Arte e Teatro

Un ambiente unico: il palcoscenico

palcoIl palcoscenico, luogo di storie e meraviglie, ambiente da ammirare, ambiente che ci rapisce e ci sconvolge, ambiente che cerchiamo nei nostri mille giorni frenetici dietro le scrivanie alienanti degli  uffici, ambiente sognato, che chissà, forse alle volte qualcuno di noi ha perfino desiderato di calcare, il palcoscenico… lì dove finisce la vita ed inizia la finzione, quel limite affascinante che separa ciò che è vero da ciò che è falso…; od, al contrario, il confine sottile al di là del quale l’attore lascia questa grande buffonata che è  la vita ed inizia a vivere?

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Spinario:storia e fortuna

musei capitolini spinario

Un capolavoro bronzeo, tra i più ammirati delle collezioni capitoline è il protagonista della mostra “Spinario, storia e fortuna”. Un’esposizione raffinata e coinvolgente curata da Claudio Parisi Presicce  che, fino al 25 maggio, offrirà fra le sale del Palazzo dei Conservatori dei Musei Capitolini, un viaggio approfondito all’interno di un mito che non smette mai di stupire.

 

Una delle massime espressioni della scultura antica, esempio perfetto di armonia fra resa stilistica e accuratezza d’esecuzione, lo Spinario torna a far riecheggiare un mito in grado di suggerire sempre nuove sollecitazioni visive e interessi artistici. Giunto in Campidoglio nel 1471, in seguito alla donazione dei bronzi lateranensi al Popolo Romano, da parte di Sisto IV, questo fanciullo immortalato nel gesto infinito di togliersi una spina dal piede, è da secoli oggetto di dibattiti interpretativi che riguardano la sua identificazione. Il modello iconografico, deriva da un soggetto di genere di età proto-augustea, ed è il frutto di un’esemplare combinazione tra il corpo di prototipo ellenistico (III – I a. C.), e il capo di stile severo (IV a. C.). L’immaginario bucolico e dionisiaco suggerito dal sedile di roccia sul quale siede, rimanda in maniera didascalica ai momenti di vissuto quotidiano, sottolineandone il rapporto con la natura e le sue insidie. Metaforicamente però, il tema figurativo è associato alle pene legate all’innamoramento e agli incontri amorosi, avvolgendo l’opera di fascino e mistero maggiori, decretandone così la sua fortuna. Questa figura concentrata in un “gesto che tradisce fragilità e inesperienza”, considerata fino ad oggi come una semplice rappresentazione di immagine generica di pastore, potrebbe invece rivelarsi il capostipite della gens Iulia, la dinastia di Giulio Cesare e Ottaviano Augusto, ovvero Ascanio/Iulo, figlio di Enea e giovane eroe dell’Eneide. Considerato immorale durante il Medioevo per via della sua nudità, destituito così a semplice simbolo pagano, lo Spinario capitolino conobbe una fama straordinaria in epoca rinascimentale, riprodotto, studiato e disegnato dai maggiori artisti quali Francesco Granacci, Parmigianino, Rubens e il Brunelleschi che gli dedicò una formella in bronzo per la porta del Battistero di Firenze. Nelle sale adibite all’esposizione si alternano repliche e rivisitazioni relative al tema iconografico dello Spinario, con rilievi marmorei, disegni, quadri e bronzini che evidenziano la grande eredità artistica e culturale che l’opera ci ha donato. L’eleganza formale della composizione statuaria, la disarmante naturalezza del gesto quotidiano che si protrae nel tempo e l’accennata indifferenza che il dodicenne dedica allo spettatore, rendono lo Spinario un capolavoro unico, la cui fama ha attraversato i secoli.

Modigliani,Soutine e gli artisti maledetti.La collezione Netter

Nella sede di Palazzo Cipolla in via del Corso a Roma è di scena la mostra “Modigliani, Soutine, e gli artisti maledetti. La collezione Netter” curata da Marc Restellini, che fino al 6 aprile metterà a confronto i capolavori acquistati da Jonas Netter, ricco collezionista, particolarmente affascinato dal genio creativo di Modigliani e dalla produzione artistica dei pittori di Montparnasse.

   Elvireconcollettobianco1A. Modigliani, Elvire con colletto bianco, 1918

Giungono  a Roma, per la prima volta, 120 opere della ricca collezione di Jonas Netter che, dopo il successo alla Pinacothèque di Parigi e al Palazzo Reale di Milano, propongono uno spaccato degli “anni folli” di inizi Novecento, che trasformarono il quartiere parigino di Montparnasse in un fervido luogo di ritrovo di artisti e intellettuali dell’epoca. A Montparnasse “si beve e si danza. Si fuma e si fa l’amore. Si scrive e si dipinge. Si reinventa l’amore, esattamente come si reinventano i modi di dipingere.” Così descriveva lo storico quartiere parigino, Kiki de Montparnasse, celebre modella e musa ispiratrice di Man Ray. Una calda atmosfera bohèmienne accoglie dunque lo spettatore che rivive i fermenti rivoluzionari di quegli anni in cui, pittori e scrittori si ritrovavano in locali e caffè a discutere di arte o letteratura sorseggiando un bicchiere di vino o di assenzio, a volte qualcuno di troppo. Una ricerca artistica che culminò in quella che il critico Andrè Warnod definì la Scuola di Parigi, un fluido gruppo di pittori, a metà strada fra il Cubismo e il Surrealismo, dagli influssi impressionisti e dei Fauves, che costruì un involucro stilistico sottile, quasi impalpabile, arricchito da una passione interiore misurata e ben dosata nei tratti, che diede vita a una sorta di “Espressionismo Figurativo” dalle note melodiche. Le inclinazioni decadenti, l’elegante inquietudine che modellava i nudi di Modigliani, i suoi ritratti penetrati da un fragile desiderio di perdizione, e i suoi raffinati colli affusolati, catturarono l’attenzione del collezionista alsaziano Netter che, con l’aiuto del mercante d’arte, e poeta polacco Lèopold Zborowski, entrò in contatto con il pittore livornese e con i cosiddetti artisti “maledetti”. Accanto a Elvire con colletto bianco (Elvire con collettino) del 1918 e Fanciulla in abito giallo (Ritratto di giovane donna con collettino) del 1917 e altre opere dello stesso Modigliani, si possono ammirare gli intensi dipinti del sovversivo Chaim Soutine, suo amico, e gli scorci parigini del “periodo bianco” di Utrillo. Solo alcuni dei nomi presenti in questo percorso espositivo che mette a confronto i capolavori di straordinari artisti che, percossi da un profondo quanto sublime malessere esistenziale, attraverso una pittura che si “nutre di disperazione” sono in grado di spogliare l’anima e vestirla di libertà. 

A. Modigliani, Fanciulla in abito giallo, 1917

A. Modigliani, Fanciulla in abito giallo, 1917

Animal live show

Se si potesse modificare il destinatario del termine “bestia”, con tutto ciò che ne consegue, dopo un’esposizione come quella ospitata dalla Fiera di Roma lo scorso week end, è certo che gli animali sarebbero esonerati dalla sua accezione aggettivale.

Due enormi padiglioni accolgono un vero e proprio circo, con annessi “padroni clown” e purtroppo connessi cani, animali esotici e gatti di ogni sorta.

Nell’immaginario collettivo di ognuno, l’idea di padiglione porta alla memoria, tra le varie possibilità, anche il ricordo di ospedale psichiatrico, che in questo caso è l’esempio che più si avvicina alla situazione proposta.                                                          

Immaginecani1

Tra conduttori esaltati e animali sedati, o ancor peggio ormai abituati alla vita di reclusione e frustrante condiscendenza, il visitatore si muove attraversando bancarelle sponsor e banchetti di pop corn. Con un collare in mano e la scoperta di una nuova marca biologica di crocchette per cani in testa, il morboso amante del mondo animale si ferma per fotografare da vicino una delle bestie da macello, le regala un complimento e un sorriso a piena dentatura, poi passa alla prossima e ripete l’iter.

La cosa più scioccante tutto sommato rimane l’inconsapevolezza e l’ignoranza che il genere umano dimostra nei confronti di quello animale. Il volatile esotico, importato da paesi lontani, non prova certo piacere ad avere una zampa legata al suo espositore e il flash di una macchinetta puntato negli occhi. Il gatto, del tutto deturpato della sua natura felina e indipendente, è costretto in una gabbia, rigorosamente adornata da premi che egli stesso, non consapevole, ha vinto per merito del suo pelo morbosamente curato e lucidato.

Infine il cane, tra tutti l’animale che ha la sfortuna di amare tanto l’uomo da non poterne fare a meno. All’interno dell’esposizione sono “ricoverate” solo due diverse razze canine, le più in voga al momento, i cosiddetti cani “guerrieri”: Pitt Bull e American Bull Dog.

Con catene e collari borchiati, gli allevatori mostrano i molossi, debitamente tirati fuori dal trasportino al momento giusto, proprio come un macellaio farebbe con il suo pezzo di manzo migliore.

Per non parlare poi di quanto pericoloso possa essere mettere alla portata di tutti, compresi bambini con una mano nella propria narice e potenzialmente l’altra in quella del cane, razze così particolari e non sempre tolleranti.

Animal live show, come gran parte delle fiere che hanno per protagonisti gli animali, risulta un esperimento basato su metodi retrogradi e volto esclusivamente a un ritorno economico, un business del tutto improprio e inconsapevole.  

La bisbetica domata

la bisbetica domata immagine

Mi è parso opportuno iniziare questa disquisizione analitica sul teatro, in tutte le sue variegate manifestazioni, partendo da una breve analisi relativamente le motivazioni intrinseche secondo un’ottica di esigenza che hanno portato alla sua stessa nascita, (dove nasce e perché), dallo splendore commediografo e tragediografo greco quindi, ricollegandomi alla degenerazione intesa come sfiducia nella cultura  come fonte di progresso sociale (di cui il teatro rappresenta la “vittima”principale), vissuta nello specifico dal nostro Paese oggi. Ma quali sono le varie fisionomie che il teatro è andato assumendo tra gli splendori delle rappresentazioni greche e le degenerazioni attuali? Dall’intensità tragediografa greca il teatro si sviluppò in Europa secondo una caratterizzazione espressiva classica, di matrice Shakesperiana sviluppatasi nell’ambito di uno dei periodi artistici più floridi del teatro britannico che và sotto il nome di teatro elisabettiano. Parimenti all’analisi del ruolo rivestito dalla donna nell’ambito di determinate obbligazioni, frutto di precise e codificate determinazioni culturali,  inerenti specifici contesti attuali, realtà esaminate relativamente alla messa in scena dell’opera di Silvia Resta, (oggetto di trattazione del precedente articolo), è ancora una volta la figura femminile il fulcro del mio interesse attraverso una trattazione analitica che intendo espletare di una delle più importanti opere Shakesperiane, ossia la “Bisbetica domata” in scena al Teatro Argentina a partire dall’ 11 Febbraio scorso. L’opera rappresenta un riadattamento della realizzazione originale di Shakespeare attraverso una sua riambientazione nell’Italia degli anni 20 eseguita magistralmente da Andrej Konchalovskij.    La vicenda è ambientata a Padova attorno alla casa del nobile Battista Minoia, che ha due figlie: la maggiore, Caterina, la "bisbetica" appunto, che nessuno chiede in moglie, e la minore e dolce Bianca, corteggiata da Gremio e da Ortensio. Battista ha deciso che Bianca non potrà sposarsi finchè non avrà trovato marito la sorella maggiore. I pretendenti di Bianca cercano allora di trovare un marito per Caterina e lo trovano nel veronese Petruccio, che, attratto dalla dote della fanciulla, non si lascia per nulla spaventare dal tremendo carattere di lei. Avviene anzi un comico corteggiamento in cui Petruccio insiste nel trovare grazie e dolcezze nelle cattive risposte e nei maltrattamenti riservatigli da Caterina. Frattanto un nuovo corteggiatore si affianca alla lista di Bianca: Lucenzio, studente a Padova e figlio del ricco mercante pisano Vincenzo. Ortensio e Lucenzio, travestiti da maestri, si introducono nella casa di Battista, con la scusa di istruire Bianca e possono così corteggiarla da vicino; Tranio, servitore di Lucenzio, sostiene astutamente la parte del padrone. Petruccio riesce a portare all'altare Caterina e, sia nella cerimonia nuziale, sia in casa di Battista, sottopone la moglie a continue umiliazioni. La conduce poi nella propria casa in campagna e quì continua ad infliggere alla moglie smacchi e umiliazioni, privandola del cibo e del sonno, con la scusa che il pranzo e il letto che vengono dai servitori non siano degni di lei. Di nuovo, col pretesto che il sarto e il cappellaio le porgono merce scadente, le impedisce di comperarsi abiti eleganti; durante il viaggio di ritorno a Padova, Petruccio costringe Caterina alle più assurde affermazioni(quali che un vecchio incontrato per via è una graziosa fanciulla e così via), tanto che ella ritorna a casa del padre completamente domata o addomesticata. Frattanto Lucenzio conquista il cuore di Bianca, mentre Tranio, il finto Lucenzio, convince il padre che egli porterà la più alta controdote ed ottiene così per il suo padrone la mano della fanciulla; per rendere la sua finzione più convincente, traveste un pedante da Vincenzo. Costui poi arriva da Pisa, provocando una serie di grotteschi equivoci che naturalmente si risolveranno felicemente. Ortensio sposerà una vedova. Al banchetto che suggella il lieto fine di tutti gli amori, gli sposi scommettono su quale delle loro mogli sia la più docile e Petruccio vince la sua scommessa per merito di Caterina, che tiene un discorso finale sull'obbedienza ai mariti. E’ interessante soffermarsi sulla figura di Caterina, la “bisbetica” e sulla sua apparente metamorfosi finale che pare spiazzare tutti. La figura di Caterina si presenta subito come una donna vivace, allegra, ma soprattutto spontanea, spontaneità inammissibile (in particolar modo da parte femminile) in un contesto sociale perfettamente codificato ed “obbediente” ad una precisa etichetta del vivere sociale e del buon costume dove tutto, ogni singolo gesto, appare studiato preventivamente, ogni singola parola, ogni omaggio e cortesia. La bisbetica si presenta fin da subito intollerante verso questo tipo di contesto, non lo sente suo, non lo sente affine e quindi lo rifiuta violentemente reagendo in maniera aggressiva, perfino schernendo quelle codificazioni gestuali, quegli atteggiamenti obbedienti ad un vero e proprio manuale comportamentale, mettendolo addirittura in ridicolo agli occhi dello spettatore, tutto ciò perché la bisbetica sà che si tratta fondamentalmente di precetti fintamente moralistici e quindi ipocriti, messi in scena socialmente per mascherare una realtà molto lontana dall’esser pura e “casta” rispetto a quel che appare, piena di soprusi e malefatte, di convenienze e falsità. Caterina è una donna vera che non ama nascondersi dietro schemi candidi per paura di mostrare la sua naturale indole. Lei sente il bisogno di  gridarla al mondo intero e tormenta, aggredisce, tutti quelli che invece si nascondono dietro parvenze caratteriali prese in “affitto”, al fine di non smascherarsi, di non mostrare il proprio vero volto, perché così è più comodo raggiungere i propri obiettivi. L’inganno ed il sotterfugio sono la parola d’ordine dei personaggi che le ruotano attorno, di Bianca la sorella corteggiata da tutti, “non sopporto il tuo silenzio” grida la bisbetica tormentandola con continui dispetti, già perché a lei, quel silenzio la uccide, la ingabbiata soffocandola in un’ universo entro il quale la finzione e l’ipocrisia di convenienza la fanno da padrone. Bianca si nasconde sotto le mentite spoglie della timidezza e della castità per celare in realtà un animo libertino ed avido di seduzione, ecco perché riesce a camaleontizzarsi perfettamente all’interno di un contesto che la rispecchia rappresentandola pienamente, anch’esso falso come lei, anch’esso ben attento a celare la sua vera natura sotto le parvenze del buon costume, così come Bianca tutti i personaggi rappresentano un’incarnazione, uno specchio del contesto falso entro il quale vivono a proprio agio. Ed è lo stesso silenzio falsamente suadente ed “innamorato” di Petruccio, che finge di amare Caterina attirato dapprima dalla sua dote al fine di sposarla per poterla così “addomesticare” e vantarsi agli occhi di tutti. La falsità di tutti personaggi camaleontizzati perfettamente in un contesto creato a misura loro alla fine viene a galla una volta che ognuno di loro ha raggiunto i propri obbiettivi. Bianca fintasi docile e casta solo per farsi sposare da Lucenzio getta la maschera, è lei la vera ribelle impunita, è lei ora la bisbetica indiavolata avida di seduzione, Petruccio indossati i panni del fedele e docile innamorato, raggiunto l’obiettivo di sposare Caterina ed averla “addomesticata” si rivela un’ uomo avido di egoismo ed egocentrismo. Rimane lei, Caterina l’unica coerente, l’eroina-rivoluzionaria che combatte per l’emancipazione femminile per l’acquisizione di quel diritto di poter vivere mostrando la propria indole naturale, ed è questo che colpisce, questo che emoziona. Alla fine le maschere di ipocrisia e falso perbenismo cadono a tutti i personaggi, è lei Caterina però che sembra indossarne una, verso l’epilogo, spiazzando e forse deludendo un po’ il pubblico che vede appannata quell’eroina combattente fino alla fine con grande dignità. Ma è solo questione di qualche secondo, Caterina pare indossare la maschera della moglie docile e finalmente addomestica, ma si tratta di un trucco, recita quella parte solo per essere lasciata in pace, per darla a bere a tutti, questo Petruccio lo sa, ma nella sua immensa ipocrisia si “accontenta”, se non di esser riuscito davvero ad addomesticare la moglie, almeno di far credere agli altri che così è stato, raccogliendo meschinamente le briciole di una soddisfazione sociale apparente e di un riconoscimento che seppur consapevolmente falso sazia in parte la sua sete di vanità. Lei, Caterina, alla fine è la vera trionfatrice, colei che imbroglia tutti per preservare se stessa. Nel suo monologo finale comunque traspare una sofferenza interna che si mostra in maniera evidente non solo nelle parole ma in una gestualità risoluta, in uno sguardo duro all’apparenza ma che non riesce a mascherare quegli occhi tristi e soli allo stesso tempo, che gridano una sete di libertà che colpisce emozionando lo spettatore… sono gli occhi di milioni di donne che lottano ogni giorno per la loro libertà, quegli occhi puoi vederli in una madre del Congo che allatta il figlio in mezzo alla strada, puoi vederli dietro un burqa che soffoca qualsiasi spirito vitale, puoi vederli in Cile, in Bosnia, in Africa, in Messico… sono occhi di milioni di donne, di oggi e di ieri, sono occhi di donne combattenti o donne che hanno gettato le armi, sono gli occhi di ognuno di noi, ed ecco la grandezza di Shakespeare ecco la sua universalità declinabile a qualsiasi epoca a qualsiasi contesto sociale. Così come i condizionamenti e le violenze psicologiche che soggiogano l’indole naturale della bisbetica inducendola ad una sofferenza interna costante al fine di rispettare quella predominanza maschile sulla consorte “imposta” dall’etichetta o per rispondere ai classici canoni sociali dell’epoca tesi a mantenere quell’equilibrio, quella “normalità” familiare agli occhi degli altri anche al costo di violentare la psiche altrui cercando di  mutarla con la forza. Si pensi ai possibili collegamenti con i legami attuali, quante donne oggi subiscono questo tipo di violenza? Quante donne serene agli occhi sociali sono vittime di violenze psicologiche entro le mura domestiche? L’opera fornisce degli spunti di riflessione e quindi di sensibilizzazione  sempre vivi e presenti. Il tutto trattato in chiave comica e grottesca, ed è questo a rendere questa realizzazione magistrale ed unica. Il riso, il divertimento suscitato dal grottesco dell’opera si mescola alla sofferenza, alle pene vissute dalla bisbetica, a quel suo non arrendersi, al quel suo combattere fino alle fine, a quella sua profonda solitudine entro la quale si innalzano le sue grida d’aiuto rimaste inascoltate, tutto questo emozionante dolore si mescola alla fisionomia sostanzialmente comica e grottesca dell’opera in un turbinio di emozioni e sentimenti che colpisce il pubblico, esaltandolo, trasportandolo in un  coinvolgimento totale, rapito, all’interno della messa in scena, è questa la grandezza di Shakespeare ed è questa la fedele e magistrale rielaborazione storica compiuta da Konchalovskij  che pur traslando l’opera originale in un contesto sociale diverso da quello dell’autore riesce a rimanere fedele al testo ed a ripercorrerlo in maniera assolutamente efficace conservando quella spontaneità e freschezza che avvolge l’intera opera mescolate a quelle vibrazioni sottili che toccano stati profondi dell’essere, inducendolo alla riflessione, quei paradossi e quelle tragedie dell’animo umano che da sempre affliggono e divertono e che si ripetono come un grande ciclo in tutte le epoche, in maniera universale.         

Montagno Bozzone Sebastiana 

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