Arte e Teatro

A Porte Chiuse

a porte chiuse

Ambientazioni inquietanti e musiche pungenti hanno animato uno dei capolavori di De Sartre “A porte chiuse”, in scena al Teatro Vittoria per una settimana. L’inferno e la sua macabra rappresentazione e l’ostinazione iniziale dei suoi “ospiti” a voler trovare un modo per uscire e far ritorno nel mondo dei vivi, sono elementi che contraddistinguono l’iniziale realismo interpretativo del dramma da parte degli attori marcato poi pero’, sorprendentemente, da un’escalation  che porta l’iniziale tormento veritiero e commovente dei dannati alla paradossalità grottesca della terribile situazione. Il paradosso, che ad un certo punto dell’opera, anima la parte centrale dell’interpretazione, è nettamente subordinato alla concretizzazione di un susseguirsi di controscena  sul fondo, riguardanti i momenti salienti e più drammatici che hanno portato alla perdizione le vite di ciascuno dei tre protagonisti. Colpe, tradimenti, omicidi ed inganni si dispiegano quindi alle spalle dei tre dannati come su di un carillon malinconico ma allo stesso tempo macabro. Quest’ultimi, persi ed inermi non possono far altro che continuare a logorarsi nel profondo, alla visione delle proprie terribili vite ormai andate. E’ interessante porre l’accento sull’intersecato microcosmo ingarbugliato ed evolutivo che caratterizza la dimensione dei rapporti interpersonali tra i tre protagonisti.  L‘iniziale equilibrio, seppur a tratti scostante, creatosi tra il protagonista maschile, Garcin, ( ex soldato che disertò durante la Seconda guerra  Mondiale tradendo molte volte la moglie) ed Inès, la seconda a varcare la soglia dell’inferno (una lesbica che ha sedotto una donna convincendola poi ad uccidere il marito che era anche suo cugino), viene rimesso in discussione dall’ingresso di Estelle (una giovane donna dell’alta società che ha sposato il marito per denaro e lo ha tradito per un uomo più giovane, uccidendo poi il figlio nato dalla loro relazione). Sia Garcin che Inès tentano infatti di sedurre la bella Estelle ingannandosi a vicenda, calunniando ognuno il nome dell’altra. Il rapporto saldo, seppur momentaneo, viene costruito sempre a due, invadendo e disprezzando la vita personale del terzo dannato. Prima sarà appunto Estelle a rompere l’equilibrio tra Garcin ed Inès, poi Estelle, conquistata dalla donna, ripudia ed allontana le lusinghe di Garcin, che isolato e beffeggiato dalle due donne cade in un groviglio di inquietanti ossessioni, poi sarà Ines ad essere oggetto di scherno dal momento che Estelle cederà alla avances del giovane soldato, per poi rimanere essa stessa nuovamente esclusa dal connubio iniziale creatosi tra Garcin ed Inès, perchè colpevole, ai loro occhi, di non voler condividere con loro le proprie terribili colpe di cui si è macchiata in vita. Questo intrigato mondo relazionale che avvolge completamente i tre dannati, trova una propria concretizzazione a livello visivo non solo nelle ambientazioni, perfettamente coerenti e specchianti il labirintico mondo interiore dei tre protagonisti, ma nelle colonne sonore che avvinghiano e possiedono i tre sperduti in balli sfrenati al limite del grottesco. Ma verso la fine dell’opera ci si accorge che la porta dell’inferno, quella porta che conduce  alla salvezza, era sempre rimasta aperta, sono i protagonisti ora a non volerne più uscire, poiché imprigionati nella rete di rapporti che ormai hanno creato.  

Montagno Bozzone Sebastiana         

Ad Occhi Chiusi

occhi chiusi immagineUn viaggio sorprendente denso di mistero e di un’angoscia iperbolica permeano il particolarissimo allestimento teatrale tratto dal romanzo “Ad Occhi Chiusi” di Gianrico Carofiglio, messo in scena con grande maestria e duttilità interpretativa dalla compagnia teatrale l’Albatro per la regia di Carlo Fineschi. Tre trame si intrecciano in contemporanea catturando il pubblico in un turbinio di emozioni ed inquietudini crescenti, trasportandolo (secondo la struttura tipica del teatro itinerante) da una location ad un’altra, ognuna delle quali pare rimanere fedele agli stati d’animo dei personaggi ed alla natura delle diverse circostanze, attraverso una sorta di rappresentazione coerente di quest’ultime(incarnata da musica e luci), che sembra dare una concretezza tangibile ed immedesimativa agli stati psichici entro i quali i personaggi sono avvolti o molto spesso ingabbiati.

 

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Il teatro in Oriente

 

Il teatro orientale, così come quello europeo, trae le sue origini dalle manifestazioni di carattere religioso, specie dai rituali dei paesi del sol levante. Il teatro di maggiore notorietà è sicuramente il giapponese Noche derivato dal medievale Danga-Ku, non ha mai subito alcuna modifica o evoluzione dal suo nascere (XIV° secolo) ad oggi. Il No viene rappresentato sempre con la medesima scenografia, costituita da un piano rialzato di forma quadrata ai cui lati siede il pubblico, sullo sfondo un pino, un ponticello e un piccolo balcone. Ai lati delle due quinte due musicisti per lato suonano quattro strumenti a corda e a percussione. La recitazione e la mimica sono caratterizzate da rigide regole, ne consegue che ogni gesto e ogni movimento abbiano un preciso significato, sempre riconoscibile dal pubblico. Ogni spettacolo è dotato di 8 quadri, di cui 5 drammatici e tre comici, alternati, per una durata complessiva di 7ore. Gli attori sono sempre due di cui uno, lo shite, sempre mascherato e l’altro lo waki, non mascherato. Derivato dal No, ma di carattere più popolare è il Kabuki, il teatro burlesco, romanzato, a volte erotico, ricco di effetti scenici. Connotato anch’esso da rigide regole riguardanti la messa in scena degli interpreti , questo tipo di teatro assai più divertente del precedente, presenta personaggi stereotipati, addobbati con costumi sfarzosi. Dal punto di vista innovativo il teatro Kabuki ebbe l’indubbio merito di introdurre in scena il palcoscenico  girevole che dava la possibilità di veloci cambi di scena e di costumi. Tale tecnica fu mutuata dal teatro europeo intorno alla fine dell’800.  Il teatro cinese ha conseguito notorietà internazionale soprattutto con gli spettacoli delle ombre, noti sin dai tempi di Marco Polo ed anche le marionette che avevano molte affinità con i pupi siciliani. La forma d’arte scenica più popolare e spettacolare è senza dubbio l’Opera di Pechino che, fondata all’inizio del ’900 ha canonizzato un’arte avente storia e tradizione multi millenaria. Costituita da un insieme di canzoni corali, danze, acrobazie, giochi d’abilità e scene ricche di costumi, draghi, mostri, serpentoni e fuochi d’artificio assai  luminescenti. L’opera cinese narra fatti ed episodi della propria storia e tradizione culturale. Anche il teatro indiano ha avuto un pizzico di notorietà, quantunque limitata a rappresentazioni di tipo burlesco, marionettistico. Un suo famoso personaggio indu, Viduchaka, fu introdotto nella commedia dell’arte italiana intorno al 17° secolo. Così, in mezzo ai vari Pulcinella, Arlecchino, Pantalone, Capitan Fracassa etc. figurava anche il pittoresco indù, sempre con faccia pitturata e turbante per strappare qualche esotica risata in più. I teatri dell’ Asia importano un’arte drammatica senza codici psicologici, basata su una tecnica dettagliata come solo elemento e strumento dell’attore, capace di presentare le emozioni. L’ attore cinese non si interessa di creare un’ illusione teatrale come di regola succede al teatro Occidentale. Il teatro Orientale ha origini rituali, che si riscontrano anche negli spettacoli di oggi. Alcune forme teatrali dell’ India, del Giappone, della Cina, del Bali sono stati veri punti di riferimento per uomini di teatro quali Craig, Mejerchold, Artaud, Brecht e continuano ad esserlo Grotowski, Brook e Barba. La polisemia del teatro Orientale si riflette nella tecnica del corpo, nei molteplici e vari aspetti della pratica spettacolare, nella fenomenologia dell’ attore o nella trasmissione dell’ arte. Il teatro orientale è una combinazione di danza, musica e poesia che vede nell’ attore il mezzo per indurre lo spettatore a provare l’ esperienza in diversi stati d’ animo. L’ Occidente considera la rappresentazione quale punto di contatto con il mondo della realtà. L’ Occidente da enfasi all’ illusione, alla mimesi,l’attore mimetizza il ruolo come un’ esperienza personale, enfatizza il testo e la parola definisce il testo. L’Oriente con la standardizzazione dei codici corporali significa convenzione. L’ attore si fa il ruolo, centro del ruolo corporale tecnico, con enfasi alla rappresentazione ed il corpo definisce il senso.

Montagno Bozzone Sebastiana

il teatro in Oriente immagine

La città di plastica

la città di plastica immagine

La profonda crisi economica, ma soprattutto culturale, che “uccide” appunto quella fiducia nella cultura come fonte di progresso sociale, di sensibilizzazione egalitaria e condivisione identitaria (a cui mi è sembrato opportuno accennare nell’ambito del primo articolo “inaugurale” di questa sezione “teatro”), che affligge non solo l’Italia in questo preciso periodo ma alcune tra le più significative aree del mondo, da periodi ben più lunghi, tanto da considerare quest’ultime quasi come emblemi su scala mondiale, ha trovato un’interessante rappresentazione interpretativa nell’ambito della piecès teatrale di Silvia Resta, regista ed attrice dell’opera, dal titolo “La Città di Plastica” in scena al Teatro Quarticciolo di Roma la scorsa settimana. La rappresentazione ha toccato dei temi molto delicati e da sempre al centro di dibattiti relativi a visioni fortemente contrastanti su scala mondiale. Dal punto di vista ideologico l’opera di Resta rappresenta un funzionale e concreto esempio di teatro civile, con uno spettacolo-denuncia in grado di risvegliare ed alimentare una condivisione ed un senso identitario di appartenenza (simile all’utilizzo che i Greci facevano del loro teatro come elemento di celebrazione di quei miti, simbolo della loro appartenenza ad una comunità civile ) alla comunità in un’ottica universale, alla comunità umana appunto…in grado di fornire spunti di riflessione e conseguentemente di sensibilizzazione non indifferenti. Tre donne contemporanee, Neda, Hanifa e Rose, tre voci dalle cronache dei nostri tempi, uno scenario da sempre nell’occhio del mirino  delle maggiori potenze mondiali, l’Afghanistan… e quella città di plastica… la loro “speranza”, la loro indipendenza, la loro vita… la felicità le ha baciate, raccontano sorridenti, quando le multinazionali hanno deciso di installare nella loro terra una città fantastica, una città piena di sogni e libertà… Quella libertà tanto agognata e così difficile da raggiungere per loro, donne vendute in cambio di bestiame, donne oggetto senza una dignità. Ma poi arriva lei, quella meravigliosa città, una serra gigantesca in cui coltivare rose. E si lavora, si lavora tutto il giorno, si lavora instancabilmente, sempre, senza tregua… senza poter essere stanche, perché non ti puoi stancare nella città di plastica, non ti è permesso… e non puoi nemmeno allontanarti quando alcuni di quei signori spargono nell’ aria sostanza tossiche per disinfestare, tu stai lì, a capo chino, a curare e potare quei fiori meravigliosi, tu stai lì a curare e coltivare la tua libertà anche a costo di morire…di morire già, perché nella città di plastica spesso si muore, per costruirla quella città le multinazionali hanno avvelenato un lago… il lago delle rose, l’acqua di quel lago era purissima, ma questo non importa, non importa se le donne venivano in realtà schiavizzate mascherando il tutto dietro la parola libertà, non importa se l’acqua pura di un lago viene avvelenata, non importa se qualcuna di loro ogni tanto muore… “come poteva mia madre immaginare che sarei morta proprio a causa di quel fiore stupendo” grida lo spirito di Rose… l’importante è seminare e coltivare le rose… Qualcuno dice che dall’altra parte del mondo quelle rose le comprano per vederle appassire, ma nessuno ci crede. Quelle rose poi portate lontano, non per schiavizzare non per avvelenare ma per amare… per conquistare loro, le donne. Quelle donne schiavizzate da una parte del mondo per produrre rose e amate e conquistate dall’altra parte del mondo con quelle stesse rose, ed ecco il paradosso dell’umanità ecco lo spunto sul quale riflettere, ecco una condivisione che unisce e sensibilizza universalmente, ecco il grande lavoro di Silvia Resta, raccontato con grande umanità. Ma un grande interrogativo comunque rimane… è davvero un paradosso? C’è una spiegazione logica a tutto ciò o tutto è davvero subordinato ad una sola e grande logica che pare governi oggi il mondo intero… il denaro. Il mio interrogativo rimane aperto fino alla scoperta di un’altra risposta, fino alla scoperta di un senso…  

Montagno Bozzone Sebastiana

Dario Fo “Il mondo secondo Fo. Conversazione con Giuseppina Manin”

dario foDario Fo, una delle figure più note e, al tempo stesso, più discusse della cultura teatrale del nostro secolo, si racconta e ci racconta, in questo libro-consuntivo, le sequenze appassionanti della sua storia personale, dall'infanzia e dalle sue origini contadine agli anni più recenti, dell'impegno politico e civile, disegnando un ritratto, che diventa sicuramente una testimonianza unica e originalissima, anche per la storia del nostro Paese. L'intervista, guidata da Giuseppina Manin, inizia con i ricordi della lectio recitata dal candidato al Nobel, con la descrizione dei momenti che precedono (il viaggio in aereo) e seguono (le diverse reazioni dei politici e degli intellettuali) la consegna del Premio, nel '97: come scrive l'intervistatrice: "mescolando due linguaggi inauditi su quegli scranni - quelli della Svenska Akademien - il fumetto e il grammelot - Fo ha dato prova di un vero e proprio - miracolo di intelligenza e comicità, un fantasioso pastiche gestuale, un canovaccio onomatopeico di immediata comprensione anche per l'illustre platea straniera". Quando inizia poi il racconto, al centro della storia si stagliano le descrizioni delle due donne più importanti della sua vita, la madre e la moglie, l'attrice Franca Rame, con cui ha condiviso le tappe della sua carriera teatrale e politica.

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