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Viaggi

Il Carnevale di Venezia tra gondole e calle

carnevale venezia 2013 00005Correva il 1926, quando i primi documenti giunti a noi parlano del Carnevale di Venezia, come di una festa dichiarata dal Senato della Repubblica come effettivo giorno festivo. Tuttavia, le origini di questa ricorrenza hanno sicuramente delle radici più antiche e a Venezia per molti anni il Carnevale iniziava ad essere festeggiato la prima domenica di ottobre per terminare nei giorni che precedevano la Quaresima. Oggi invece, i festeggiamenti si susseguono all’incirca per dieci giorni e richiamo tra le calle numerosi turisti.

La bellezza di questa città lagunare è sicuramente legata tutto l’anno a quel fascino che le dà l’essere sospesa nell’acqua, il suo essere priva di automobili, percorribile solo a piedi, con traghetti e su quelle famose gondole, guidate da esperti gondolieri ciceroni. Quando però arrivano le maschere di dogi, damigelle, Colombina, Brighella e numerose altre, pare proprio di tornare indietro negli anni ed immergersi sul palcoscenico della commedia dell’arte di Goldoni, o tra i palazzi sontuosi con stucchi e decori preziosi. 

carnevale-image6Nel passato, durante il Carnevale gli affari veneziani si interrompevano, le strade erano invase da giocolieri, musicisti e danzatori, mentre le case dei ricchi offrivano feste sontuose  e spettacoli teatrali. Nel giorno della Purificazione di Maria era inoltre usanza celebrare la benedizione di dodici spose tra le più povere e belle della città. Nella Basilica di S. Pietro di Castello i patrizi dovevano contribuire a costruire la dote di queste fanciulle, le quali una volta sposate venivano accompagnate in Piazza S. Marco, per poi recarsi dal doge che offriva loro un grande ricevimento. La Festa delle Marie ancora oggi viene ricordata, attraverso un corteo storico, che ripropone l’evento.

Il volo dell’angelo a Piazza S. Marco è sicuramente un’altra tradizione che è rimasta immutata e che ricorda il lancio acrobatico che veniva offerto al capo dello stato di Venezia. Il primo ad effettuarlo fu un ragazzo turco che con un bilanciere riuscì ad arrivare al Campanile di S.Marco passeggiando su una corda, che partiva da una barca che stazionava nel molo.

Quest’anno sono stati 110mila coloro che hanno atteso la discesa dal Campanile, fino al palco del Gran Teatro e che hanno dato inizio al tema carnevalesco scelto dalla città: “Il Carnevale del fiabesco, del meraviglioso e del fantastico legato alla natura animale e vegetale”. Un tema che vuole ricordare il mito e la storia di una Venezia che veniva vista dall’intero mondo come una città fantastica, “cresciuta nei segreti suoni delle lingue che i mercanti portavano dall'Oriente e dal nord Europa”.

Dal 14 febbraio al 4 marzo gli eventi che si susseguono sono molteplici, come a voler continuare a rendere omaggio a quelle maschere, che in antichità venivano utilizzate non solo per travestirsi, ma anche per poter trasgredire senza essere riconosciuti.

 

 

Fonti: http://www.innvenice.com/Maschere-Veneziane.htm

http://www.carnevale-venezia.com/it/eventi/volo-dellangelo-e-rievocazioni-storiche

http://www.carnevalevenezia.com/storia_carnevale_venezia.htm

http://it.wikipedia.org/wiki/Carnevale_di_Venezia

Il mal d'Africa

maldafrica1Amanti o meno della natura incontaminata pare che il mal d’Africa tocchi qualsiasi viaggiatore, che per qualunque ragione si rechi in quelle terre, in cui neon, scintillii e rumori scompaiono. Forse è proprio il fare i conti con se stessi che sviluppa nell’uomo un senso di messa in discussione, inevitabile tra il silenzio di quei confini infiniti. Chi si reca in Africa, anche se vuole vivere un soggiorno pieno di relax e comodità non può però trascendere dal tradizionale safari, oppure da una passeggiata al di fuori del suo villaggio turistico. Ed è lì, proprio fuori dalle comodità dei bianchi, che si sviluppa la vita dei neri, di quelle popolazioni sempre sottomesse in qualsiasi periodo storico.

Il mal d’Africa può essere di natura antropologica, a contatto con uomini e donne che per quanto reticenti possano inizialmente esserehanno in loro quell’etica detta: Ubuntu (benevolenza verso il prossimo), di cui anche Mandela scriveva: « Una persona che viaggia attraverso il nostro Paese e si ferma in un villaggio non ha bisogno di chiedere cibo o acqua: subito la gente le offre del cibo, la intrattiene. Ecco, questo è un aspetto di Ubuntu, ma ce ne sono altri. Ubuntu non significa non pensare a se stessi; significa piuttosto porsi la domanda: voglio aiutare la comunità che mi sta intorno a migliorare?».

maldafrica2Quei bambini scorrazzano tra le vie giocando con qualsiasi cosa possa muoversi, quelle donne allattano senza vergogna sull’uscio delle proprie abitazioni. Ci sono case fatiscenti, strade sterrate, polvere, odore di terra e di cibo cucinato, baracche costruite con canne di bambù e sterco, ragazzi che vanno a scuola sotto una capanna, senza banchi e senza sedie. Sorridono, sorridono sempre quei bambini scalzi, che probabilmente vedono nel turista che salutano un personaggio strano. Sono gli stessi bambini che perderanno un fratello o una sorella, che non hanno più madre o padre, che ancora muoiono per un’influenza. Il turista lo percepisce e incamera in sé quell’amore senza richiesta, che traspare da quegli occhi che vedranno una sola volta, ma che ricorderanno per sempre.

E poi c’è l’Africa selvaggia della natura, degli animali liberi che cacciano e che vengono cacciati. Quello spirito di sopravvivenza di cui anche l’uomo africano ha dovuto riprendere i connotati.Lunghe distese di terra, intervallata da spiazzi di erba secca, alberi e arbustie poi all’improvviso le oasi, in mezzo a quel nulla. Enormi pozzanghere di acqua che fanno specchiare il sole e riflettono quel cielo cristallino. Fonte di sopravvivenza, di gioco e di refrigerio per uccelli, scimmie, giraffe, elefanti…I grandi e i piccoli convivono, si danno la caccia, vivono in branco, perdono i propri cuccioli e muoiono. Non sono gli animali in gabbia dello zoo o del circo. Nessuno gli procaccia del cibo o gli spazzola il pelo, lottano ogni giorno per arrivare a quello successivo.

E poi si torna a casa. Tutti i viaggiatori raccontano di non riuscire a raccontare. Un gioco di parole sì, ma forse l’unico modo per definire quel senso di vuoto e al contempo di gioia che ci si porta dietro. L’Africa non se ne va dopo aver preso un volo, l’Africa resta e fa sentire il suo dolore d’abbandono.