sud del Paese, che per varie ragioni di carattere storico, ha vissuto fin prima dell'unificazione una
realtà frammentata e fortemente arretrata, ha continuato a rimanere tale, reggendosi
prevalentemente su un'economia fondata sull'agricoltura.
fiatFattori determinanti per lo sviluppo economico di questi anni furono il basso costo della manodopera (conseguente all'alto tasso di disoccupazione)- che
proveniva soprattutto dal Meridione-, l’adozione del Piano Marshall e la nascita dell’Eni, l’Ente Nazionale Idrocarburi, creato da Mattei nel 1953, cui venne
affidato lo sfruttamento del più grande giacimento di metano scoperto nel 1946 nella valle del Po. A partire dagli anni Sessanta il tessuto industriale italiano si
avvia ad assumere una fisionomia ben precisa, che poco o nulla si modificherà nel corso del tempo.

In particolare, in questi anni a proposito dell'industria italiana si inizia a parlare di “dualismo”, riferendosi alla sfasatura esistente tra i settori più avanzati e tecnologici, e i settori industriali tradizionali. Nonostante la domanda interna fosse consistente le imprese italiane, anche per accrescere il proprio prestigio sul mercato internazionale,puntarono a soddisfare in primis la domanda estera, composta principalmente da prodotti innovativi ad alta intensità di capitale e di tecnologia. Gli investimenti delle imprese si concentrarono dunque in settori innovativi e dinamici quali quello chimico, metallurgico, meccanico dove il nostro Paese ben presto divenne uno dei leader mondiali. In questi anni nascono importanti aziende (Fiat, Zanussi, Candy, Olivetti) che contribuiranno a far conoscere il Made in Italy nel mondo.

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I settori tradizionali, invece, destinati ai beni più necessari (tessili, alimentari) rimasero
sostanzialmente statici. Ma non solo: i beni cosiddetti primari, anche per effetto dei pochi
investimenti nei settori tradizionali, si rivelavano mediamente più costosi dei beni “di lusso”.
La fase economica positiva di cui l'Italia fu protagonista determinò un cambiamento decisivo nella
società e nei costumi. Da società arretrata e provinciale, si passò a una società consumistica sul
modello statunitense. Aumento del reddito pro-capite, diffusione dei mezzi di comunicazione di
massa, scambi commerciali con l'estero furono i fattori principali di un maggiore dinamismo e di
una ritrovata vivacità intellettuale.
Tuttavia, non va sottovalutato il ruolo svolto dalla televisione nella diffusione (e, in taluni casi,
imposizione) di gusti e mode. Senza l'invenzione della televisione e la presenza nelle case degli
Italiani, non si sarebbe mai potuto parlare di consumismo anche nel nostro Paese. Solo questa, con i
personaggi presenti sugli schermi, gli spot pubblicitari, i primi programmi televisivi, si fa portavoce
delle aspirazioni e delle speranze degli italiani che vogliono possedere la stessa auto, lo stesso abito
dei personaggi che vedono sui teleschermi e, in definitiva, sognano di vivere come loro. La
televisione, dunque, favorisce la diffusione di una certa superficialità. Il ricordo della povertà che
aveva caratterizzato gli anni della guerra è ancora troppo fresco per essere cancellato dalle menti
degli Italiani. La ritrovata prosperità, una rinnovata fiducia nel futuro, la voglia di riscatto sono tutti
i fattori determinanti nell'affermazione di una società consumista.

carosello

Per la prima volta nella storia del nostro Paese, i beni non vengono acquistati in base alle necessità
che di volta in volta si presentano, ma per le loro valenze sociali e simboliche. Così ad esempio
l'auto diviene il simbolo di un individuo dinamico, affermato, al passo con i tempi. I beni di lusso
prevalgono sui beni di prima necessità. Negli anni Sessanta la quota di reddito destinata ai consumi
alimentari è inferiore rispetto al passato, dal momento che per gli Italiani l'urgenza è quella di
palesare al resto della comunità la propria posizione sociale, il reddito di cui si dispone. In
definitiva, gli anni Sessanta sanciscono l'inizio del predominio dell'apparenza sull'essenza.
Così non è un fenomeno raro negli anni Sessanta che, in una stessa abitazione,ci siano uno o più
oggetti ad alta tecnologia ma siano assenti i servizi igienici. Ma questo è solo uno dei tanti effetti
negativi che porterà la società dei consumi.

L'uomo e la natura: l'economia di sussistenza

 


Nelle economie occidentali l’idea che l’uomo, anziché recarsi al supermercato per fare la spesa,
produca da sé ciò di cui ha bisogno per il proprio sostentamento appare quanto mai bizzarra. Nel
momento in cui l’individuo di una società industrializzata sente un bisogno, sa immediatamente
dove recarsi per ottenere – senza troppi sforzi- ciò che desidera. Conosce a menadito ogni
supermercato del quartiere o piccolo negozio, sa quali sono i prodotti disponibili sul mercato e le
varie fasce di prezzo, infine conosce i posti alternativi in cui recarsi nel caso in cui la spedizione
d’acquisto si riveli infruttuosa.
In genere, l’unico vincolo che si pone dinnanzi all’individuo che sente un bisogno è quello
economico: solo in tal caso, infatti, se il prezzo eccede la disponibilità economica del consumatore,
questi è costretto a posticipare – o in taluni casi a rinunciare- all’acquisto. In tale contesto, tutto
quello di cui abbiamo bisogno è davanti ai nostri occhi, in bella vista sugli scaffali dei supermercati
al punto che, molto spesso, ci dimentichiamo che non sono i supermercati a produrre quei beni
alimentari, bensì altri uomini. E tutto ciò grazie alla natura e a ciò che essa mette a nostra
disposizione: frutta, verdura, legumi e tutte le risorse naturali che danno sostentamento all'uomo.

        supermercato
Per gli abitanti di una grande città la natura appare come qualcosa di pittoresco, da osservare in
qualche documentario trasmesso in televisione o quando si è in vacanza. Per molti altri popoli
invece, che hanno sviluppato una dipendenza molto più forte con l'ambiente circostante, la natura è
fondamentale per la loro stessa sopravvivenza. Sono popoli che vivono lontano dal mondo
occidentalizzato e consumista, in regioni troppo povere da contemplare l’esistenza delle grandi
catene di supermercati. Si tratta degli abitanti delle regioni dell’Africa sub-sahariana, del Sud-Est
asiatico, dell’India e di alcune parti dell’America Latina, dove la forma di economia prevalente, se
non esclusiva, è la cosiddetta economia di sussistenza.
Con il termine economia di sussistenza si intende una forma di sistema economico che non
contempla l’utilizzo del denaro. In questo contesto le risorse naturali, vale a dire tutto ciò che offre
la natura, è utilizzato come mezzo di sostentamento e di scambio (baratto). Le principali attività che
caratterizzano una economia di sussistenza sono: l’agricoltura, la pesca, la pastorizia, la raccolta e la
caccia.
Appare evidente, dunque, che questa forma di economia è molto vicina a quella praticata dai popoli
primitivi migliaia di anni fa. In tempi antichi, con lo sviluppo dei primi aggregati umani e delle
civiltà, l’economia di sussistenza è sopravvissuta fintanto che tutto ciò che veniva prodotto era
impiegato per il sostentamento del nucleo famigliare e della comunità. Pur non trattandosi mai,
comunque, di comunità totalmente isolate (gli scambi commerciali tra le varie comunità , seppur
sotto forma di baratto, erano praticati),tale forma di economia è definitivamente tramontata in
numerosi parti del pianeta quando l’uomo ha iniziato ad accumulare il capitale, ovvero con il
passaggio a un’economia di mercato.

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Naturalmente, se la maggior parte del mondo presenta un un’economia di mercato e
industrializzata-, l’economia di sussistenza non è mai scomparsa definitivamente, bensì è
sopravvissuta in talune zone del pianeta, come accennato sopra.
In taluni casi ciò è stato causato da condizioni economiche molto deboli, scarso progresso tecnico,
povertà, analfabetismo che hanno limitato o impedito lo sviluppo industriale del paese. In questi
territori, dunque, l'economia di sussistenza è una necessità: coltivare la terra, cacciare, raccogliere
ciò che si trova in natura appare l'unico mezzo per sopravvivere, in mancanza di risorse
economiche. Naturalmente, i rischi per i popoli che si affidano completamente a un’economia di
sussistenza sono dietro l’angolo. In primis, quello di non riuscire a ricavare quanto necessario per
sopravvivere. Basta una carestia o un’altra catastrofe naturale, per compromettere il raccolto e
dunque la sopravvivenza dei componenti della comunità. In secondo luogo la difficoltà, in
un’economia di questo tipo, di reperire determinati beni che non possono- per una serie di evidenti
ragioni- ricavarsi dalla natura o essere auto-prodotti: si pensi ai farmaci, o ai libri destinati
all’istruzione dei bambini, solo per fare qualche esempio.

 

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Cultura nazionale ed economia: l'ethos giapponese

Talvolta le variabili economiche non bastano a spiegare i motivi del progresso economico di una nazione. Rispetto, gratitudine, generosità, benevolenza, reciproco aiuto, solidarietà, cooperazione, protezione dell’onore del gruppo di appartenenza, armonia nelle relazioni interpersonali: questi gli elementi decisivi per lo sviluppo economico giapponese.

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Insieme alla Cina, il Giappone è una delle più grandi potenze economiche mondiali, capaci di rivaleggiare per importanza con Stati Uniti e Germania. Come la Cina, si trova nel trova nel continente asiatico, il quale- nonostante la crisi economico-finanziaria in atto – sta conoscendo uno sviluppo senza precedenti.

Se per la Cina è facile individuare le cause del suo sviluppo economico analizzando le sue caratteristiche socio-demografiche e territoriali e le scelte compiute dal governo in materia di politica economica, ben più complesso è il caso del Giappone.

Lo sviluppo economico della nazione nipponica inizia molto presto: già negli anni Venti, grazie al deprezzamento dello yen che facilitò le esportazioni- che aumentarono a partire dal 1924- , mentre le importazioni iniziarono a calare dopo il 1926. In questi anni l'economia giapponese crebbe in termini reali del 50%, mentre la capacità produttiva quadruplicò in particolare nel settore dell'energia elettrica e dell'acciaio.

Durante la Grande depressione del 1929, il Giappone fu colpito in maniera più limitata rispetto ai paesi occidentali, anche se ne risentì molto in termini di disoccupazione. Grazie alle politiche del governo (svalutazione dello yen, riduzione dei tassi d'interesse e aumento della spesa pubblica, anche con un piano di riarmo) la ripresa fu rapida e consistente. La seconda guerra mondiale segnò profondamente la nazione. Il Giappone ne uscì distrutto sia moralmente che economicamente: nel 1950 il PIL pro capite giapponese era il 20% di quello americano. Eppure, nei decenni successivi, la crescita economica gli consentì di raggiungere il 77% del PIL pro capite americano nel 1995.

Come un paese uscito sconfitto e distrutto da una guerra, senza ricchezze naturali, con una lingua incomprensibile e locato ai margini del mondo, sia potuto diventare una delle economie più potenti del pianeta non è spiegabile con i soli parametri economici. In realtà, nessuna analisi economica che voglia essere esauriente può davvero mai esulare dall'analisi delle caratteristiche pregnanti del popolo di quella determinata nazione, ovvero della sua cultura.

L’ UNESCO nella “Conferenza mondiale sulle politiche culturali” del 1982 a Città del Messico così la definisce: La cultura in senso lato può essere considerata come l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali unici nel loro genere che contraddistinguono una società o un gruppo sociale. Essa non comprende solo l’arte e la letteratura, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali degli esseri umani, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze.

Giappone3Ma questa è solo una delle tante definizioni proposte nel tempo da sociologi, politologi e studiosi. Ciò che emerge dalla pluralità di visioni è la complessità di dare una definizione adeguata a un concetto all'apparenza tanto semplice e nello stesso tempo di vitale importanza per comprendere le determinanti dello sviluppo economico.

Il celebre economista Amartya Sen nell'opera “On ethics and economics” scrive:     “(...) in the case of Japan, there is strong empirical evidence to suggest that systematic departures from selfinterested behaviour in the direction of duty, loyalty and goodwill have played a substantial part in industrial success. What Michio Morishima (1982) calls'the Japanese ethos' is certainly hard to fit into any simple picture of self-interested behaviour”.

Sebbene Sen incentri la sua opera sull'importanza della visione etica nell'economia e non si soffermi troppo sul caso della nazione nipponica, dal passo appena citato emerge chiaramente il pensiero dell'autore. L'interesse economico- ciò che in economia viene chiamato massimizzazione dell'utilità- pur essendo molto importante, non ha rilevanza esclusiva. A volte possono essere prevalenti, nella spiegazione dei comportamenti umani, considerazioni di tipo religioso o di tipo familiare, ed in definitiva valori, credenze, atteggiamenti che costituiscono il sostrato culturale di un popolo.

Le ragioni dell'incredibile sviluppo economico giapponese all'indomani del secondo conflitto mondiale sono da ricercarsi dunque nella sua cultura nazionale, e in particolare nell’etica comunitarista che si è sviluppata nel corso degli anni in Giappone e che s’identifica in particolari valori come la lealtà. Altri valori identificativi dell’etica comunitaria sono: rispetto, gratitudine, generosità, benevolenza, reciproco aiuto, solidarietà, cooperazione, protezione dell’onore del gruppo di appartenenza, armonia nelle relazioni interpersonali, ricercare il consenso, avere buone maniere e così via. Questa serie di valori è di origine religiosa, le sue radici vanno ricercate nel confucianesimo e nel buddismo.

La cultura è la lente attraverso la quale l'individua osserva e interpreta la realtà, determinandone la sua percezione e i suoi atteggiamenti. La cultura influenza altresì il modo di fare affari, l'importanza data al sistema di valori personali, perfino l'organizzazione degli spazi lavorativi. Questo è il motivo per cui un italiano che si trovi per vari motivi a lavorare in Giappone rimarrà, almeno inizialmente, spiazzato.            

In Giappone non esiste il concetto di ufficio personale: piuttosto vi è un unico grande spazio (open space) dove sono posizionate tutte le scrivanie dei dipendenti, a riflesso del profondo collettivismo e della diversa concezione di privacy che impregnano la cultura giapponese. Ma ad uscirne profondamente influenzato è soprattutto il comportamento organizzativo, ovvero l'atteggiamento sul posto di lavoro, l'impegno, l'attaccamento all'azienda, la produttività. Alcuni anni fa ha suscitato molto scalpore nel mondo occidentale la notizia che uno degli uomini più ricchi del mondo (secondo la graduatoria che annualmente stila la rivista americana Forbes), il giapponese Taikichiro Mori, si recava ogni giorno in ufficio a piedi portandosi da casa la scatoletta del frugale pranzo come un qualsiasi dipendente e, soprattutto, che questo modello di frugalità era la norma per l’intera classe dirigente giapponese.

 

 

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