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Rubrica dei consigli

In Asia

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Se avessi visitato l’Asia con questo articolo non avrei potuto regalarvi nulla, invece credo di potervi offrire un consiglio, quello di leggere In Asia di Tiziano Terzani, edito Tea.
Ognuno la racconta come crede ma nessuno, a quanto pare, riesce a vivere in essa un sentimento comune, condiviso, come quello che tutti provano davanti alla Tour Eiffel o di fronte al Colosseo.
Il viaggio nel continente asiatico è profondamente individuale, se i tuoi occhi sono blu lo diventano anche le strade e gli alberi, l’umore influenza così tanto la tangibilità della materiache arriva a materializzarsi.
Terzani, penna discreta ma incisiva, giornalista curioso e scrupoloso marito, racconta tramite lettere alla moglie e reportage la sua esperienza, spesso estrapolando dalla cultura del luogo narrato il conseguente fatto storico.
Il punto di partenza è ostile: nel 1965 agli occhi del corrispondente Tokyo appare come Milano, piatta e civile tanto da creare una corazza protettiva facile e sorridente. L’amore connaturato si manifesta qualche anno dopo, quando la guerra d’Indocina ruba a Terzani anima, cuore e caratteri tipografici. La sua famiglia tra le braccia sicure di Singapore, lui diviso tra Cambogia, Laos e Vietnam per raccontare con cura e tenerezza il dolore di un popolo, riuscendo addirittura a prevederne le tragiche sorti.
Intanto, dopo la morte di Mao, la Cina si avvia verso la liberalizzazione che concede al giornalista la breve possibilità di visitare quel paese che tanto aveva studiato da lontano.
In seguito alla delusione provata nel doverlo abbandonare per forza, Terzani decide di analizzare l’altro lato della medaglia, quello ormai nevroticamente industrializzato, Tokyo, Giappone.
Trasferitosi in loco con famiglia a seguito, il reporter si alterna tra curiosi sondaggi all’interno delle quanto mai laboriose fabbriche di utensili, studi sociologici sull’egocentrismo giapponese e interesse politico con annessi e connessi.
Anche se i suoi occhi sono spettatori dell’incombente progresso giapponese, il suo cuore rimane in Cina, dove le dimostrazioni popolari per la democrazia iniziano a diventare vere e proprie sommosse, culminando nel 1989 con il massacro di Tienanmen. Terzani documenta la strage per il Corriere della Sera.
Nelle prime pagine del libro, il giornalista si esprime raccontando quanto l’abitudine a qualcosa crei inevitabilmente assuefazione dopo un certo limite di tempo, il suo in Giappone si concludeva con l’ultimo disinganno, la visita all’ordinario e miserevole monte Fuji.
Bramoso di un nietzschiano ritorno alla natura, quantunque questo non sia propriamente un retrocedere, quanto invece un andare in alto, Terzani scopre la spiritualità orientale dell’India; si avvicina alle guerre dimenticate del Pakistan e scrive di un minuscolo e sopravvissuto paradiso perduto, Mustang, Nepal.
L’ultimo articolo della raccolta conduce il lettore verso l’autoanalisi più profonda, lo accompagna moralmente a sfatare del tutto il mito dell’oggettività.
All’autore viene chiesto di scrivere un articolo su un luogo, e dopo tutto questo incessante e ostinato viaggiare tra le viscere del continente esotico, il giornalista sceglie di raccontare l’Orsigna, Toscana.
Un luogo in grado di rendere incontaminata l’anima dell’autore, paese che con i suoi detti popolari incanta il Terzani bambino, con le sue pecore lo educa al lavoro e con la sua ospitalità gli concede di chiudere il suo cerchio proprio lì, dopo aver appreso che il viaggio più importante è quello dentro noi stessi.

Un libro affascinante e fascinoso che si presta al reportage, alla narrazione storica, al racconto d’avventura ma specialmente che è spettatore di un frammento di vitadi uno tra gli ultimi giornalisti degni di stima. Terzani racconta una guerra senza concretizzarla in fatto di cronaca, rende palese l’amore per sua moglie non parlandone esplicitamente e si occupa delle problematiche di un paese che conosce sia in pratica che in teoria.

Animal live show

Se si potesse modificare il destinatario del termine “bestia”, con tutto ciò che ne consegue, dopo un’esposizione come quella ospitata dalla Fiera di Roma lo scorso week end, è certo che gli animali sarebbero esonerati dalla sua accezione aggettivale.

Due enormi padiglioni accolgono un vero e proprio circo, con annessi “padroni clown” e purtroppo connessi cani, animali esotici e gatti di ogni sorta.

Nell’immaginario collettivo di ognuno, l’idea di padiglione porta alla memoria, tra le varie possibilità, anche il ricordo di ospedale psichiatrico, che in questo caso è l’esempio che più si avvicina alla situazione proposta.                                                          

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Tra conduttori esaltati e animali sedati, o ancor peggio ormai abituati alla vita di reclusione e frustrante condiscendenza, il visitatore si muove attraversando bancarelle sponsor e banchetti di pop corn. Con un collare in mano e la scoperta di una nuova marca biologica di crocchette per cani in testa, il morboso amante del mondo animale si ferma per fotografare da vicino una delle bestie da macello, le regala un complimento e un sorriso a piena dentatura, poi passa alla prossima e ripete l’iter.

La cosa più scioccante tutto sommato rimane l’inconsapevolezza e l’ignoranza che il genere umano dimostra nei confronti di quello animale. Il volatile esotico, importato da paesi lontani, non prova certo piacere ad avere una zampa legata al suo espositore e il flash di una macchinetta puntato negli occhi. Il gatto, del tutto deturpato della sua natura felina e indipendente, è costretto in una gabbia, rigorosamente adornata da premi che egli stesso, non consapevole, ha vinto per merito del suo pelo morbosamente curato e lucidato.

Infine il cane, tra tutti l’animale che ha la sfortuna di amare tanto l’uomo da non poterne fare a meno. All’interno dell’esposizione sono “ricoverate” solo due diverse razze canine, le più in voga al momento, i cosiddetti cani “guerrieri”: Pitt Bull e American Bull Dog.

Con catene e collari borchiati, gli allevatori mostrano i molossi, debitamente tirati fuori dal trasportino al momento giusto, proprio come un macellaio farebbe con il suo pezzo di manzo migliore.

Per non parlare poi di quanto pericoloso possa essere mettere alla portata di tutti, compresi bambini con una mano nella propria narice e potenzialmente l’altra in quella del cane, razze così particolari e non sempre tolleranti.

Animal live show, come gran parte delle fiere che hanno per protagonisti gli animali, risulta un esperimento basato su metodi retrogradi e volto esclusivamente a un ritorno economico, un business del tutto improprio e inconsapevole.