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Tecnologia e innovazione

Google Glass, gli occhiali che cambieranno il nostro modo di vedere il mondo?

Inforcare un computer sul naso e portarlo a spasso con noi: quello che solo un decennio fa sembrava impossibile, oggi è quasi realtà. E a permetterlo sono i Google Glass, i rivoluzionari occhiali per la realtà aumentata del gigante dell’informatica Google. Un oggetto sofisticato e avveniristico, composto da una montatura, un minuscolo computer con fotocamera, posto su una delle stanghette, e una piccola lente, posizionata davanti all’occhio dominante (il destro per molti, ma non per tutti, così da rendere necessarie due versioni degli occhiali).

Il funzionamento? Semplicissimo: gli occhiali rispondono ai comandi vocali dell’utente e proiettano informazioni sulla lente, che funge da schermo. Dopo un anno di sperimentazione, in cui il dispositivo è stato fornito agli addetti ai lavori, sviluppatori ed esperti di tecnologia, Google è prossimo alla distribuzione dei suoi occhiali al grande pubblico: la data non è ancora nota, ma il 15 aprile 2014 Big G - per un solo giorno - ha aperto le vendite a tutti i clienti americani, alla “modica” cifra di 1500 dollari più le tasse. 

 Sono molte però le perplessità suscitate da questo apparecchio, in primis quelle legate alla tutela della privacy: ogni persona dotata di questi occhiali speciali è infatti in grado di scattare immagini ed effettuare riprese in modo molto discreto. La multinazionale dell’informatica, dal canto suo, ha già fatto sapere che sarà possibile, tramite i Glass, effettuare il riconoscimento dei volti (ovvero il software sarà in grado di rilevare eventuali visi inquadrati dagli occhiali, magari per metterli a fuoco), ma non sarà permesso un vero e proprio riconoscimento facciale della persona. Resta il fatto che il corretto utilizzo di un oggetto così innovativo dovrà essere vagliato attentamente dai legislatori dei diversi Paesi, valutando anche eventuali limitazioni. Negli stessi Usa, in cui gli occhiali sono nati, è vietato indossarli alla guida, mentre alcuni degli Stati membri stanno addirittura considerando l’ipotesi di vietarli per legge.

 Tuttavia i Google Glass, come ogni strumento tecnologico, non sono buoni o cattivi di per sé: molto dipenderà dagli usi che si deciderà di farne. Per individuare i migliori, il colosso di Mountain View ha lanciato ad ottobre un’iniziativa encomiabile, “Givingthrough Glass”, in cui ha invitato le organizzazioni senza scopo di lucro statunitensi a proporre suggerimenti e modalità di utilizzo degli occhiali, che possano migliorare il loro lavoro. I promotori delle cinque migliori proposte riceveranno in premio un paio di Glass, un corso di formazione presso la sede di Google e 25.000 dollari per realizzare il proprio progetto.

 Non mancano poi interessanti sviluppi nel campo della ricerca scientifica: l’Air Force USA ha già creato un’applicazione medica per i Google Glass, che permette ai medici paracadutisti di monitorare più persone contemporaneamente, senza avere le mani occupate. In Italia gli occhiali di Big G sono utilizzati invece nella formazione medica: l'Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano) ha infatti deciso di adoperarli all’interno dei corsi di Emodinamica e Cardiologia interventistica. Grazie al dispositivo, gli specializzandi possono assistere alle operazioni eseguite in sala operatoria dal punto di vista del medico. In futuro, inoltre, gli occhiali potrebbero essere utilizzati anche per fornire informazioni aggiuntive al chirurgo. Del progetto si occupa l’italiana VidiemmeConsulting, assieme a Rokivo, società fondata da italiani ma con sede a New York. L’azienda ha già realizzato un altro importante progetto per i Google Glass destinato ai non udenti: in collaborazione con il Museo Egizio di Torino, ha convertito contenuti nel linguaggio dei segni, per proiettarli, così tradotti, sul visore dei Glass. 

 

Samsung vs Apple:scontro tra due religioni

LA MELA DELLA DISCORDIA - Il confronto tra Oriente e Occidente non risparmia nemmeno la tecnologia foriera di ingenti somme di denaro. In tutte le sue declinazioni l'industria dell'elettronica e del software (sia di applicativi, che videoludica) rispecchia l'eterna tensione tra due "ecosistemi produttivi", che veicolano valori ben distinti. Il confronto si è ulteriormente inasprito da qualche anno, quando la Samsung ha deciso di aggredire la fetta di mercato fino a quel momento appannaggio della Apple. Non si tratta di semplice concorrenza tra smartphone, ma di un ragionato tentativo di contrastare l'egemonia dell'azienda di Cupertino commercializzando i prodotti di fascia alta della serie "Galaxy".

La sfida, oltre ai numerosi botta e risposta fatti di aggiornamenti di dispositivi sempre più performanti, si è giocata anche sul piano dei sistemi operativi: il forte senso d'appartenenza di tutti gli utenti che utilizzano iOS, derivante dalla sua quasi totale incompatibilità con altri ambienti virtuali, ha in egual misura rafforzato e danneggiato il brand. In risposta alle esigenze di varietà e massima diffusione degli applicativi, Samsung ha mostrato maggiore flessibilità "appoggiandosi" ad Android, sistema di proprietà di Google. Questo ha favorito una larga diffusione di contenuti prodotti dagli stessi utenti e al contempo garantito una certa stabilità di un sistema operativo che sfrutta appieno gli algoritmi potentissimi di MountainView.

Apple VS Samsung

A COLPI DI PROCESSI - La spaccatura tra Samsung e Apple ha assunto connotati quasi ideologici con l'escalation di vicende giudiziarie, che ha portato gli utenti dell'una o dell'altra fazione a feroci campagne di discredito dei rivali. La famigerata "guerra dei brevetti" è scoppiata il 19 aprile 2011 quando la Apple ha denunciato l'azienda sudcoreana accusandola di aver copiato nel design e nell' "utilità" sia l'iPod che l'iPhone (per un totale di 6 brevetti violati). La sanzione richiesta dallo staff di Jobs non si limitava solo ad un risarcimento pecuniario, quanto piuttosto al tentativo di inibire la diffusione di alcuni prodotti Samsung (Galaxy Tab 10.1 Slim, Nexus S, Epic 4G, Galaxy S e al Galaxy S II) negli USA.

Per l'azienda di Cupertino è stata una vittoria a metà poiché ha ottenuto si il risarcimento di 929,8 milioni di dollari, ma non è riuscita al contempo a liberare negozi e punti vendita dai prodotti rivali. A pochi giorni dalla pronuncia del giudice Lucy Koh sulla diatriba di tre anni fa, la "mela morsicata" già preannuncia per il 31 di marzo un nuovo capitolo della saga giudiziaria. Sul banco degli imputati 5 brevetti e la richiesta, record nella storia dei processi per violazione della proprietà intellettuale, di un risarcimento di 40 dollari per ciascun dispositivo venduto. Una proposta decisamente che surriscalda ulteriormente un clima già teso e mette sul piede di guerra gli avvocati della Samsung chiamati a provare l'assoluta originalità dei prodotti della multinazionale di Seul.